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	<description>Informarsi è il primo passo per agire</description>
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		<title>L&#8217;Iran nel mirino</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 10:30:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Gasparetto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni Int.]]></category>
		<category><![CDATA[11 settembre 2001]]></category>
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		<description><![CDATA[Quanto seriamente occorre prendere in considerazione le recenti minacce da parte israeliana di attaccare militarmente l’Iran, colpendo i suoi siti nucleari? Siamo davvero sull’orlo della terza guerra mondiale, come alcune voci cominciano ad insinuare? Per la verità, la retorica dei governanti dei due paesi, che ha sempre assunto toni elevati – dalla Rivoluzione del 1979, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quanto seriamente occorre prendere in considerazione le recenti minacce da parte israeliana di attaccare militarmente l’Iran, colpendo i suoi siti nucleari? Siamo davvero sull’orlo della terza guerra mondiale, come alcune voci cominciano ad insinuare? Per la verità, la retorica dei governanti dei due paesi, che ha sempre assunto toni elevati – dalla Rivoluzione del 1979, si intende – ha più di una volta lasciato presagire uno scontro militare che tuttavia non è mai esploso. Un conflitto armato fra Israele ed Iran è sempre stato nell’aria negli ultimi anni, soprattutto in seguito al giorno 11 settembre 2001, quando alcune teorie in voga negli ambienti del <em>Washington consensus</em> hanno fatto di tutto l’Islam un fascio, confondendo malamente lo sciismo col sunnismo, ma soprattutto il <em>jihad</em> globale con un islamismo di Stato il cui risentimento verso l’Occidente altro non era che la manifestazione più infuocata di una vieppiù pragmatica volontà di emanciparsi da un isolamento economico e politico soffocante.</p>
<p style="text-align: justify;">Sappiamo com’è andata ed il penultimo libro di Trita Parsi, <em>Treacherous alliance<a title="" href="#_ftn1">[1]</a></em>, ce lo spiega assai bene. Tehran aveva tentato a più riprese di instaurare un dialogo con Washington sforzandosi di volgere a proprio favore l’<em>atout</em> rappresentato dalla ricostruzione in Afghanistan, in seguito all’invasione militare atlantica dell’autunno 2001. All’epoca, a guidare l’esecutivo c’era ancora, al suo secondo mandato, il riformista Khatami, ovvero l’uomo che più di tutti aveva lanciato segnali di distensione all’America, orientando il discorso politico internazionale al «dialogo fra civiltà». Niente da fare. Gli Stati Uniti erano sembrati troppo scossi dalla più grande tragedia che la televisione avesse mai documentato in diretta e l’Amministrazione Bush, come testimoniato dai politologi americani John Mearsheimer e Stephen Walt<a title="" href="#_ftn2">[2]</a>, risultava eccessivamente influenzata da un gruppo di neoconservatori oltremodo vicini agli imperativi della sicurezza nazionale di Israele. Addirittura, puntare contro l’Iran, invece che contro l’Iraq di Saddam, era inizialmente nelle intenzioni di Gerusalemme.</p>
<p style="text-align: justify;">Un nuovo ciclo di propaganda anti-iraniana e favorevole ad un attacco militare si ripropose nel 2005 allorché l’attuale Presidente ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad vinceva le elezioni, annunciava le ambizioni egemoniche dell’Iran fondandole sulla volontà di riattivare il ciclo nucleare e legava tali proclami a continui appelli alla distruzione dello Stato di Israele. Ma anche quella volta, invece di colpire direttamente l’Iran, Israele finì per concentrarsi su un altro teatro, quello libanese, sferrando nell’estate del 2006 un attacco a Hezbollah, avamposto del regime degli Ayatollah nel paese dei cedri.</p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa è cambiato rispetto a cinque-dieci anni fa? Che cosa spinge oggi Israele, in una maniera che appare più assertiva rispetto al passato, a dichiararsi disponibile per un attacco militare? Nella giornata di ieri, l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) ha pubblicato un resoconto sullo stato di avanzamento del programma nucleare iraniano, della cui natura bellicosa molti si aspettavano la conferma. Dal canto loro, le autorità politiche di Tehran, <em>in primis</em> il Ministro degli Esteri Ali Akbar Salehi, fanno bene il loro mestiere e non si stancano di dichiarare la natura pacifica del programma. Nel rapporto, il regime degli Ayatollah è accusato di realizzare ordigni nucleari con la complicità della Russia. L’Iran avanza effettivamente la necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico allo scopo di alleggerire la dipendenza da quella risorsa di cui vive di rendita, il petrolio. Per questa ragione ha intensificato le relazioni proprio con la Russia, con cui la collaborazione alla realizzazione di una centrale nucleare era stata avviata già durante gli anni Novanta.</p>
<p style="text-align: justify;">Orbene, l’aspetto che oggi segna un passaggio fondamentale rispetto allo scenario dello scorso decennio è nientemeno che la cosiddetta «primavera araba». Al di là del fatto che, come molti hanno osservato, la situazione che si sta delineando in diversi paesi dovrebbe indurre una maggiore prudenza quanto alle diagnosi politiche, il punto sostanziale sta nel radicale cambiamento degli equilibri regionali e, conseguentemente, dei rapporti fra quei paesi attraversati dagli sconvolgimenti interni e lo Stato di Israele. La questione riguarda innanzitutto l’Egitto, il principale (se non l’unico, o quasi) partner arabo del governo di Gerusalemme in Medio Oriente. E’ evidente che il crollo di un regime suo alleato fin dal 1979 preoccupi notevolmente il governo israeliano, soprattutto considerando la possibilità che forze islamiste ostili a Israele prendano, com’è plausibile aspettarsi, il potere.</p>
<p style="text-align: justify;">Probabilmente anche per tale ragione si spiega l’apparentemente incomprensibile accordo raggiunto dall’esecutivo di Netanyahu con Hamas, per il tramite fondamentale dell’Egitto, legato al rilascio di oltre mille detenuti palestinesi in cambio di un solo soldato israeliano, quel caporale di nome Gilad Shalit catturato dal movimento di resistenza islamica dopo le elezioni vittoriose del 25 gennaio 2006. Una liberazione che, ufficializzata lo scorso 18 ottobre, si attendeva da oltre cinque anni, era già stata cercata più di una volta e arriva con insolita puntualità in uno stadio delicatissimo dei rapporti fra Israele, Stati Uniti ed Iran. Uno scambio di cui, malgrado gli imperativi dettati dalla Ragion di Stato, è semplice notare la sproporzione. Uno scambio che, al contrario, proprio per via delle esigenze imposte dagli <em>arcana imperii</em>, si è reso necessario nella fase attuale per allentare la tensione anche con l’Egitto, in vista di un futuro incerto.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, per quanto concerne i rapporti fra Gerusalemme, Washington e Tehran, non va dimenticata una notizia che aveva generato clamore pressappoco un mese fa: il presunto complotto ordito dalle forze <em>Quds</em> iraniane per assassinare l’ambasciatore saudita a Washington. Un’operazione che aveva immediatamente destato i sospetti di molti analisti e commentatori<a title="" href="#_ftn3">[3]</a>, sia per le modalità di organizzazione, sia per il contesto di grave crisi interna che il regime iraniano sta vivendo da un anno a questa parte, con un Ahmadinejad sempre più osteggiato dall’<em>establishment</em> conservatore guidato dal <em>faqih</em> Ali Khamenei. La sindrome dell’isolamento e la paura di rimanere preda di nefaste circostanze regionali ha fatto suonare il campanello d’allarme per gli uomini di Gerusalemme. Ecco come una serie di fattori esterni, ambientali (regionali e/o internazionali) possono ripercuotersi sulle considerazioni di politica estera elaborate da uno Stato sovrano.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli scorsi giorni, un fine analista liberale come Fareed Zakaria ha dichiarato che la soluzione in mano ad Obama, pur riconoscendo alcune difficoltà, è semplicemente quella di intensificare il dialogo con l’Iran attraverso il raggiungimento di accordi in campi di interesse comune, quali possono essere la questione nucleare o il futuro afghano<a title="" href="#_ftn4">[4]</a>. Più realista sembra essere Trita Parsi, il quale avverte che le minacce israeliane di ricorrere all’uso della forza non sono una novità, e che tuttavia non vanno sottovalutate. Due elementi contingenti – avverte Parsi – segnano infatti una discontinuità rispetto al passato: Obama teme che in campagna elettorale i repubblicani possano usare la questione israeliana contro di lui; se l’Iran si dotasse dell’arma nucleare, le sanzioni e l’azione militare non sarebbero più due opzioni alternative, ma diverrebbero complementari ed entrambe necessarie<a title="" href="#_ftn5">[5]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad essere contrari all’intervento militare, oltre all’Iran, vi sono anche paesi quali Russia, Cina e Turchia. E’ importante segnalare queste posizioni, dal momento che le autorità israeliane dovranno valutare nei minimi dettagli l’opportunità di intraprendere un conflitto. Si tratta di paesi confinanti (o quasi) con l’Iran e che intrattengono solidi rapporti economici, soprattutto nel campo dell’energia. Tutti e tre si sono sempre dichiarati contrari ad un Iran nucleare, per il pericolo evidente di proliferazione regionale che ne deriverebbe, ma non si sono mai sottratti a promuovere quell’iniziativa diplomatica che, su questo versante, è sempre stata carente da parte di Stati Uniti e Israele. La Russia stessa, in particolare, ha esplicitamente affermato che un attacco sarebbe un «errore molto grave»<a title="" href="#_ftn6">[6]</a>. La cooperazione nel settore energetico fra Mosca e Tehran è ormai consolidata, con l’attivazione dell’impianto nucleare di Bushehr avvenuta due mesi fa. Al progetto di avviamento della centrale iraniana, che in condizioni di completa efficienza sarà capace di generare mille megawatt di elettricità, la Russia e l’Iran hanno lavorato sin dal 1995 e oggi vi lavorano circa 1.500 cittadini russi<a title="" href="#_ftn7">[7]</a>. La Russia è convinta che negoziare con l’Iran sulla questione nucleare è l’unico modo per ammansire i governanti a Tehran e per ottenere trasparenza. A questo scopo, nella scorsa estate è stata lanciata la cosiddetta cooperazione <em>step-by step</em> che consente un più continuo controllo delle attività nucleari iraniane attraverso la possibilità di mantenere aperto un canale di dialogo in cambio di un alleggerimento delle sanzioni<a title="" href="#_ftn8">[8]</a>. Una linea, intrapresa dai Ministri degli Esteri Sergej Lavrov e Ali Akbar Salehi, che ha pienamente convinto le autorità politiche dei due paesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Se questo è il quadro della situazione, un intervento armato da parte israeliana è altamente sconsigliato. Gli Stati Uniti probabilmente non hanno la forza per poter sostenere un ennesimo impegno militare – e della tendenza a ritirarsi dagli affari mondiali, stando dietro le quinte, rifiutando un impegno diretto e mandando in avanscoperta i propri partner hanno dato prova in occasione della vicenda libica. Colpire gli impianti nucleari iraniani vuol dire dichiarare guerra anche alla Russia e provocare il risentimento di potenze emergenti quali Cina e Turchia. Quest’ultima, con cui Israele sta esperendo frizioni già da quasi un anno e mezzo, sembra assai interessata al mantenimento dello <em>status quo</em> da cui può trarre beneficio in vista dell’assunzione di un ruolo di egemonia regionale fondato sul <em>soft power</em> e sul principio «zero problemi con i vicini».</p>
<p style="text-align: justify;">In politica internazionale vale l’assunto realista secondo cui non si può mai essere certi delle intenzioni altrui. Questo criterio vale soprattutto nelle relazioni fra Iran e Israele – un paese, quest’ultimo, guidato da un approccio troppo ideologizzato nella valutazione dei rischi connessi alla sicurezza nazionale che non ha mai saputo valutare pragmaticamente la politica estera iraniana. Anche se è assai probabile che le minacce di Israele siano volte, più che altro, a fare pressioni sull’Occidente affinché inasprisca le sanzioni contro il regime di Tehran, è lecito attendersi di tutto.</p>
<div>Alberto Gasparetto<br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref">[1]</a> Trita Parsi, <em>Treacherous alliance. The secret dealings of Israel, Iran and the U.S.</em>, Yale University Press, 2007</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref">[2]</a> John Mearsheimer, Stephen Walt, <em>The Israel lobby and U.S. foreign policy</em>, Farrar, Straus and Giroux, 2007.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref">[3]</a> Si vedano, ad esempio, Reza Marashi and Trita Parsi, <em>The &#8220;Come To Jesus&#8221; Moment In US-Iran Relations</em>, Huffington Post, 14 ottobre 2011, reperibile al sito web <a href="http://www.huffingtonpost.com/reza-marashi/the-come-to-jesus-moment-_b_1006804.html">http://www.huffingtonpost.com/reza-marashi/the-come-to-jesus-moment-_b_1006804.html</a> e Robert Tait,<strong> </strong><em>Iran Assassination Plot Raises Questions</em>, Payvand.com, 13 ottobre 2011, reperibile al sito web <a href="http://www.payvand.com/news/11/oct/1135.html">http://www.payvand.com/news/11/oct/1135.html</a></p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref">[4]</a> Fareed Zakaria, <em>To deal with Iran’s nuclear future, go back to 2008</em>, Washington Post, 28 ottobre 2011, reperibile all’indirizzo web: <a href="http://www.washingtonpost.com/opinions/to-deal-with-irans-nuclear-future-go-back-to-2008/2011/10/26/gIQADQyEKM_story.html">http://www.washingtonpost.com/opinions/to-deal-with-irans-nuclear-future-go-back-to-2008/2011/10/26/gIQADQyEKM_story.html</a>.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref">[5]</a> Trita Parsi, <em>Is Netanyahu bluffing once again?</em>, 4 novembre 2011, tratto da: <a href="http://globalpublicsquare.blogs.cnn.com/2011/11/04/is-netanyahu-bluffing-once-again/">http://globalpublicsquare.blogs.cnn.com/2011/11/04/is-netanyahu-bluffing-once-again/</a>.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref">[6]</a> <em>Russia says strike on Iran &#8216;very serious mistake&#8217;</em>, Hurriyet Daily News, 7 novembre 2011, reperibile al sito: <a href="http://www.hurriyetdailynews.com/n.php?n=russia-says-strike-on-iran-very-serious-mistake-2011-11-07">http://www.hurriyetdailynews.com/n.php?n=russia-says-strike-on-iran-very-serious-mistake-2011-11-07</a>.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref">[7]</a> John Daly, <em>Iranian Busherh nuclear plant comes online</em>, <a href="http://oilprice.com/Geo-Politics/Middle-East/Iranian-Bushehr-Nuclear-Plant-Comes-Online-World-Survives.html">http://oilprice.com/Geo-Politics/Middle-East/Iranian-Bushehr-Nuclear-Plant-Comes-Online-World-Survives.html</a></p>
</div>
<div>
<p style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref">[8]</a> <em>Iran has a positive view on Russia’s ‘step-by-step’ plan</em>, Tehran Times, 17 agosto 2011, consultabile sul web alla pagina <a href="http://tehrantimes.com/index.php/politics/1724-iran-has-a-positive-view-on-russias-step-by-step-plan-salehi">http://tehrantimes.com/index.php/politics/1724-iran-has-a-positive-view-on-russias-step-by-step-plan-salehi</a>.</p>
</div>
</div>
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		<title>LA POVERTA&#8217; IN ITALIA: LA FOTOGRAFIA NEL RAPPORTO CARITAS &#8211; ZANCAN</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 20:28:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>C2d</dc:creator>
				<category><![CDATA[Associazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
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		<description><![CDATA[  In Italia la povertà è in aumento ed i diritti sono sempre più spesso messi in discussione per una parte sempre più consistente della nostra popolazione. Il Rapporto redatto dalla Caritas con la Fondazione Zancan mostra una situazione che va peggiorando, alla quale non si riesce a dare una risposta strutturale. Al di là [...]]]></description>
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<p>In Italia la povertà è in aumento ed i diritti sono sempre più spesso messi in discussione per una parte sempre più consistente della nostra popolazione. Il Rapporto redatto dalla Caritas con la Fondazione Zancan mostra una situazione che va peggiorando, alla quale non si riesce a dare una risposta strutturale. Al di là dei numeri e delle analisi, il Rapporto lancia tuttavia interessanti proposte di ripresa &#8220;<em>dal basso</em>&#8220;, che vedono le fasce emarginate protagoniste dell&#8217;uscita dalla condizione di disagio.</p>
<p>Sul sito di &#8220;IRIS &#8211; Idee e Reti per l&#8217;Impresa Sociale&#8221; si può trovare una sintesi del Rapporto</p>
<p>http://www.irisonline.it/web/index.php?option=com_content&#038;task=view&#038;id=23&#038;Itemid=36</p>
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		<title>Ahmadinejad all’ONU. La politica estera iraniana tra retorica e pragmatismo</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Sep 2011 16:14:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Gasparetto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni Int.]]></category>
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		<category><![CDATA[politica estera]]></category>
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		<description><![CDATA[E’ nel bel mezzo dello scontro al vertice per il potere in Iran che Mahmoud Ahmadinejad prende parte alla spedizione iraniana per partecipare ai lavori della 66ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il discorso pronunciato giovedì 22 settembre[1], durato poco meno di mezz’ora, è stato condito dalla retorica che tipicamente contraddistingue i discorsi del Presidente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">E’ nel bel mezzo dello scontro al vertice per il potere in Iran che Mahmoud Ahmadinejad prende parte alla spedizione iraniana per partecipare ai lavori della 66ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il discorso pronunciato giovedì 22 settembre<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>, durato poco meno di mezz’ora, è stato condito dalla retorica che tipicamente contraddistingue i discorsi del Presidente iraniano. Un insieme ben congegnato di sentimento antiamericano e terzomondismo che ha portato molte delegazioni occidentali a lasciare anzitempo l’aula; per giunta, com’era da attendersi, Israele non ha nemmeno presenziato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, se ascoltato con pazienza e fino alla fine, il discorso di Ahmadinejad non si configura esattamente come un ideologico e scriteriato attacco all’America. Soprattutto, occorre tenere conto non solo dell’attuale scontro al vertice interno all’Iran – da cui Ahmadinejad tenta in tutti i modi di uscire vincitore, sfruttando anche i consessi internazionali – ma della ormai più che trentennale vicenda politica della Repubblica Islamica. Fin dal 1979, e soprattutto durante gli anni Ottanta, la politica estera iraniana è stata contrassegnata da una buona dose di panislamismo che, a fasi alterne, è stato affiancato da un necessario e corposo ricorso al pragmatismo – in maniera più che evidente durante la Presidenza Rafsanjani (1989-1997). L’uso politico della religione, ovvero il ricorso alla ideologia islamista, è stata una risorsa usata sapientemente dall’<em>élite</em> al potere per fronteggiare il grado di isolamento internazionale a cui è sottoposta dai tempi della Rivoluzione khomeinista.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Paese rappresenta un <em>unicum</em> dal punto di vista etnico e religioso in Medio Oriente: è etnicamente persiano in un ambiente a maggioranza araba ed è religiosamente sciita, circondato da Paesi a maggioranza sunnita. Questa situazione di vero e proprio eccezionalismo ha determinato nell’<em>élite</em> al potere l’affiorare di una costante percezione di minaccia dall’esterno, sia che fosse sottoforma di presenza militare ai confini sia, addirittura, attraverso tentativi di installare attività commerciali straniere sul territorio. Diversamente da ciò che il pensiero comune può indurre a ritenere<a title="" href="#_ftn2">[2]</a>, le summenzionate differenze etniche e religiose rivestono una importanza determinante nella definizione degli orientamenti di politica estera.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ vero che nel suo <em>speech</em> Ahmadinejad ha puntato il dito contro l’America e l’Occidente, addebitando alla superpotenza la responsabilità per la crisi economica mondiale e per il livello di povertà che affligge «approssimativamente tre miliardi di persone che vivono con meno di 2,5 dollari al giorno»; è vero che ha nuovamente proclamato l’illegittimità dello Stato di Israele, affermando che «l’Europa da sessant’anni sta usando l’Olocausto come pretesto per pagare un’ammenda o un riscatto ai Sionisti»; è vero che ha sollevato dubbi sulla validità degli attentati del giorno 11 settembre, sostenendo che anch’essi sono stati usati dall’America come scusa «per attaccare l’Afghanistan e l’Iraq». Ma a queste parole, apparentemente cariche di odio e di ideologia, si sono aggiunte le proposte di modifica dell’ordine internazionale in senso cooperativo, affermando la necessità della lotta all’oppressione e contro le ingiustizie: «libertà, giustizia, dignità, benessere e sicurezza duratura sono diritti di tutte le nazioni». Parole di lode sono state spese a favore dello stesso progetto di creazione delle Nazioni Unite, concepito per il bene di tutta l’umanità; notevole enfasi, infine, è stata posta sulla necessità di pervenire a soluzioni condivise e cooperative. Nella parte finale non sono mancati i richiami al ritorno dell’Imam nascosto, una <em>issue</em> ricorrente nei suoi <em>statement</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il discorso di Ahmadinejad è, quindi, uno straordinario capolavoro di retorica antioccidentale e terzomondista. L’accento posto sulle sofferenze dei più deboli è, d’altra parte, una costante presente anche nei discorsi di politica interna. La sua stessa agenda politica è fortemente intrisa di formule come “lotta alla corruzione”, di appelli al “riscatto dei poveri”, alla “giustizia sociale” ed all’”eguaglianza”, in un mix di riferimenti alla prossimità della fine dell’era dell’Occultazione e all’avvento dell’era della giustizia e della salvezza. Un insieme di elementi che ricorda molto da vicino le categorie dell’”Islam rosso”<a title="" href="#_ftn3">[3]</a> di Ali Shariati che, ricorrendo alla coppia dicotomica “<em>mostazafin-mostakhbarin</em>” fondeva, adattandoli al nuovo contesto, aspetti della filosofia marxista e islamici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, come detto, la retorica a cui Ahmadinejad ci ha abituati andrebbe interpretata più come il riflesso condizionato di un Paese che da più di trent’anni soffre le conseguenze dell’isolamento internazionale. Se leggiamo le interviste che il Presidente iraniano ha rilasciato sempre nei giorni scorsi a due quotidiani come <em>Tehran Times<a title="" href="#_ftn4">[4]</a></em> e <em>Washington Post<a title="" href="#_ftn5">[5]</a></em> ci rendiamo conto del pragmatismo di fondo con cui in realtà si muove Ahmadinejad – pragmatismo che ogni leader politico, soprattutto di quel paese, è obbligato ad adottare in politica estera.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nodo principale delle tensioni nei rapporti fra Iran e Stati Uniti riguarda la questione nucleare ed è strettamente legata alla situazione della sicurezza esterna del paese persiano. Dopo l’11 settembre 2011 l’America si è scoperta vulnerabile ma l’Iran ha lanciato continui segnali di distensione offrendo la propria disponibilità ad aiutare gli Stati Uniti nello sforzo di ricostruzione dell’Afghanistan – come conseguenza anche dell’atteggiamento di apertura verso l’Occidente, inaugurato dalla Presidenza Khatami. Tuttavia, i tentativi di <em>engagement</em> con l’Amministrazione Bush, sempre più influenzata dal gruppo di neoconservatori, sono falliti. Scomparso il comunismo, la necessità di identificare un nemico ha portato l’America ad far ricadere sotto il medesimo ombrello tutta la variegata gamma di attori che pure si ispirano al fondamentalismo islamico. Vale la pena di sottolineare che il mancato <em>rapprochement</em> sulla situazione afghana ha rappresentato un precedente significativo che ha acuito ancor più lo scetticismo verso l’America che pervade l’<em>élite</em> al potere in Iran<a title="" href="#_ftn6">[6]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">La chiusura dell’esperienza di Khatami apriva le porte all’ascesa dei neoconservatori in Iran sotto la guida di Ahmadinejad, che però, malgrado i proclami veementi contro “il Piccolo ed il Grande Satana”, ha saputo muoversi con realismo, approfondendo sì i rapporti con i movimenti islamisti, anche sunniti, della regione, ma prestando attenzione ai rapporti economici, che pure contano, con chiunque fosse disposto a trattare – Unione Europea, Turchia, Russia. Proprio con quest’ultima ci sono i rapporti forse più solidi, saldati dalla recente e definitiva attivazione dell’impianto nucleare di Bushehr<a title="" href="#_ftn7">[7]</a>, verso cui già dagli Anni Novanta si sono concentrate l’attenzione ed il <em>know-how</em> offerti dai russi.</p>
<p style="text-align: justify;">Per Ahmadinejad, quindi, non ci sono problemi con gli Stati Uniti: «noi amiamo gli americani, noi amiamo tutte le nazioni». Parole che certo cozzano con la retorica ufficiale di regime, ma che trovano conferma nelle esternazioni del suo delfino Esfandiar Rahim Mashaei<a title="" href="#_ftn8">[8]</a>, inviso ai conservatori religiosi e alla Guida stessa. Ahmadinejad dichiara che l’Iran «è pronto a dialogare» lasciando intendere che è disposto ad intavolare un negoziato sulla questione nucleare, come peraltro ha già fatto bilateralmente coi russi, col varo, un paio di mesi fa, del cosiddetto approccio <em>step-by-step<a title="" href="#_ftn9">[9]</a></em>. Si badi bene, non è mera retorica: l’Iran ha estremamente bisogno di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico dal momento che la sua economia dipende totalmente da un’unica risorsa scarsa, il petrolio. Ahmadinejad avanza anche l’ipotesi di cooperare in altre aree, compresa la stabilizzazione dell’Afghanistan, suo immediato vicino. Anche questa, si badi bene, non è retorica: l’Iran ha da sempre timore delle pressioni esterne e fra i suoi principi costitutivi vi sono l’indipendenza e la libertà. La caduta dei regimi ostili talebano e baathista erano stati salutati positivamente ma il protrarsi della permanenza delle truppe occidentali e americane sul suolo iracheno (fino all’anno scorso) e afghano (tuttora in corso) non facilita certo le aspirazioni ad avere la garanzia di un ambiente esterno sicuro e moltiplica le paure e la sensazione di minaccia. Per questa ragione Ahmadinejad invoca il ritiro delle truppe.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un caso, poi, che l’eco della notizia del possibile (e poi effettivo) rilascio dei due cittadini americani, detenuti in Iran per più di due anni con l’accusa di spionaggio, sia coincisa con la missione iraniana all’Assemblea Generale. Il Presidente insieme con il suo Ministro degli Esteri Ali Akbar Salehi ne hanno pubblicamente auspicato la liberazione, generando l’ira dei vertici del potere giudiziario che hanno, in effetti, la legittima competenza su questa materia. Ecco come la complicata partita di potere interna all’Iran si lega al tentativo operato da Ahmadinejad di puntare i riflettori su di sé, apparendo insolitamente morbido alla vigilia di un importante appuntamento internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, valutare come puramente ideologico il discorso pronunciato da Ahmadinejad all’ONU è un’operazione che non tiene conto dei complessi fattori alla base dei rapporti fra Iran e Stati Uniti. La retorica, che pure è una costante nei suoi discorsi, va distinta dalle mosse con cui l’Iran cerca di sopravvivere in un ambiente regionale da sempre assai ostile. L’America dovrà presto rendersi conto, tuttavia, che l’Iran ha bisogno dell’energia nucleare per scopi civili. Dovrà sempre di più accettare il ruolo della Russia in questa partita, riconoscendo al contempo le ambizioni persiane. Un negoziato basato sullo scambio fra il riconoscimento di questo diritto da parte americana e la rinuncia ad una tecnologia <em>dual-use</em> da parte iraniana potrebbe essere un buon punto di partenza. L’attivismo dell’Iran in Medio Oriente ed in Asia minore, la necessità di trovare un viatico per le questioni energetiche ed il potere declinante dell’America potrebbero essere gli ingredienti necessari (anche se non sufficienti) per vedere realizzato quel riavvicinamento di cui l’Iran ha bisogno. Occorrerà però attendere con prudenza e disillusione le mosse di un Obama che soffre in politica interna, incalzato dai repubblicani e dalle vicine elezioni presidenziali oltre che dai sempre delicati rapporti che le amministrazioni statunitensi intrattengono con i gruppi di pressione filoisraeliani – ne dà ennesima prova la posizione americana in merito alla richiesta presentata direttamente da Abu Mazen all’Assemblea generale di veder riconosciuta la Palestina come Stato membro dell’ONU.</p>
<p style="text-align: justify;">Alberto Gasparetto</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="#_ftnref">[1]</a> La trascrizione del discorso di Mahmoud Ahmadinejad è reperibile al seguente sito web: <a href="http://publicintelligence.net/mahmoud-ahmadinejad-speech-to-un-general-assembly-transcript-september-22-2011/">http://publicintelligence.net/mahmoud-ahmadinejad-speech-to-un-general-assembly-transcript-september-22-2011/</a>. Il video, fornito da PBS è reperibile su youtube al seguente sito web: <a href="http://www.youtube.com/watch?v=jBSF2Snj5uM">http://www.youtube.com/watch?v=jBSF2Snj5uM</a></p>
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<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref">[2]</a> Una fra le teorie che maggiormente ha esercitato una influenza sugli orientamenti di politica estera degli Stati Uniti, riecheggiando sotto forma di numerose volgarizzazioni nel dibattito pubblico, è quella proposta da Samuel Huntington ne <em>Lo scontro delle civiltà</em>. Il politologo di Harvard assumeva che la religione fosse l’elemento prioritario di una civiltà e su questa base prospettava un futuro di conflittualità fra le maggiori civiltà mondiali, Islam ed Occidente <em>in primis</em>. La teoria ha senza dubbio un enorme potere esplicativo, poiché isola una sola variabile che, peraltro (ed è questo il pregio), è stata abbondantemente trascurata nella riflessione teorica internazionale. Ma malgrado il notevole fascino che essa suscita, omette di considerare le profonde differenze che lacerano le comunità all’interno delle stesse civiltà prese singolarmente; e, per ciò che riguarda l’Islam, il profondo conflitto fra sciiti e sunniti. Personalmente, aderendo ad una prospettiva realista di analisi della politica internazionale, ritengo che gli Stati, e solo loro, continueranno ad esercitare il potere preponderante poiché in essi, e solo in essi, ricade il momento della decisione politica.</p>
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<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref">[3</a>] Renzo Guolo, <em>Il partito di Dio</em>, Guerini e Associati, 2004.</p>
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<div style="text-align: justify;">
<p style="text-align: left;"><a title="" href="#_ftnref">[4]</a> <a href="http://www.tehrantimes.com/index.php/politics/2819--ahmadinejad-no-reason-for-tension-between-iran-and-us">http://www.tehrantimes.com/index.php/politics/2819&#8211;ahmadinejad-no-reason-for-tension-between-iran-and-us</a></p>
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<p style="text-align: left;"><a title="" href="#_ftnref">[5]</a> <a href="http://www.washingtonpost.com/world/middle-east/transcript-of-the-ahmadinejad-interview/2011/09/13/gIQA7cF1PK_story.html">http://www.washingtonpost.com/world/middle-east/transcript-of-the-ahmadinejad-interview/2011/09/13/gIQA7cF1PK_story.html</a></p>
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<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref">[6]</a> Su questo punto, si vedano Trita Parsi, <em>Treacherous alliance</em>, Yale University Press 2007, pag. 235 e Kayan Barzegar, <em>Iran’s foreign policy after Saddam</em>, The Washington Quarterly, gennaio 2010, pag. 177.</p>
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<div style="text-align: justify;">
<p style="text-align: left;"><a title="" href="#_ftnref">[7]</a> <a href="http://oilprice.com/Geo-Politics/Middle-East/Iranian-Bushehr-Nuclear-Plant-Comes-Online-World-Survives.html">http://oilprice.com/Geo-Politics/Middle-East/Iranian-Bushehr-Nuclear-Plant-Comes-Online-World-Survives.html</a></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref">[8]</a> <a href="http://www.payvand.com/news/11/may/1079.html">http://www.payvand.com/news/11/may/1079.html</a></p>
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<p style="text-align: left;"><a title="" href="#_ftnref">[9]</a> <a href="http://tehrantimes.com/index.php/politics/1724-iran-has-a-positive-view-on-russias-step-by-step-plan-salehi">http://tehrantimes.com/index.php/politics/1724-iran-has-a-positive-view-on-russias-step-by-step-plan-salehi</a></p>
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		<title>APPELLO PER TROY DAVIS</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Sep 2011 14:37:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>C2d</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[e-participation]]></category>
		<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Varie]]></category>

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		<description><![CDATA[Troy Davis è stato condannato a morte nel 1991 per l&#8217;assassinio del poliziotto Mark Allen MacPhail a Savannah, Georgia, nel 1989. La sua vicenda giudiziaria è stata decisamente poco chiara, considerando il fatto che l&#8217;arma del delitto non è mai stata ritrovata e nessuna prova fisica ha mai collegato direttamente Davis all&#8217;omicidio. Sussistono peraltro anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Troy Davis è stato condannato a morte nel 1991 per l&#8217;assassinio del poliziotto Mark Allen MacPhail a Savannah, Georgia, nel 1989.<br />
La sua vicenda giudiziaria è stata decisamente poco chiara, considerando il fatto che l&#8217;arma del delitto non è mai stata ritrovata e nessuna prova fisica ha mai collegato direttamente Davis all&#8217;omicidio. Sussistono peraltro anche dubbi sulle testimonianze presentate al processo, considerando che sette dei nove testimoni chiave hanno cambiato o ritrattato la loro versione affermando di aver originariamente accusato Davis su pressione della polizia.<br />
Amnesty International, ha organizzato un fine settimana di iniziative in favore di Troy Davis ed ha lanciato un appello mondiale diretto al Comitato statale della Georgia competente a valutare le domande di grazia e che esaminerà il caso il 19 settembre.<br />
E&#8217; ancora possibile firmare l&#8217;appello on-line.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul sito di Amnesty International potete trovare maggiori informazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amnesty.it/mobilitazione-per-salvare-la-vita-a-troy-davis">http://www.amnesty.it/mobilitazione-per-salvare-la-vita-a-troy-davis</a></p>
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		<title>Il disequilibrio fra poteri dello Stato</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Sep 2011 14:38:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Gasparetto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[Si apprende dai giornali di stamane che il gip di Milano, Stefania Donadeo, ha respinto la richiesta di archiviazione della procura di Milano chiedendo il rinvio a giudizio per il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per una fuga di notizie legata alla pubblicazione su Il Giornale il 31 dicembre 2005 del contenuto di una intercettazione telefonica fra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.come2discuss.net/wp-content/uploads/2011/09/bilancia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2413" title="bilancia" src="http://www.come2discuss.net/wp-content/uploads/2011/09/bilancia-300x260.jpg" alt="" width="300" height="260" /></a>Si apprende dai giornali di stamane che il gip di Milano, Stefania Donadeo, ha respinto la richiesta di archiviazione della procura di Milano chiedendo il rinvio a giudizio per il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per una fuga di notizie legata alla pubblicazione su <em>Il Giornale</em> il 31 dicembre 2005 del contenuto di una intercettazione telefonica fra l&#8217;allora segretario dei DS Piero Fassino e l&#8217;amministratore di Unipol, Giovanni Consorte. Una fuga di notizie che, secondo il giudice, avrebbe spostato una valanga di voti verso il centrodestra in occasione delle elezioni politiche del 2006. Insomma, la curiosità è che anche a Berlusconi, come già ai protagonisti della vicenda P4, si imputa la commissione di un reato che i magistrati commettono di continuo, senza che per ciò stesso vengano indagati. Ma allora sorge spontaneo porsi alcuni interrogativi, sollevare alcune questioni sul complicato rapporto fra politica e magistratura in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">La situazione è piuttosto paradossale, in un Paese in cui il disequilibrio fra poteri viene imputato alla presenza di Berlusconi in politica. Berlusconi rappresenta certamente un&#8217;anomalia, ma questo fatto credo possa essere pacificamente riconosciuto con atto d&#8217;umiltà anche dai più strenui sostenitori del suo partito. Il problema è un altro. Il problema è che mentre in Italia la politica (deputati, senatori, ministri, assessori, consiglieri comunali, provinciali, regionali) può essere legittimamente esposta: a) al test democratico delle elezioni (assolutamente legittimo, ci mancherebbe altro), b) alla gogna mediatica (in virtù di quale principio di legittimità o giustizia appare meno chiaro), c) al linciaggio popolare che ne deriva, nonché d) al giudizio ed agli umori di un magistrato (che come sappiamo per vari motivi, anche strutturali, fa fatica a rispettare quel principio proclamato all&#8217;articolo 112 della Costituzione), la magistratura ha il potere di governarsi da sola, tramite il CSM – e non si trova quindi esposta alle medesime “prove”. Come si può pretendere che i componenti di un organo vengano sanzionati se quell&#8217;organo è anche giudice di se stesso?</p>
<p style="text-align: justify;">Sono profondamente convinto del fatto che a causa della presenza in politica di Berlusconi, molti italiani (quella gran frangia che negli ultimi tempi gonfia le fila dell&#8217;antipolitica) non si rendano conto che al di là delle sue magagne giudiziarie &#8211; fondate o meno che siano, in questa sede non rileva &#8211; l&#8217;ordine giudiziario andrebbe riformato da cima a fondo. Tra le varie ragioni per le quali alcuni intellettuali liberali come Piero Ostellino, Angelo Panebianco ed Ernesto Galli della Loggia spesso ci spiegano lo spirito conservatore che accomuna la destra alla sinistra v&#8217;è il fatto che in Parlamento la categoria del magistrato è altamente rappresentata e lavora come una potente lobby a difesa delle proprie prerogative.</p>
<p style="text-align: justify;">La discesa in campo di Berlusconi nel 1994 non ha fatto altro che polarizzare ancor più la già divisa società italiana. La responsabilità di una mancata inversione di tendenza è però, credo io, in gran parte il risultato della <em>weltanschauung</em> della sinistra che non ha mai saputo trasformarsi in vera forza riformista e progressista ma, difendendo ora qua ora là gli interessi corporativi dei blocchi sociali che essa rappresenta e mantenendo al contempo quella concezione manichea della politica tipica del più sorpassato dei comunismi, ha adottato una linea conservatrice e di (op)posizione aprioristica nei confronti di qualsiasi progetto politico avanzato dalla controparte. Questi due elementi (la sconfitta della sinistra per mano di Berlusconi nel 1994 e la conseguente indisponibilità della stessa a riconoscere politicamente l&#8217;avversario, assieme al suo elettorato) hanno reso molti cittadini totalmente incapaci di separare i proclami di Berlusconi sullo stato della giustizia dai veri nodi problematici che pure esistono.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti italiani che amano autodefinirsi democratici fanno fatica a prendere anche solo minimamente in considerazione l&#8217;idea che una riforma della magistratura sia necessaria poiché, ragionando attraverso l&#8217;ottica dell&#8217;antiberlusconismo, sono portati a credere che certi principi da lui affermati finiranno per risultare benefici esclusivamente a lui. E&#8217; certamente una probabilità, nel breve periodo. Tempo fa Angelo Panebianco, discorrendo di legge elettorale sulle colonne del Corriere con Giovanni Sartori, avvertiva che «è sbagliato giudicare i sistemi elet­torali alla luce di preoccupazioni politiche con­tingenti». Niente di più vero. Un&#8217;Italia costruita su misura per Berlusconi o contro Berlusconi &#8211; si tratti di formule elettorali o di meccanismi che delineano nuovi rapporti fra politica e magistratura &#8211; rappresenterà un danno per tutti noi e per le generazioni future. Quando lui non ci sarà più (le regole della biologia avranno avuto ragione della sua straordinaria pervicacia) certi rapporti e certe pratiche si saranno ormai radicate ed istituzionalizzate ancor di più.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma in cosa consiste questo disequilibrio che i più fanno fatica a riconoscere?</p>
<p style="text-align: justify;">Tanto per cominciare, solo in Italia abbiamo l&#8217;equiparazione di status fra organo requirente e organo giudicante, con evidente vilipendio dello stato di diritto. Solo in Italia non esiste la separazione delle carriere, fatto che, anche a causa dei tempi biblici della giustizia, può portare un Pubblico ministero a formulare oggi un’accusa in un processo in cui domani egli stesso può essere giudice. Solo in Italia gli uffici di Pubblici ministeri e giudici sono gli stessi, altra offesa allo stato di diritto, al principio della terzietà del giudice rispetto alle parti: fatti che santificano la superiorità del Pubblico ministero rispetto agli organi della difesa, superiorità peraltro confermata dall’uso spregiudicato delle intercettazioni da parte dei giornali (di tutti, di destra come di sinistra) e da quel modo di fare giornalismo che considera, di riflesso, gli argomenti dell’accusa superiori a quelli della difesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre in Italia, è la politica ad essere sempre sotto accusa, ostaggio, per il tramite del binomio di successo magistratura-giornalismo, di una guerra politica fra opposte fazioni che palesa la natura politica e faziosa degli stessi organi di informazione e dello stesso ordine dei magistrati. Sempre in Italia il Parlamento, luogo dell&#8217;attività di numerosi ed organizzati magistrati, può essere usato come luogo di vacanza da parte di un qualsiasi magistrato che decida di dismettere temporaneamente la toga in vista di un futuro ritorno. Solo in Italia abbiamo una magistratura che è anche giudice di se stessa, in barba alle più banali regole dell’equilibrio fra poteri. Se il potere sanzionatorio appartiene all’organo di cui fanno parte i sanzionabili, come si può pretendere che questi vengano mai sanzionati se sgarrano? Come può un organo giudicare se stesso?</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, al di là di Silvio Berlusconi, credo che occorra avere l&#8217;onestà intellettuale di riconoscere questi fatti. Forse lui era l&#8217;unico che, anche solo per propri scopi, avrebbe potuto per effetto collaterale riformare la giustizia, apportando qualche beneficio al sistema, ai cittadini. Un insieme di fattori la cui analisi meriterebbe altro spazio (ma alcuni dei quali sono desumibili sopra), gliel&#8217;hanno impedito; non da ultimo la sua totale incapacità, o forse mancanza di fermezza e decisione &#8211; qualità che un politico dovrebbe possedere &#8211; di tradurre in pratica i punti fondamentali del programma di governo sulla base del quale gli elettori gli hanno dato la fiducia ben tre volte.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche anno fa, intervenendo alla trasmissione Otto e Mezzo su La7, Ernesto Galli della Loggia affermò con acume che la cosa peggiore per un politico è non esercitare il potere di cui dispone. Questo credo sia stato il peccato più grave commesso da Berlusconi da quando è entrato in politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Alberto Gasparetto</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La torta è finita, e adesso?</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Aug 2011 10:03:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Freud</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[Pronti? Via! Questa estate porterà di certo un sacco di belle novità: stabilità nell’esecutivo, riforme intelligenti e strutturate, una serie di politiche sociali ragionate&#8230;magari! Anche per il 2011 si assiste al solito parla-parla, con una novità: quest’anno i proclami e le promesse roboanti hanno lasciato il posto a messaggi che, fino a non molto tempo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.come2discuss.net/wp-content/uploads/2011/08/torta-di-compleanno1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2396" src="http://www.come2discuss.net/wp-content/uploads/2011/08/torta-di-compleanno1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Pronti? Via! Questa estate porterà di certo un sacco di belle novità: stabilità nell’esecutivo, riforme intelligenti e strutturate, una serie di politiche sociali ragionate&#8230;magari! Anche per il 2011 si assiste al solito parla-parla, con una novità: quest’anno i proclami e le promesse roboanti hanno lasciato il posto a messaggi che, fino a non molto tempo fa, erano bollati come catastrofisti. Si inizia a parlare di crisi, si comincia a parlare di politiche non ottimali, si è persino arrivati a dire che forse, ma solo forse, in Italia c’è qualcosa che non va e che ,in fin dei conti, a noi non va poi tanto meglio rispetto agli altri Paesi UE. Le spiegazioni possibili sono solo 2: o la micidiale combinazione caldo+umidità è tremendamente più intensa degli altri anni, oppure anche i più miopi finalmente iniziano a vedere. Il problema però è che ora che tutti, ma proprio tutti, sanno che nel mondo spira la leggera brezza della crisi, si tenta di affrontarla, come sempre, all’italiana. Spazio dunque a rimedi i cui nomi altisonanti in realtà nascondono, in realtà, ricette ormai muffite, che vanno a colpire sempre i soliti. Avanti quindi con una stretta sulle pensioni (un ramo che da troppo tempo non si toccava), sotto con liberalizzazioni selvagge e con deregolamentazioni che definire senza senso è un eufemismo (è permesso tutto ciò che non è vietato), forza con una forzata cecità assoluta verso quelle che potrebbero essere le vere misure per la crescita. Ora è tutto un fiorire di “patti generazionali”, “promesse per il futuro” e “rimedi sicuri” contro quello che fino a 6 mesi fa veniva bollato come inesistente. Ok, mi si dirà che è facilissimo criticare senza proporre, ecco perchè adesso, per dovere di correttezza, snocciolerò la mia, personale ricetta per uscire da questo pantano. Innanzi tutto l’abolizione di tutti gli statuti speciali, anacronistici residuati che non hanno più senso di esistere; lotta senza quartiere all’evasione fiscale; tassazione sui grandi redditi (superiori a 500mila €) e sulle grandi rendite azionarie (misure da mettere a regime e non da attuare un tantum); riduzione significativa del numero dei parlamentari e dei loro privilegi (mantenendo un sistema di bicameralismo perfetto); taglio ai finanziamenti delle missioni all’estero (improponibili per un Paese come il nostro); sanatoria per gli immigrati. Da queste voci di risparmio si potrebbero ricavare i fondi per incentivi adeguati all’occupazione giovanile (attualmente il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è il più alto d’Europa), si potrebbe rilanciare il sistema scolastico italiano a tutti i livelli, si riuscirebbe a dare nuovo slancio alla ricerca, settore fondamentale per la crescita e la stabilità di un Paese. Tutto questo sarebbe bello, utopico, ma bello. A mio personalissimo parere la politica italiana, in generale, non è in grado di pensare in maniera prospettica e ragionata, ma si comporta come u gruppo di bambini davanti a una torta: dapprima ci si butta tutti sul grande dolce, lo si divora fino all’ultima fetta. Poi però quando il dolce non c’è più e non ci sono nemmeno gli ingredienti per poterlo rifare rimane solo un rimedio: ogni piccolo bambino vomita la sua porzione così che il banchetto possa ricominciare.</p>
<p>Giovanni</p>
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		<title>Mashaei, chi è costui? Lo scontro per il potere in Iran continua</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Aug 2011 10:28:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Gasparetto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Int.]]></category>

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		<description><![CDATA[Probabilmente, per capire qualcosa del perdurante scontro al vertice delle istituzioni in Iran occorre approfondire lo sguardo su Esfandiar Rahim-Mashaei. Sullo sfondo del teatro politico si stagliano le elezioni Presidenziali del 2013. Ahmadinejad sa di non poter concorrervi in quanto la Costituzione Iraniana modificata nel 1989 pone il limite massimo di due mandati consecutivi. Così, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Probabilmente, per capire qualcosa del perdurante scontro al vertice delle istituzioni in Iran occorre approfondire lo sguardo su Esfandiar Rahim-Mashaei. Sullo sfondo del teatro politico si stagliano le elezioni Presidenziali del 2013. Ahmadinejad sa di non poter concorrervi in quanto la Costituzione Iraniana modificata nel 1989 pone il limite massimo di due mandati consecutivi. Così, Mashaei potrebbe essere l’asso nella manica che Ahmadinejad intende sfoderare per prolungare la sua presa sul potere esecutivo. Per essere ammesso a concorrere dovrà superare il vaglio del Consiglio dei Guardiani e vista la resistenza che l’attuale Presidente sta da tempo opponendo alla Guida è probabile attendersi una sua bocciatura. Lo scontro continua…</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nato nel 1960, Mashaei è, oltre che il consuocero di Ahmadinejad (sua figlia ha sposato il figlio di questi), anche suo amico e collaboratore. Nel luglio 2009, in seguito alle elezioni Presidenziali, Ahmadinejad lo ha nominato Primo vice-presidente, ma è stato immediatamente costretto a rinunciare alla carica poiché non gradito a Khamenei. Secondo la Costituzione, infatti, la nomina dei Ministri spetta al Presidente (art. 133), ma una consuetudine non scritta attribuisce alla Guida il potere di sindacare questa scelta<a href="#_ftn1">[1]</a>. Ciononostante, Ahmadinejad ha provveduto senza esitazioni a promuoverlo al vertice del suo staff.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo schema che delinea il rapporto di subordinazione che lega il Presidente alla Guida<a href="#_ftn2">[2]</a> si è riproposto almeno in un’altra importante occasione nella storia recente della Repubblica Islamica e ha avuto ad oggetto la disputa sulla tentata rimozione del Ministro dell’Intelligence e della Sicurezza Nazionale Heydar Moslehi, personaggio ritenuto vicino a Khamenei<a href="#_ftn3">[3]</a> ed unico Ministro che non era stato licenziato nel passaggio dal primo al secondo mandato di Ahmadinejad. Nell’aprile 2011 il Presidente lo aveva congedato senza un preciso motivo, ma Khamenei lo aveva formalmente reintegrato nella sua posizione, confortato anche da un parere favorevole espresso dal Parlamento. Per ripicca, Ahmadinejad ha disertato le riunioni di Gabinetto per diversi giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ opportuno ricordare che già nel dicembre 2010 Ahmadinejad aveva provveduto a scaricare il Ministro degli Esteri Manouchehr Mottaki, anch’egli come Moslehi vicino a Khamenei, sostituendolo con Ali Akbar Salehi, ex-capo dell’Organizzazione Iraniana per l’energia atomica e personaggio più prossimo ai neoconservatori.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ plausibile concludere, perciò, che le mosse di Ahmadinejad siano state avvertite da Khamenei e dall’<em>élite</em> conservatrice tradizionalista<a href="#_ftn4">[4]</a> come il tentativo di procedere ad un totale controllo su un settore chiave qual è la politica estera, soprattutto in vista delle prossime elezioni parlamentari previste per il 2012<a href="#_ftn5">[5]</a>. A questa sfida Khamenei ha risposto ricorrendo alle prerogative che in Iran assegnano alla Guida poteri sostanzialmente illimitati. Ma la resistenza oppostagli da Ahmadinejad, che è recentemente tornato ad insistere sulla nomina di Mashaei a vice-presidente, ha acuito ulteriormente i rapporti fra le due istituzioni principali del Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ormai quasi insanabile scontro per il potere in atto in Iran vede nella figura di Mashei, nelle sue dichiarazioni e nelle sue mosse, una delle chiavi principali del contendere. Capo dell’Organizzazione per il turismo durante il primo mandato di Ahmadinejad, si era reso protagonista di alcune vicende che avevano provocato gli anatemi da parte dell’establishment clericale. Nella campagna per le elezioni del 2005, Ahmadinejad aveva promesso tra le altre cose un più attivo ruolo della donna nella società, pur nel pieno rispetto dei valori islamici a cui si richiamava fortemente e senza mettere in discussione la questione del velo. In un viaggio in Turchia nel dicembre 2005, Mashaei aveva partecipato ad una manifestazione culturale nella quale delle donne avevano messo in scena un ballo tradizionale, un fatto assolutamente vietato nell’Iran fondamentalista. Nel 2008 a Tehran aveva presenziato ad una manifestazione in cui delle donne suonavano mentre una di loro recitava versi del Corano. I chierici avevano così rinnovato le critiche a Mashaei per un atto considerato oltraggioso nei confronti del Libro sacro. Come se non bastasse, recentemente ha rilasciato dichiarazioni su Israele ritenute assolutamente dannose per l’ideologia di regime: «nessuna nazione al mondo è nostra nemica. Oggi l’Iran è amico sia del popolo americano che di quello israeliano e ne siamo onorati». Invitato a commentare queste parole, Ahmadinejad ha preferito difendere Mashaei il quale ha ribadito in una seconda occasione il concetto<a href="#_ftn6">[6]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ahmadinejad si è sempre contraddistinto per il populismo cui ricorre sia in politica interna, avendo fin dal 2005 posto l’enfasi sulla giustizia sociale, sul sostegno ai diseredati e sulla lotta alla corruzione – in sottile polemica con l’establishment clericale il cui marciume è rappresentato, nell’immaginario collettivo, dal potente Rafsanjiani – ed in politica estera, al punto che negli ultimi tempi sembra aver accettato l’idea di un dialogo con l’Occidente non tanto per una quanto mai inedita intesa col “Grande Satana”, ma per ragioni di consenso interno<a href="#_ftn7">[7]</a>. La stretta intesa fra Ahmadinejad e Mashaei, che si dice ricordi il binomio Putin-Medvedev<a href="#_ftn8">[8]</a>, fa ritenere a molti che il primo stia puntando sulla vittoria del secondo alle elezioni presidenziali in modo tale da continuare ad esercitare un pur minimo controllo sulle leve del potere esecutivo. Non è peraltro da escludere l’eventualità che il Consiglio dei Guardiani, abilitato a sindacare i requisiti dei concorrenti alle elezioni, bocci la candidatura di Mashaei.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi ingredienti hanno inevitabilmente surriscaldato il clima politico. Le ambizioni di Ahmadinejad ed il suo populismo, da sempre visti con sospetto dall’<em>élite</em> clericale, vengono in questa fase percepiti come una minaccia, soprattutto se associati alla sua relazione con Mashaei. Quest’ultimo è propugnatore di un’idea di Iran in cui la religione è relegata ad un piano secondario rispetto all’identità nazionale, all’iranità. Effettivamente, Mashaei sta utilizzando una carta molto potente e, per ciò stesso, assai rischiosa per l’establishment. L’identità persiana è fortemente sentita in Iran e affonda le proprie radici in oltre 2.500 anni di storia. Non è un caso se nel 2010 Mashaei si era mosso attivamente per ottenere sul territorio iraniano il Cilindro di Ciro, in prestito dal British Museum di Londra. Il manufatto, ritenuto il primo documento al mondo sui diritti umani, è stato esposto al pubblico iraniano per sei mesi a cavallo fra il 2010 ed il 2011 e ha richiamato un milione di visitatori, ma l’evento è stato boicottato dal clero<a href="#_ftn9">[9]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo il professor Hushang Amirahmadi, presidente del Consiglio per le relazioni fra Iran e Stati Uniti, all’impopolarità dell’<em>élite</em> clericale e dell’ideologia islamista fa da contraltare la grossa popolarità, peraltro da sempre segno distintivo degli iraniani, riscossa dall’identità nazionale<a href="#_ftn10">[10]</a>. L’Iran è sempre stato un Paese consapevole di trovarsi in una situazione di eccezionalismo: una nazione persiana in un mondo arabo; un Paese sciita in una regione a stragrande maggioranza sunnita. Le rivalità con Paesi quali Egitto, Iraq e Arabia Saudita hanno sempre avuto la meglio sull’ostilità verso Israele, un’ostilità tattica e di convenienza che non rende ragione dei legami profondi esistenti in realtà fra i due Paesi<a href="#_ftn11">[11]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Le posizioni espresse da Mashaei e avallate tacitamente da Ahmadinejad si rivelano, così, come una sfida pericolosa per il regime e per Khamenei. Se l’ideologia nazionalista, non ancora accettata ufficialmente dagli iraniani, dovesse conquistarli, per i chierici le cose si metterebbero male. Il Paese ha bisogno di libertà e di rilancio dell’economia, esprime un forte desiderio di apertura e nutre un profondo risentimento verso una Rivoluzione islamica che ha tradito ormai da anni le promesse. Ciò non significa che la religione verrà tolta di mezzo, vuol dire essenzialmente che il modo in cui l’<em>élite</em> l’ha utilizzata – cioè uno strumento per la conservazione del potere e dei privilegi –  è ormai inviso alla popolazione. Anche per questo motivo, Ahmadinejad ha recentemente abbracciato la “politica dell’Imam nascosto”<a href="#_ftn12">[12]</a>, affermando di essere in contatto col Mahdi e di operare in sua vece. Un’iniziativa che, annunciando la fine dell’Occultazione, gli consente di utilizzare la religione ai propri fini, cioè per delegittimare i custodi della Verità religiosa, quella che poggia sul <em>velayat-e faqih</em> (governo del giureconsulto). Discorso che ha dato modo ai chierici stretti attorno a Khamenei di replicare evocando lo spettro della magia nera esercitata da Mashaei su Ahmadinejad. Concetti che dovrebbero servire a recuperare quel po’ di legittimità di cui il clero, delegittimato da anni di mero arroccamento al potere, soffre la mancanza.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ evidente però che l’uso della religione declinata in termini diversi rispetto all’ideologia ufficiale del regime e il ricorso sempre più notevole al nazionalismo, sotto la spinta e l’esempio di Mashaei, si caratterizzano come risorse fertili per mietere quel consenso che inevitabilmente si rivelerà necessario in occasione degli appuntamenti elettorali del 2012 e del 2013. La carta nazionalista (e quindi “laica”) potrebbe essere quella leva che scuoterà i cittadini iraniani, stanchi dell’oppressione; se nuove parole d’ordine sapranno sposarsi con la domanda di libertà che proviene da una società fondamentalmente giovane che pochissimo ha da condividere con una gerontocrazia religiosa abbarbicata al potere da oltre trent’anni e se l’onda delle rivolte arabe echeggiasse all’interno dei confini del Paese, potrebbe formarsi un nuovo fronte formato da milioni di giovani e donne che bussano alle porte della modernità. Forse proprio le rivolte nella regione e le stesse sorti del vicino alleato siriano potrebbero essere le variabili intervenienti utili a far vacillare il potere assolutista degli islamisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Alberto Gasparetto</p>
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<p><a href="#_ftnref">[1]</a> See <em>Iran&#8217;s president and supreme leader in rift over minister&#8217;s reinstatement</em>” Guardian, 27 April 2011, at <a href="http://www.guardian.co.uk/world/2011/apr/27/iran-president-supreme-leader-rift">http://www.guardian.co.uk/world/2011/apr/27/iran-president-supreme-leader-rift</a>. Retrieved 17 August 2011. As article 133 provides, after being appointed by the President, Ministers have to be presented to the Assembly for a vote of confidence.</p>
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<div style="text-align: justify;">
<p><a href="#_ftnref">[2]</a> Such a relation between the President and the Leadership is legitimized in Constitution (art. 60).</p>
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<p><a href="#_ftnref">[3]</a> See <em>Iran&#8217;s president and supreme leader in rift over minister&#8217;s reinstatement</em>” Guardian, 27 April 2011, at <a href="http://www.guardian.co.uk/world/2011/apr/27/iran-president-supreme-leader-rift">http://www.guardian.co.uk/world/2011/apr/27/iran-president-supreme-leader-rift</a>. Retrieved 17 August 2011.</p>
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<p><a href="#_ftnref">[4]</a> Traditionalist conservatives belong to what is dubbed “old guard”, the faction next to Khamenei, in opposition to the “new guard”, the faction next to Ahmadinejad and to the military forces who are also known as the neoconservatives. For further details about political factionalism and the emergence of neocons in Iranian politics, see Anoushiravan Ehteshami and Majoob Zweiri, <em>Iran and the rise of its neoconservatives. The politics of Tehran’s silent revolution</em>, I.B. Tauris, London-New York, 2008.</p>
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<p><a href="#_ftnref">[5]</a> [5] See <em>Iran&#8217;s president and supreme leader in rift over minister&#8217;s reinstatement</em>” Guardian, 27 April 2011, at <a href="http://www.guardian.co.uk/world/2011/apr/27/iran-president-supreme-leader-rift">http://www.guardian.co.uk/world/2011/apr/27/iran-president-supreme-leader-rift</a>. Retrieved on 17 August 2011.</p>
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<p><a href="#_ftnref">[6]</a> See Farhang Jahanpour, <em>Is Iran Next? Supreme Leader Versus Ahmadinejad</em><em>, </em>9 May 2011 at <a href="http://www.payvand.com/news/11/may/1079.html">http://www.payvand.com/news/11/may/1079.html</a>. Retrieved 19 August 2011.</p>
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<p><a href="#_ftnref">[7]</a> See Suzanne Maloney and Ray Takeyh, <em>Ahmadinejad’s Fall, America’s Loss</em>, New York Times, 15 June 2011, at <a href="http://www.nytimes.com/2011/06/16/opinion/16Takeyh-Maloney.htm">http://www.nytimes.com/2011/06/16/opinion/16Takeyh-Maloney.htm</a>. Retrieved 18 August 2011.</p>
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<div style="text-align: justify;">
<p><a href="#_ftnref">[8]</a> See Farhang Jahanpour, <em>Is Iran Next? Supreme Leader Versus Ahmadinejad</em><em>, </em>9 May 2011 at <a href="http://www.payvand.com/news/11/may/1079.html">http://www.payvand.com/news/11/may/1079.html</a>. Retrieved 19 August 2011.</p>
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<div style="text-align: justify;">
<p><a href="#_ftnref">[9]</a> See <a href="http://www.guardian.co.uk/profile/saeedkamalidehghan">Saeed Kamali Dehghan</a>, Ahmadinejad grooms chief-of-staff to take over as Iran&#8217;s president, 21 April 2011, at <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.guardian.co.uk/world/2011/apr/21/ahmadinejad-iran-successor-wikileaks">http://www.guardian.co.uk/world/2011/apr/21/ahmadinejad-iran-successor-wikileaks</a>. </span>Retrieved 18 August 2011.</p>
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<div style="text-align: justify;">
<p><a href="#_ftnref">[10]</a> See Robert Tait, <em>Iranian President&#8217;s New &#8216;Religious-Nationalism&#8217; Alienates Hard-Line Constituency</em>, at <a href="http://www.payvand.com/news/10/aug/1184.html">http://www.payvand.com/news/10/aug/1184.html</a>. Retrieved 19 August 2011.</p>
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<div style="text-align: justify;">
<p><a href="#_ftnref">[11]</a> For further details see Trita Parsi, <em>Treacherous alliance</em>, Yale University Press, 2007.</p>
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<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[12]</a> See Ali Chenar, <em>The politics of the Hidden Imam</em>, at <a href="http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/tehranbureau/2011/07/the-politics-of-the-hidden-imam.html">http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/tehranbureau/2011/07/the-politics-of-the-hidden-imam.html</a>. Retrieved 17 August 2011.</p>
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		<title>Scontro al vertice del potere in Iran</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jul 2011 20:19:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Gasparetto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni Int.]]></category>

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		<description><![CDATA[La Guida della Rivoluzione Islamica ha decretato l’istituzione del Consiglio per la risoluzione delle dispute fra Governo, Parlamento e potere giudiziario. Il nuovo organo, composto da cinque membri, sarà presieduto dall’Ayatollah Seyyed Mahmoud Hashemi Shahroudi (già a capo del potere giudiziario fra il 1999 ed il 2009) e si aggiungerà alla già folta pletora di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.come2discuss.net/wp-content/uploads/2011/07/ahmadinejad-khamenei-110624184545_medium.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2419" title="ahmadinejad-khamenei-110624184545_medium" src="http://www.come2discuss.net/wp-content/uploads/2011/07/ahmadinejad-khamenei-110624184545_medium-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a>La Guida della Rivoluzione Islamica ha decretato l’istituzione del Consiglio per la risoluzione delle dispute fra Governo, Parlamento e potere giudiziario. Il nuovo organo, composto da cinque membri, sarà presieduto dall’Ayatollah Seyyed Mahmoud Hashemi Shahroudi (già a capo del potere giudiziario fra il 1999 ed il 2009) e si aggiungerà alla già folta pletora di organi che compongono l’intricata architettura costituzionale del sistema politico iraniano.</p>
<p style="text-align: justify;">La decisione di Khamenei può essere interpretata come una mossa tattica sia per emarginare l’ex Presidente Rafsanjiani che per contrastare il potere in ascesa dell’attuale presidente Ahmadinejad. Inoltre, stando alla lettura fornita da <a href="http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/tehranbureau/2011/07/khamenei-moves-to-limit-damage-to-his-absolute-power.html" target="_blank">alcune fonti</a>, Shahroudi viene indicato come potenziale successore di Khamenei al vertice del potere quando questi uscirà di scena. La mossa di Khamenei arriva in un momento in cui è cruciale riacquistare il peso progressivamente perduto a causa della prepotente ascesa dell’ala militare dei neoconservatori. La partita fra le due principali fazioni attualmente al potere è solo all’inizio.</p>
<p style="text-align: justify;">Da un lato, Khamenei potrebbe mirare all’indebolimento di Ali Akbar Hashemi Rafsanjiani, uno degli uomini più potenti in Persia e padrone di un impero economico che ha saputo costruire affermandosi nel mercato del pistacchio. L’ex Presidente della Repubblica e dell’Assemblea degli Esperti (organo che in Iran ha il potere di nominare e di destituire la Guida) è attualmente a capo del Consiglio per il discernimento, l’organo a legittimazione religiosa che era stato istituito da Khomeini nel 1988 per dirimere i conflitti fra il Parlamento e il Consiglio dei Guardiani. Ma la sua autorità si è affievolita in seguito alle elezioni presidenziali del 2005 quando gli iraniani gli preferirono l’attuale Presidente Ahmadinejad. La stagione del riformismo aveva deluso l’elettorato che in massa decise di punirlo per la cattiva fama che si era fatto di uomo potente e corrotto. Un personaggio, dunque, già largamente inviso alla popolazione e ormai anziano (ha 77 anni).</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’altro lato, il principale avversario di Khamenei sembra proprio essere Mahmoud Ahmadinejad. L’attuale Presidente della Repubblica è anagraficamente più giovane della vecchia guardia (è nato nel 1956) e non appartiene direttamente alle fazioni che hanno governato il Paese fino al 2005. Egli proviene dai <em>Pasdaran</em> – il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Army_of_the_Guardians_of_the_Islamic_Revolution" target="_blank">Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica</a> a cui aderisce nella metà degli anni Ottanta, in pieno conflitto contro l’Iraq – e spiritualmente è legato all’Ayatollah ultraconservatore Mesbah-Yazdi, un fiero avversario dell’autorità e del potere di Khamenei. Da quando Ahmadinejad è diventato Presidente della Repubblica, Khamenei lo ha in diverse circostanze spalleggiato glorificando il suo governo come il migliore dai tempi della rivoluzione del 1906 e, cosa ancora più rilevante, sostenendolo in occasione del golpe operato in seguito alle elezioni del 2009.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è proprio a partire dal secondo mandato di Ahmadinejad che il rapporto fra i due comincia a scricchiolare ed a rendere evidente la frattura fra &#8220;partito dei turbanti&#8221; e &#8220;partito degli elmetti&#8221; la cui alleanza alle elezioni del 2005 aveva potuto essere stretta solo in funzione tattica anti-riformista. Il casus belli è stata la nomina a vice-Presidente di Esfandiar Rahim Mashaei, fidato amico di Ahmadinejad ma uomo inviso all&#8217;establishment conservatore tradizionalista per le sue posizioni su Israele, giudicate morbide, e per la sua ostilità al principio del <em>velayat-e faqih</em>. Lo stretto rapporto fra Mashaei e Ahmadinejad che secondo alcuni ricorderebbe l&#8217;accoppiata russa Putin-Medvedev, farebbe presupporre una strategia politica di conservazione del potere che non trova d&#8217;accordo Khamenei. In realtà, la Guida dispone del potere costituzionale di scaricarlo ma sembra che Khamenei non ne approfitti per evitare uno scontro aperto il cui esito sarebbe difficilmente determinabile. Spodestare Ahmadinejad in maniera plateale risulterebbe, perciò, un&#8217;operazione non scevra da rischi, anche se da un po&#8217; di tempo a questa parte alcune forze come gli stessi <a href="http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1780" target="_blank"><em>Pasdaran</em> e i <em>Basiji</em> sono tornati a manifestare il proprio sostegno alla Guida</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’immagine di coesione e di sostanziale omogeneità con cui spesso noi occidentali pensiamo al mondo islamico e, nel caso particolare, all’Iran sconta un difetto di semplificazione. All’interno del Paese vi è infatti un rigido fazionalismo che rende dialettico, quando non addirittura conflittuale, il rapporto fra gruppi sociali e politici. L’ascesa progressiva dell’ala dei militari protetti da una cerchia di Ayatollah che critica aspramente la leadership di Khamenei può aver spinto la Guida a riprendere il timone del regime. Se ai tempi della Presidenza Khatami il programma riformista poteva essere reso nullo dal potere sostanzialmente censorio degli organi a legittimazione religiosa (Consiglio dei Guardiani <em>in primis</em>), oggi i conservatori tradizionalisti si trovano di fronte ad una fazione neoconservatrice assai più forte, che ha progressivamente acquisito il controllo delle varie arene del potere. Questo elemento non va sottovalutato poiché in assenza di un blocco unico e coeso, le questioni religiose, che pure spesso in politica vengono usate in maniera strumentale come mezzo di legittimazione delle <em>élite</em>, potrebbero giocare, soprattutto in questa congiuntura storica, un ruolo decisivo, come tra poco verrà illustrato.</p>
<p style="text-align: justify;">Molteplici sono i punti di contrasto fra la fazione neoconservatrice ed i conservatori tradizionalisti. In economia, se i primi sono interventisti, i secondi lasciano più spazio all’iniziativa privata; nella sfera sociale, invece, l&#8217;<em>issue</em> più cara ai neoconservatori è la giustizia sociale direttamente rivolta ai <em>mostazafin</em> (i diseredati). Benché non collimante perfettamente con la predetta distinzione, si registra, infine, un irriducibile disaccordo a proposito delle questioni più propriamente religiose. A questo proposito vale la pena di aprire una parentesi.</p>
<p style="text-align: justify;">In Iran è dominante la tradizione duodecimana, una frazione largamente maggioritaria nello sciismo che crede nel ritorno dell’Imam Muhammad ibn al-Hasan detto il <em>Mahdi</em> (l’”atteso”), misteriosamente scomparso nell’874. Secondo la credenza, la linea del potere si sarebbe interrotta in quel momento e ogni governo successivo sarebbe illegittimo. In assenza del Mahdi, che continuerebbe a comunicare col mondo attraverso dei luogotenenti (<em>wakil</em>), una qualche forma di potere, di governo e di ordine sarebbe comunque stata accettata e giudicata necessaria, ma nella costante attesa della ricomparsa dell’Imam. E&#8217; questa la posizione quietista che ha molto in comune con la dottrina elaborata in campo sunnita da Abu Hamid al Ghazali (1058-1111), teologo e giurista islamico medioevale, e che trova fondamento in quella tradizione coranica secondo cui “la <em>fitna</em> è peggio dell’uccidere”</p>
<p style="text-align: justify;">Con la Rivoluzione del 1979, Khomeini introduce il principio del <em>velayat-e faqih</em> (letteralmente, il &#8220;governo del giureconsulto&#8221;) di cui si serve per promuovere l’impegno politico diretto del clero. Esso incontra una fiera avversione in una gran parte dell&#8217;alto clero sciita poiché si pone quale radicale innovazione rispetto alla tradizione quietista. Ciononostante, finché Khomeini rimane in vita, anche il <em>velayat-e faqih</em> sopravvive, pur ricevendo, verso la fine degli Anni Ottanta, le sempre più pesanti critiche da parte dell&#8217;uomo designato alla successione, l’Ayatollah Ali Montazeri. Per questa ragione, allo scopo di preservare il principio e, di conseguenza, per rilanciare la Rivoluzione stessa, Khomeini decide di screditare Montazeri appoggiando Ali Khamenei (l&#8217;attuale Guida) che però non possiede i requisiti per potergli succedere, in quanto è un semplice <em>hojjatoleslam</em> (un chierico di medio rango) e non un <em>Ayatollah</em> (chierico di alto rango che ha completato gli studi superiori); a rigor di logica, quindi, non potrebbe essere riconosciuto come <em>marja-e taqlid</em> (&#8220;fonte di emulazione&#8221;) da parte del clero sciita, né assumere il ruolo di guida politica e religiosa della comunità dopo Khomeini. Ma la delegittimazione del principio del <em>marja-e taqlid</em> renderà possibile a Khomeini sostenere Khamenei, il quale si attirerà le critiche di gran parte degli esponenti dell&#8217;alto clero sciita &#8211; tra cui lo stesso mentore di Ahmadinejad, l&#8217;Ayatollah Mesbah Yazdi &#8211; che ancor oggi, pur nel rispetto della dottrina del <em>velayat-e faqih</em>, sono fieri avversari della sua autorità.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ anche per tale ragione che si spiega la cosiddetta “<a href="http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/tehranbureau/2011/07/the-politics-of-the-hidden-imam.html" target="_blank">politica dell’Imam nascosto</a>”, il tentativo astuto operato da tempo dal Presidente Ahmadinejad di accreditare il proprio governo come il governo dell’attesa dell’Imam scomparso. Com&#8217;è stato osservato poc&#8217;anzi, la Rivoluzione del 1979 ha parzialmente modificato questa credenza poiché, con l’introduzione del principio del <em>velayat-e faqih</em>,<em> </em>Khomeini ha potuto legittimare il proprio potere affermandone il carattere islamico e quindi giusto in sostituzione dell&#8217;Imam nascosto. Il gesto di Ahmadinejad assume così un straordinario valore simbolico: è una sfida diretta alla figura di Khamenei la cui autorità poggia su un principio che, vista la sua provvisorietà, finisce per essere invalidato dall&#8217;ormai imminente arrivo del Mahdi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ahmadinejad ha vinto le elezioni nel 2005 ponendosi in radicale alterità rispetto a chi aveva governato precedentemente l’Iran. Non disdegnando la parola d’ordine del riformismo – un’idea che nonostante il fallimento khatamista aveva conquistato la popolazione – ha saputo con scaltrezza declinarlo in termini di giustizia sociale e di moralità, la cui urgenza era fortemente avvertita dalle stesse masse deluse dall’esperienza riformista. Da quando è al potere, Ahmadinejad ha con costanza posto l’accento su questi temi, affermando coerentemente che la lotta alla povertà e alla corruzione avrebbero accelerato la fine dell’Occultazione e l’arrivo ormai prossimo del governo giusto, stabilendo così un&#8217;analogia fra sé e la figura del <em>wakil</em>. Di fronte a questioni quali lo scontro con l&#8217;Occidente e con Israele, la crisi economica e l&#8217;isolamento di cui l&#8217;Iran ormai soffre da anni, la corruzione di larga parte dell&#8217;establishment clericale, il periodo cominciato con la presidenza Ahmadinejad funge, nella retorica dell&#8217;ex sindaco di Tehran, da fase preparatoria alla ricomparsa definitiva dell&#8217;Imam occultato.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei giorni scorsi ricorreva l’anniversario della nascita del dodicesimo Imam: se Ahmadinejad, che in diversi suoi discorsi ha enfatizzato la prossimità della fine dell’Occultazione, dovesse conquistare le masse promuovendo<a href="http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/tehranbureau/2011/07/the-politics-of-the-hidden-imam.html" target="_blank"> l’idea che il suo governo agisce nel nome del Mahdi</a>, egli potrà sfidare con maggiore facilità l’autorità di Khamenei, delegittimato dall’attacco diretto alla dottrina del <em>velayat-e faqih</em>. Come detto, la partita è solo all’inizio. Di quale sarà l’esito, saranno rivelatori gli appuntamenti elettorali che nel 2012 rinnoveranno il Parlamento e soprattutto le elezioni Presidenziali del 2013.</p>
<p style="text-align: justify;">Alberto Gasparetto</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Berlusconi liberale? Ma neanche per scherzo</title>
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		<pubDate>Sat, 07 May 2011 21:48:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>C2d</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO. Non sarà qui che definiremo una volta per tutte qual è il nucleo essenziale del liberalismo politico, ma almeno un chiarimento mi sento di darlo, nella mia modesta posizione di prof. di filosofia al liceo, tra l’altro non particolarmente esperto di filosofia politica ma che, insomma, qualche libro lo ha letto. A [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non sarà qui che definiremo una volta per tutte qual è il nucleo essenziale del liberalismo politico, ma almeno un chiarimento mi sento di darlo, nella mia modesta posizione di prof. di filosofia al liceo, tra l’altro non particolarmente esperto di filosofia politica ma che, insomma, qualche libro lo ha letto.</p>
<p style="text-align: justify;">A me risulta che il liberalismo (da Locke a Constant a Tocqueville, per poi arrivare a Mill e al ‘900, quando le cose si complicano) sia la dottrina: 1. della costituzione e dei diritti individuali, 2. del governo che si regge sul consenso (libero) e 3. del controllo reciproco tra i diversi poteri. A me hano insegnato che liberalismo vuol dire prima di tutto, come sintesi estrema di questi tre principi, “<span style="text-decoration: underline;">che nessuno deve avere tutto il potere</span>”. Lo spiegava bene Giovanni Sartori in un vecchissimo libro del ’69, <em>Democrazia e definizioni</em> (diventato nel ’93 <em>Democrazia. Cosa è</em>.) che scrisse quando davvero c’erano in giro i comunisti e che serviva soprattutto a spiegare che quella che i comunisti chiamavano “democrazia popolare” non era democrazia manco per niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può discutere molto su come questi principi vadano declinati, ma c’è un nucleo preciso in base al quale mi pare che ci voglia una certa miopia per saltare fuori periodicamente, come da qualche tempo fa l’amico <a href="http://www.come2discuss.net/2011/04/lestremismo-democratico-mascherato/" target="_blank">Gasparetto</a>, a cercare gli elementi che fanno della povera attuale opposizione al governo italiano, politica e d’opinione (PD e Repubblica), un gruppo politico illiberale che non si è ancora sbarazzato dei residui di bolscevismo che conserva nel dna.</p>
<p style="text-align: justify;">Soprattutto mi pare davvero sbagliato che si individui in questo, <a href="http://www.come2discuss.net/author/gas/" target="_blank">come Gasparetto da un po’va dicendo</a>, il problema centrale della politica italiana, quello che ci impedisce di avere una opposizione seria e propositiva che cerchi di battere Berlusconi politicamente e non nelle aule giudiziarie.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema di Berlusconi NON sono le sue idee, e l’opposizione radicale contro di lui non si deve alla contrarietà radicale ad esse. Molte delle cose che lui e alcuni dei suoi dicono (libertà di mercato, meno tasse, meno stato ecc…) stanno più o meno chiaramente dentro i canoni di una politica liberale classica. E magari sono anche condivisibili. Le condividono in misura più o meno ampia anche molti di coloro che non lo votano e che sono iscritti ad altri partiti. Per alcuni aspetti le condividono anche persone che stanno dentro al PD (Bersani, ma anche Salvati, oppure Giavazzi che ha una posizione particolare). Per alcuni aspetti le trovo molto ragionevoli io stesso e penso che qualunque sinistra occidentale dovrebbe confrontarsi seriamente con esse.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema della legittimità politica di Berlusconi capo del governo, come giustamente molti dicono da quando si è messo in politica, è proprio la sua posizione rispetto ai principi generali del liberalismo. Infatti una delle prime cose che la dottrina liberale classica chiaramente vieterebbe è proprio la concentrazione dei poteri, in particolare in mano al titolare del potere esecutivo. Oltre ad essere il capo del governo…</p>
<ol>
<li style="text-align: justify;">Berlusconi ha un potere economico enorme. E’ uno degli uomini più ricchi d’Italia. Citatemi nella storia dell’Europa<a href="file:///C:/Users/Dany/Desktop/Berlusconi%20liberale.doc#_ftn1">[1]</a> un caso simile di potere economico ramificato e diffuso in tanti settori il cui titolare diventa capo del governo. E’ la vecchia storia del conflitto di interessi che nessuno ha mai risolto e di cui non si può non vedere la rilevanza per mille aspetti, ultimo (ma solo ultimo) dei quali la compravendita dei parlamentari. La sinistra che non ha risolto il problema può avere <span style="text-decoration: underline;">questa</span> colpa, ma se <span style="text-decoration: underline;">io</span> sono fuori dalle regole il primo problema <span style="text-decoration: underline;">sono io</span>, non chi non è capace di farle rispettare. E intanto liberale non sono.</li>
<li style="text-align: justify;">Berlusconi ha fondato un partito in cui la sua leadership non è mai stata messa in discussione, in cui la struttura interna semplicemente trasmette alla base la volontà del vertice, in cui la distribuzione degli incarichi dipende ai livelli più alti direttamente dalla sua volontà e in cui il suo rapporto con gli iscritti è di tipo carismatico. In questo modo se vado al governo ho un controllo molto forte della mia maggioranza. Anche qui, se sono il capo di un partito simile liberale non sono.</li>
<li style="text-align: justify;">Berlusconi ha in mano un potere mediatico che è la vera chiave della sua tenuta presso l’opinione pubblica, come si è sempre visto dalla sua reazione tutte le volte che la politica ha provato a toccarlo. Il problema del potere mediatico non è discusso dai teorici dell’800 perché non c’era. Ma vedete cosa ne dice Popper, altro liberale e rigoroso anticomunista. Se ho tre reti (in una delle quali tengo per anni un direttore di TG che per prima cosa mi loda sperticatamente con grande continuità), ne controllo altre due statali e combatto con tutte le armi che ho la terza che mi critica, e in più ho un quotidiano e ne controllo un altro paio indirettamente<a href="file:///C:/Users/Dany/Desktop/Berlusconi%20liberale.doc#_ftn2">[2]</a>, anche qui sono gran poco liberale.</li>
<li style="text-align: justify;">Berlusconi ha attaccato la magistratura, l’unico potere che non controlla direttamente, in modo mai visto nella storia della Repubblica. In questa faccenda ci sono tanti aspetti complessi che solo il tempo e la storia forse chiariranno. Ma c’è in gioco il principio fondamentale per cui chi governa <span style="text-decoration: underline;">non</span> è al di sopra delle regole che valgono per gli altri, per cui io posso essere bravissimo e essere il salvatore della patria (mettiamo…), ma questo non mi autorizza a giocare con la finanza e il fisco oltre le regole, a comprare il giudizio sulle cause che mi vedono coinvolto, eccetera…  Prima di parlare, come tutti i seguaci di Berlusconi fanno, di persecuzione, Gasparetto pensi a quali dei comportamenti di Berlusconi permetterebbe al suo sindaco, al suo amministratore di condominio, all’insegnante di sua figlia. <span style="text-decoration: underline;">Pensi al fatto che Previti è stato condannato definitivamente perché come avvocato di Berlusconi ha corrotto un giudice per la faccenda Mondadori e che in quel processo per Berlusconi il reato è stato prescritto: nessuna assoluzione</span>. Pensi al falso in bilancio: a un amministratore di condominio che viene scoperto a truccare il bilancio ma poi riesce a far votare dall’assemblea di condominio un articolo del regolamento che esclude che questo sia un motivo buono per scegliersi un altro amministratore. E pensiamo a me, Berlusca, che so di essere perseguitato da cattivi magistrati comunisti ma non solo vado a puttane (pratica non illegale ma, come tutti sappiamo, al limite della legalità), ma anche chiamo la polizia per proteggerne una che oltre che zoccola è un po’ ladra, e poi per contorno metto in consiglio regionale lombardo una delle mie amanti alla quale affido tra l’altro la gestione di alcuni aspetti del mio giro di zoccole… Ma le zoccole non sono il problema, il problema è il conflitto tra i poteri, lo screditamento della magistratura, la diffusione di un atteggiamento di tolleranza verso l’illegalità diffusa e una riforma della giustizia che non ne tocca affatto i veri problemi, che certamente ci sono…</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Non ho detto niente di nuovo lo so. Solo che se Gasparetto viene a fare le pulci a Repubblica perché è ipocrita quando critica la famosa ipotesi di golpe di AsorRosa ma intanto non riconosce la piena legittimità del potere berlusconiano<a href="file:///C:/Users/Dany/Desktop/Berlusconi%20liberale.doc#_ftn3">[3]</a>, io dico che si sta tenendo stretto lo strabismo politico che è il vero problema della politica italiana e che impedisce a tanta gente anche onesta e in buona fede di discutere dei problemi e la porta a spendere tutte le proprie energie per difendere la posizione di un politico indifendibile. Il vero problema, anche per la destra, non è la sinistra illiberale. Qualcuno a sinistra alcune cose sul liberalismo le deve ancora capire, è vero (a me fa problema soprattutto pensare alla piazza come sbocco frequente e naturale della dialettica politica e non come risorsa eccezionale). Ma non vedere l’enormità del problema Berlusconi in chiave di liberalismo e soprattutto come macigno che sta al centro della politica italiana e che impedisce di affrontare i problemi finchè non si fa da parte<a href="file:///C:/Users/Dany/Desktop/Berlusconi%20liberale.doc#_ftn4">[4]</a>, per me significa essere tremendamente miopi. Sono pochi in Italia quelli che oggi non lo vedono. Quelli che all’estero non solo si scandalizzano per le zoccole, ma da tempo dicono che in Italia il problema è Berlusconi, non sono meschini invidiosi delle meraviglie del nostro leader e ignari della presenza di una sinistra ancora cattiva che lo costringe a ricorrere a mezzi estremi che lui mai, <em>porèto</em>, vorrebbe usare. E’ gente che ci vede e che non capisce come mai noi non vediamo<a href="file:///C:/Users/Dany/Desktop/Berlusconi%20liberale.doc#_ftn5">[5]</a>. E basta qui perché è fin troppo lunga.</p>
<p style="text-align: justify;">A. B.</p>
<div>
<hr size="1" />
<div style="text-align: justify;">
<p><a href="file:///C:/Users/Dany/Desktop/Berlusconi%20liberale.doc#_ftnref1">[1]</a> Negli USA la situazione è un po’ diversa: esiste una pluralità di potentati economici orientati politicamente in modo più o meno diverso e c’è un sacro rispetto non solo per la libertà della stampa ma per il rispetto di certe regole e di certa coerenza [cfr. Watergate e caso Clinton-Lewinski].</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a href="file:///C:/Users/Dany/Desktop/Berlusconi%20liberale.doc#_ftnref2">[2]</a> Poi naturalmente mi lamento del fatto che tutti i giornali mi criticano: per esempio Mattino, Messaggero e Gazzettino che sono di Caltagirone. Avete presente quanto è critico il Gazzettino verso Berlusca?</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a href="file:///C:/Users/Dany/Desktop/Berlusconi%20liberale.doc#_ftnref3">[3]</a> Prendendo le distanze da Asor Rosa, Mauro (dirett. di Repubblica) ha agito da perfetto liberale: ha rimesso in luce tutte le contraddizioni del berlusconismo che fanno della nostra situazione un caso limite per un sistema liberale, caso che sta in piedi solo sulla base del consenso popolare, molto importante ma non unica fonte di legittimazione, come ogni liberale sa, e si è rifiutato di accreditare l’idea che sia sensato parlare di colpo di stato. Ha fatto quello che un liberale fa in questa situazione, lavorare sull’opinione e cercare di modificare gli equilibri del consenso.</p>
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<div style="text-align: justify;">
<p><a href="file:///C:/Users/Dany/Desktop/Berlusconi%20liberale.doc#_ftnref4">[4]</a> Personalmente credo che Berlusconi avrebbe potuto nonostante tutto segnare un passaggio utile e importante per la politica italiana <span style="text-decoration: underline;">malgrado</span> tutto il suo potere, se lo avesse usato in altro modo e per un tempo determinato. Non ha mai dato segno di essere in grado e di avere intenzione di farlo. E comunque una simile concentrazione di potere sarebbe un problema per qualunque sistema liberale.</p>
</div>
<div>
<p style="text-align: justify;"><a href="file:///C:/Users/Dany/Desktop/Berlusconi%20liberale.doc#_ftnref5">[5]</a> Vedete questo sito:  <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php">http://www.noisefromamerika.org/index.php</a> . Sono economisti italiani che insegnano in America, non sono di sinistra, sono liberisti classici, conoscono benissimo l’Italia e parlano malissimo delle posizioni del PD sull’economia. Vedete cosa dicono qua e là del Berlusca e di come sia insensato che una destra moderna si tenga uno così come leader.</p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;estremismo democratico mascherato</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 19:15:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Gasparetto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; un tentativo subdolo e disonesto quello messo in atto oggi da Ezio Mauro (http://tv.repubblica.it/rubriche/repubblica-domani/l-errore-di-asor-rosa-per-colpire-repubblica/66306?video), ben più grave dell&#8217;editoriale di Alberto Asor Rosa di ieri. In sostanza il direttore del secondo più influente quotidiano politico del Bel Paese ha liquidato l&#8217;articolo scritto dall&#8217;intellettuale comunista definendolo una &#8220;sciocchezza politico-istituzionale&#8221;, &#8220;una cosa incomprensibile dal punto di vista [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">E&#8217; un tentativo subdolo e disonesto quello messo in atto oggi da Ezio Mauro (<a href="http://tv.repubblica.it/rubriche/repubblica-domani/l-errore-di-asor-rosa-per-colpire-repubblica/66306?video">http://tv.repubblica.it/rubriche/repubblica-domani/l-errore-di-asor-rosa-per-colpire-repubblica/66306?video</a>), ben più grave dell&#8217;editoriale di Alberto Asor Rosa di ieri. In sostanza il direttore del secondo più influente quotidiano politico del Bel Paese ha liquidato l&#8217;articolo scritto dall&#8217;intellettuale comunista definendolo una &#8220;sciocchezza politico-istituzionale&#8221;, &#8220;una cosa incomprensibile dal punto di vista democratico&#8221;, &#8220;un&#8217;imbecillità pericolosa&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi però, com&#8217;è uso nella linea politica di PD, IDV e Repubblica (cioè l’esressione politica, giornalistica ed intellettuale dell’Italia buona, corretta, moralmente adeguata), ha tratteggiato Berlusconi come un satrapo che compra i parlamentari, che gode di uno suo strapotere economico e mediatico, che è il padre della cultura populista, che è uno che si fa le leggi per salvarsi dai processi (fatto su cui si può convenire ma poi bisogna spiegare perché ciò accade, cioè l&#8217;evidente <em>fumus persecutionis</em> che aleggia su molti dei processi in cui è imputato).</p>
<p style="text-align: justify;">Afferma Ezio Mauro, per smarcarsi dalle accuse di chi accosta (secondo lui pretestuosamente: intendiamoci, sta parlando di Giuliano Ferrara) l’editoriale di Asor Rosa allo spirito di odio che promana ogni giorno dal quotidiano di cui Mauro stesso è direttore, “noi di Repubblica abbiamo sempre difeso la democrazia”, “noi abbiamo sempre difeso la legittimità del potere politico che Berlusconi con la sua bravura ha conquistato” (affermazioni da me leggermente riadattate).</p>
<p style="text-align: justify;">Peccato, invece, che Mauro non ci spieghi perché da molti mesi Repubblica va avanti pubblicando articoli costruiti su misura (contra personam) per offendere pubblicamente la dignità della persona di Silvio Berlusconi, auspicando, in sintonia con PD e IDV, che egli venga condannato per aver fatto il “bunga bunga” a casa sua; augurandosi, così, che la magistratura, condanni lui ed il Governo che presiede a levare le tende. Per via giudiziaria e non elettorale, come invece la democrazia vorrebbe.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco che la profonda scorrettezza intellettuale del discorso di Ezio Mauro diviene palese. E’ facile per lui demonizzare chi proclama un vero e proprio golpe attuato con il sostegno delle forze dell’ordine: storicamente sappiamo cosa vuol dire e numerosi esempi ce lo testimoniano. La soluzione che, invece, propone Repubblica è solo molto più raffinata, assai più “chic” – e per questo motivo è accolta con plauso da una grossa fetta di italiani – ma il risultato è il medesimo: eliminare Berlusconi dalla scena politica con ogni mezzo per ottenere (in maniera tutt’altro che democratica, fosse necessario dirlo!) il controllo (anche) politico del Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">L’unica differenza fra Asor Rosa ed Ezio Mauro è che il primo è uno dei pochi in Italia che ha ancora l’onestà intellettuale per definirsi “comunista”; gli altri suoi ex-compagni assai più numerosi, invece, da vent’anni si proclamano democratici, liberali e riformisti ma dimostrano di non avere nemmeno un grammo di cultura democratica, liberale e riformista.</p>
<p style="text-align: justify;">Alberto Gasparetto</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Diritti Umani e riduzionismo</title>
		<link>http://www.come2discuss.net/2011/04/diritti-umani-e-riduzionismo/</link>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 09:22:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Generale]]></category>

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		<description><![CDATA[Cosa sono i diritti umani? Penso sia una domanda interessante che merita una risposta, risposta che spero sia altrettanto interessante rispetto alla domanda. Ci sono varie correnti di pensiero che definiscono i diritti dell’uomo, che ne delimitano i contorni e gli ambiti, personalmente trovo interessante l’ipotesi dei diritti umani come connaturazione. In un certo senso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa sono i diritti umani? Penso sia una domanda interessante che merita una risposta, risposta che spero sia altrettanto interessante rispetto alla domanda.</p>
<p>Ci sono varie correnti di pensiero che definiscono i diritti dell’uomo, che ne delimitano i contorni e gli ambiti, personalmente trovo interessante l’ipotesi dei diritti umani come connaturazione. In un certo senso si tratta di un’ipotesi riduzionista che assimila i diritti all’essere umano e non li fa derivare dalla sua “umanità”. Andando più nel dettaglio si può dire che l’essere umano non acquisisce nuove diritti ex novo, ma vede (progressivamente?) riconosciute alcune sue prerogative che de facto sono insite ad esso in quanto essere.</p>
<p>Ne consegue che tutto ciò che viene considerato “diritto umano” non è un’estrinsecazione forzosa e, come molti pensano, spesso forzata, ma è in realtà un’espressione puramente umana della stessa umanità dell’uomo. Come si innesta in questo il riduzionismo? Partendo da una prospettiva come questa si può notare come i diritti oggetto di questa trattazione sono “riducibili” all’essere umano. Riducibili e non “riconducibili”, come si potrebbe ricondurre all’uomo una cosa che è già dell’uomo? Essi però posso essere ridotti all’uomo. Attenzione, in questa accezione che sto usando, “riduzione” non ha un significato negativo, anzi, questa parola assume una connotazione alta e valorizzante.</p>
<p>Per poterla capire bisogna andare a capire cosa si può intendere con riduzionismo. Per fare introduco la nozione di riduzionismo scientifico: con riduzionismo si intende l’assimilazione di una teoria T1 ad una teoria T2 che la ricomprende, la completa e la sviluppa andando a soppiantare la visione prima “limitata” della prima rispetto alla seconda.</p>
<p>Da questo punto di vista il ridurre i diritti umani alla “persona umana” rappresenta l’ampliamento dell’universo dell’umanità personale. La riduzione dei diritti all’uomo apre, in potenza e solo per chi è in grado di vederlo, nuove prospettive di riflessione e nuovi spunti di approfondimento, non in prospettiva scientista (una falsa pista che porta sempre sulle pericolose chine dell’applicazione di psuedo principi scientifici a questioni prettamente filosofiche), ma in prospettiva umanocentrica.</p>
<p>Dal mio punto di vista la connaturazione dei diritti umani all’uomo e la loro riduzione all’essere umano stesso è uno dei modi possibili per porre l’attenzione sull’uomo, sulla sua capacità e sul suo assoluto. L’essere umano come unità a sé stante originaria e non derivata dunque, con sue proprie prerogative native e non irraggiato da “aure” esterne.</p>
<p>Per rispondere dunque alla domanda iniziale, i diritti umani sono le espressioni della più vera umanità, con questa intendendo il nocciolo più profondo e troppo spesso tralasciato e calpestato dell’essere umano, inteso come essere assoluto a cui tutto è riducibile e connaturabile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giovanni</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Rassegna GLOCAL: Petrolio, sangue del mondo</title>
		<link>http://www.come2discuss.net/2011/03/rassegna-glocal-petrolio-sangue-del-mondo/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Mar 2011 07:25:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>C2d</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Generale]]></category>

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		<description><![CDATA[L’Associazione di promozione sociale GLOCAL presenta la rassegna: PETROLIO, SANGUE DEL MONDO
L’oro nero che ci scorre nelle vene: ambiente storia guerre economia geopolitica energia colonialismi
(a TRENTO)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’Associazione di promozione sociale GLOCAL presenta la rassegna:</p>
<h2 style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;"><strong>PETROLIO, SANGUE DEL MONDO</strong></span></h2>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;">L’oro nero che ci scorre nelle vene: ambiente storia guerre economia geopolitica energia colonialismi</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">TRENTO, c/o SALA SOSAT (via Malpaga 17) &#8211; SALA MARANGONERIE (C. Buonconsiglio) &#8211; TEATRO PORTLAND (via Papiria, 8 )</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LOCANDINA dettagliata</strong>: <a href="http://www.come2discuss.net/wp-content/uploads/2011/03/LOCANDINA-RASSEGNA-PETROLIO-SANGUE-DEL-MONDO.pdf" target="_blank"><img class="alignnone size-full wp-image-292" src="http://www.come2discuss.net/wp-content/uploads/2007/05/pdf_ico_small.jpg" alt="" width="36" height="36" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">STORIA / Venerdì 1 aprile, h 20.45 / SALA SOSAT<br />
<strong>«IL PETROLIO E L’ITALIA DA MATTEI AI GIORNI NOSTRI»</strong><br />
Quanto conta il petrolio in Italia? Una storia complicata, da Mussolini, a Mattei a Berlusconi. Inquadramento storico con BENITO LI VIGNI, giornalista, stretto collaboratore di Enrico Mattei, e autore dei libri Il caso Mattei: un giallo Italiano (2003), Le guerre del petrolio: strategia, potere, nuovo ordine mondiale (2004), In nome del petrolio. Da Mussolini a Berlusconi, gli affari italiani in Iraq (2006), I predatori dell’oro nero e della finanza globale (2009).</p>
<p style="text-align: justify;">GUERRE / Venerdì 8 aprile, h 20.45 / SALA SOSAT<br />
<strong>«VOCI E COLORI DAI PAESI IN GUERRA»</strong><br />
Un racconto a più voci sulle condizioni di vita nei tanti paesi coinvolti nei conflitti per lo sfruttamento del petrolio, introdotto dalla giornalista ANTONELLA NAPOLI, autrice del libro Voci e colori del Darfur (2010) e presidente dell’associazione Italians for Darfur. Con ABDELAZIM ADAM KOKO del Centro Astalli per i rifugiati di Trento e la viva testimonianza di alcuni migranti provenienti da quei paesi.</p>
<p style="text-align: justify;">revisioni / Mercoledì 13 aprile, h 20.45 / SALA SOSAT<br />
<strong>«SYRIANA»</strong><br />
Proiezione del film Syriana (2005), un avvincente thriller politico sull’influenza dell’industria petrolifera sugli equilibri internazionali, con George Clooney.</p>
<p style="text-align: justify;">AMBIENTE / Venerdì 15 aprile, h 20.45 / SALA SOSAT<br />
<strong>«IL “PICCO”: SIAMO AL PUNTO CRITICO?»</strong><br />
Quanto a lungo potremo ancora estrarre petrolio? Quanto il Peak Oil può influire sul nostro modello di sviluppo, sui nostri stili di vita, sul clima? Risponderà ANTONIO ZECCA, docente di Chimica Fisica dell’Atmosfera presso la facoltà di Scienze dell’Università di Trento, esperto di cambiamenti climatici e membro dell’Aspo Italia, Associazione per lo Studio sul Picco del Petrolio.</p>
<p style="text-align: justify;">GEOPOLITICA / Venerdì 29 aprile, h 20.45 / alla SALA MARANGONERIE del Castello del Buonconsiglio<br />
<strong>«IL SANGUE DEL MONDO»</strong><br />
Incontro con il prestigioso giornalista francese ÉRIC LAURENT, esperto di relazioni internazionali e di questioni relative alla finanza e alla geopolitica del petrolio. Considerato uno dei più grandi reporter d’inchiesta del mondo, è autore di innumerevoli saggi, tra i quali: La guerra dei Bush (2003), La verità nascosta sull’11 settembre (2005), La verità nascosta sul petrolio, sangue del mondo (2006), Inchiesta sulle delocalizzazioni (2011). Coordina il giornalista, già direttore del quotidiano l’Adige, Paolo Ghezzi.</p>
<p style="text-align: justify;">ECONOMIA / Venerdì 6 maggio, h 20.45 / SALA SOSAT<br />
<strong>«ASSURDISTAN: DAL NOSTRO INVIATO»</strong><br />
Il nuovo «Great game» tra Europa e Asia per il dominio delle fonti energetiche. Ce ne parlerà GIULIETTO CHIESA, uno dei più noti giornalisti italiani, autore di numerosi libri, tra i quali La guerra infinita (2002), Cronache marxziane (2005) e Zero (2007), nonché fondatore di Megachip-Democrazia nella comunicazione e del laboratorio politico-culturale Alternativa. Introduce RENZO STEFANELLI, giornalista ed esperto di economia e politiche energetiche, autore del libro Le guerre del petrolio (2003).</p>
<p style="text-align: justify;">visioni / Mercoledì 11 maggio, h 20.45 / SALA SOSAT<br />
<strong>«ENERGIA, EQUITÀ E LIMITE»</strong><br />
ALBERTO PANCOTTI e GIOVANNA MORELLI, membri rispettivamente del Mu.So. Orto di Mutuo Soccorso di Senigallia e del gruppo lucchese di studi illichiani Il granchio di Kuchenbuch, dialogano sul provocatorio pensiero di Ivan Illich, antesignano dell’odierno concetto di decrescita, e in particolare su «energia ed equità» e sulla dimensione del «limite».</p>
<p style="text-align: justify;">ENERGIA / Venerdì 13 maggio, h 20.45 / SALA SOSAT<br />
<strong>«SFIDA ALL’ULTIMO BARILE»</strong><br />
La competizione tra Russia e Stati Uniti per il dominio dell’energia non è solo un lontano ricordo della «guerra fredda». Colloquio con STEFANO CASERTANO, docente di Economia e Politica delle Risorse Energetiche all’Università di Potsdam in Germania e autore dei libri Sfida all’ultimo barile (2009) e La guerra del clima: dal tramonto del petrolio alla geopolitica delle rinnovabili (2011).</p>
<p style="text-align: justify;">COLONIALISMI / Venerdì 20 maggio, h 20.45 / SALA SOSAT<br />
<strong>«ARRIVANO I NOSTRI!»</strong><br />
Le derive colonialistiche determinate dallo sfruttamento del petrolio e delle altre materie prime. Incontro con FRANCESCA CASELLA, responsabile italiana di SURVIVAL INTERNATIONAL, movimento che aiuta i popoli indigeni a difendere le loro vite, a proteggere le loro terre e a decidere autonomamente del loro futuro. Introduce Federico Premi.</p>
<p style="text-align: justify;">RISONANZE / Mercoledì 27 maggio, h 20.45 / al TEATRO PORTLAND via Papiria 8 a Trento (zona Piedicastello)<br />
<strong>«PETROLIO-MULTIFORME DELL’INGEGNO»</strong><br />
Conclusione della rassegna con uno spettacolo teatrale e musicale dedicato alla figura di PIER PAOLO PASOLINI e al suo ultimo, incompiuto romanzo Petrolio. A cura del collettivo “Un Incoerente Come Tanti” di Prato.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignleft size-full wp-image-1904" src="http://www.come2discuss.net/wp-content/uploads/2010/03/glocal-trento_150-e1278963426229.jpg" alt="" width="62" height="51" /><span style="color: #ffffff;">-</span> Glocal - Spazio d&#8217;interdipendenza tra locale e globale</em><br />
<em><span style="color: #ffffff;">-</span> info@glocalproject.org</em></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto<br />
Con il contributo del Comune di Trento<br />
Con il Patrocinio della Presidenza del Consiglio della Provincia Autonoma di Trento</p>
]]></content:encoded>
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		<title>LA GIUSTIZIA A PICCOLI PASSI</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2011 22:14:56 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
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		<category><![CDATA[Relazioni Int.]]></category>

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		<description><![CDATA[Si parla di una &#8220;sentenza storica&#8221; e in parte è proprio così. Un tribunale dell&#8217;Ecuador ha condannato la multinazionale Chevron per i danni apportati all&#8217;amazzonia ecuadoriana dalla Texaco (dal 2001 di proprietà della Chevron) in tredici anni di trivellazioni . A tratti sembra un film, con il battagliero avvocato Pablo Fajardo, cresciuto nel luogo martoriato e che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Si parla di una &#8220;sentenza storica&#8221; e in parte è proprio così. Un tribunale dell&#8217;Ecuador ha condannato la multinazionale Chevron per i danni apportati all&#8217;amazzonia ecuadoriana dalla Texaco (dal 2001 di proprietà della Chevron) in tredici anni di trivellazioni .</p>
<p style="text-align: justify;">A tratti sembra un film, con il battagliero avvocato Pablo Fajardo, cresciuto nel luogo martoriato e che ha trovato nello studio del Diritto lo strumento per ottenere giustizia per sé e per la propria gente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad ogni modo la Sentenza (che condanna la Chevron a versare circa nove miliardi di dollari per danni ambientali e alla popolazione) è solo l&#8217;inizio di una battaglia legale; la multinazionale americana ha già bollato come illegittima ed inapplicabile la sentenza. La ragione fondamentale sarebbe in una Sentenza precedente di soli tre giorni quella in questione e che è stata emessa da una Sezione della Corte Permanente di Arbitraggio dell&#8217;Aja, la quale ha congelato temporaneamente l&#8217;applicazione di ogni sentenza contro l&#8217;azienda in ragione dell&#8217;appello fatto da Chevron all&#8217; applicazione  del Trattato bilaterale USA-Ecuador (nel quale la Texaco veniva liberata di ogni responsabilità a seguito di una compensazione dei danni già a suo tempo riscontrati sul territorio, consistente nel riempire almeno in parte le &#8220;piscine&#8221; realizzate per contenere gli scarti dell&#8217;estrazione petrolifera). La Chevron, peraltro, sottolinea le responsabilità di una compagnia locale, la &#8220;Petroecuador&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto un giudice di New York ha emesso un ordine temporaneo di restrizione che impedisce alla parte civile di ricevere compensazioni prima del giudizio definitivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Si attende intanto il risultato del ricorso che gli avvocati della Chevron hanno deciso di inoltrare</p>
<p style="text-align: justify;">Evidentemente, con la Sentenza del 14 febbraio si è solo ad uno stadio di un percorso molto lungo. Verso la giustizia per un popolo ferito.</p>
<p style="text-align: justify;">Maggiori informazioni ai seguenti indirizzi</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://it.peacereporter.net/articolo/26880/Ecuador%2C+sentenza+storica+contro+Chevron">http://it.peacereporter.net/articolo/26880/Ecuador%2C+sentenza+storica+contro+Chevron</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.repubblica.it/solidarieta/cibo-e-ambiente/2011/02/15/news/la_chevron_dovr_pagare_9_miliardi_di_dollari_per_danni_all_ambiente_e_ai_cittadini_dell_ecuador-12506579/">http://www.repubblica.it/solidarieta/cibo-e-ambiente/2011/02/15/news/la_chevron_dovr_pagare_9_miliardi_di_dollari_per_danni_all_ambiente_e_ai_cittadini_dell_ecuador-12506579/</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/05/ecuador-chevron-condannata-ma-la-multa-da-7-miliardi-potrebbe-non-essere-pagata/95572/">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/05/ecuador-chevron-condannata-ma-la-multa-da-7-miliardi-potrebbe-non-essere-pagata/95572/</a></p>
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		<title>ROM E ISLAM: due questioni europee per la sinistra europea</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Feb 2011 08:22:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>C2d</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog/siti amici]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Generale]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo di seguito una riflessione proveniente dal blog (già citato nelle nostre pagine) http://yorickthefool.blogspot.com La discussione è aperta! In un campo nomadi romano quattro bambini rom sono morti mentre dormivano, avvolti e soffocati dalle fiamme. La loro morte ci ricorda che l’inconscio politico dell’Occidente è popolato di ciò che la patina dello stile di vita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Pubblichiamo di seguito una riflessione proveniente dal blog (già citato nelle nostre pagine) <a href="http://yorickthefool.blogspot.com/">http://yorickthefool.blogspot.com</a></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La discussione è aperta!</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://www.siciliamagazine.com/wp-content/uploads/2010/04/rom211.jpg" alt="" width="342" height="240" />In un campo nomadi romano quattro bambini rom sono morti mentre dormivano, avvolti e soffocati dalle fiamme. La loro morte ci ricorda che l’inconscio politico dell’Occidente è popolato di ciò che la patina dello stile di vita europeo non vuole vedere, o non può tollerare. La coscienza italiana, si sa, può tollerarlo ancora meno. Lo dimostrano campagne mediatiche contro il “pericolo rom”, le condizioni dei loro campi nomadi e gli ostacoli sociali alla loro integrazione; la difficoltà di quest’ultima, poi, viene in genere fatta passare per condizione volontaria: i rom non si vogliono integrare. Ecco un punto importante, anzi: ecco <em>il</em> punto importante. Che cosa vuol dire integrare? Ci ritorneremo tra poco. Quello dei rom non è comunque un problema solo italiano, sebbene il vizio populistico da noi lo renda particolarmente appetitoso per chi sia costantemente in cerca di oggetti libidinali su cui far scaricare gli istinti repressi di una società di polizia. Che non sia un problema “provinciale” è testimoniato dall’iniziativa del presidente Sarkozy, che nell’agosto scorso ha preso la decisione di revocare ad alcuni rom, cittadini comunitari, i diritti previsti dal trattato di Schengen, e di procedere al loro rimpatrio forzato. Perché? Con quale diritto? La patria del cosmopolitismo illuminista è scivolata sulla buccia di banana del paria europeo, il rom, il senza patria? Ma naturalmente chi si poteva opporre? Qualche richiamo formale (UE), nessuna reazione sostanziale (sempre UE); il plauso di Maroni, il sorriso di Berlusconi. La verità è che il “problema rom” non interessa a nessuno, e non è mai interessato a nessuno. Eppure su questa questione, mi pare, si gioca una partita importante, tanto più importante in quanto priva di una posta materiale. Sui rom non si gioca l’economia – non si gioca niente. Solo il diritto allo stato puro, spogliato di qualsiasi altra eteronomia, eterodirezione, contaminazione. Ma allora è tanto più preoccupante che, come ha osservato il filosofo francese Balibar, i rom stiano sempre più diventando il perno pericoloso su cui si sta costruendo, colpevolmente inosservato, il “nuovo apartheid”, il “lato oscuro dell’emergere della nuova cittadinanza europea”<a href="http://#_ftn1">[1]</a>. Là dove il diritto potrebbe/dovrebbe librarsi alto e privo di compromessi, in realtà esso manca la presa sulla realtà. Perché? Giocare “il diritto allo stato puro” non è giocare “niente”. Al contrario.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’Europa gioca nel frattempo una partita anche su un altro fronte, e questa volta la linea di separazione corre sul suo lato esterno. Si tratta della partita con l’Islam, iniziata ufficialmente nel 2001 e con le “crociate” (termine usato da Bush jr, prima della prudente <em>retractatio</em> formale) che ne sono seguite; una partita che si gioca da ben prima, sebbene dietro le quinte. Il dibattito sulle radici cristiane dell’Europa sembra ormai aver trovato una tacita, implicita e condivisa risposta con la finzione, storicamente aberrante, di una identità europea presuntivamente giudeo-cristiana. Questa identità, come ha rimarcato Tariq Ramadan e come ha ricordato più di recente Jurgen Habermas, è un falso storico, una costruzione che fino al 1945 sarebbe stata non solo impensabile, ma anche ridicolizzata in gran parte dell’Europa che si considerava civile. La “questione islamica” è il vero nome dei recenti attacchi al multiculturalismo, sferrati a breve giro prima dalla cancelliera tedesca Angela Merkel (per approfondimenti si veda <a href="http://yorickthefool.blogspot.com/2010/10/il-multikulti-ha-fallito-prospettive.html">qui</a> un precedente post di questo blog) e, pochi giorni fa, dal premier conservatore britannico Cameron, durante una sua visita (guarda caso) a Monaco. Cameron ha affermato, praticamente citando la Merkel, che “il multiculturalismo ha fallito”, e ciò proprio mentre per le strade dell’Inghilterra un corteo di estrema destra sfilava per protestare contro l’Islam scandendo lo slogan “Allah, Allah, who’s the fuck is Allah” (“Allah, Allah, chi cazzo è Allah”). Con ciò, Cameron ha dato un colpo di spugna alla precedente politica labour, impostata nell’epoca Blair sull’idea della convivenza multiculturale all’interno dello spazio pubblico del Regno Unito. La nuova crescita delle destre europee, moderate o estreme, si gioca dunque sulla dichiarazione di morte del progetto multiculturale (in Italia nessuno ha dichiarato che il multiculturalismo è morto semplicemente perché la classe dirigente non sa che cosa sia il multiculturalismo, dal momento che è in altre faccende affaccendata).  Ma la morte del “multikulti” in realtà è diretto contro i turchi lavoratori di Germania, come la Merkel ha esplicitamente ammesso, seguendo vergognosamente le teorie di Thilo Sarrazin (dopo averle ufficialmente smentite: cfr <a href="http://yorickthefool.blogspot.com/2010/10/il-multikulti-ha-fallito-prospettive.html">qui</a>); ed è diretto contro l’Islam fondamentalista nel caso di Cameron. Rimane un altro caso, che non è ancora stato citato: il divieto della Svizzera, sanzionato mediante referendum nel 2009, a costruire nel territorio della Confederazione Elvetica altri minareti, cioè campanili da cui effettuale il richiamo dei fedeli. In Europa ci sono centinaia di migliaia di campanili. Dalle colline della mia città con un’occhiata se ne possono contare almeno una trentina; ma minareti la pluralissima Svizzera non ne vuole.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Queste due questioni distribuiscono la problematica dell’alterità su due fronti, uno interno e l’altro esterno. Sebbene giocate in maniera evidentemente diversa nello spazio pubblico e mediatico, sono entrambe, credo, assolutamente importanti. Sarebbe forse possibile azzardare che ciò che si sta facendo con i rom rappresenta ciò che si vorrebbe fare con i musulmani? È forse un’idea ardita, sociologicamente non sostenibile; tuttavia, ciò che è attivo con i rom, cioè l’ingiunzione “o ti integri, o non ti voglio”, è la stessa ingiunzione contenuta nella dichiarazione di morte del multiculturalismo. Nessuna differenza reale è tollerata.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ripiegamento sulla tradizione, e il conseguente appello alla “conservazione”, è tipico, come si sa, dei momenti di crisi. Ha fatto benissimo Jurgen Habermas a ricordare, sebbene con grandissima arte, che cosa è successo in Europa (e in Germania, naturalmente) quando alcune tesi sono state prima sostenute da (sedicenti) intellettuali e poi adottate dai governi. E che un tedesco, rivolgendosi a tedeschi, chiami in causa la barbarie nazista (anche solo per dire poi che il riferimento davvero appropriato è un altro), è un segno della gravità della situazione; una gravità che assume dimensioni ancor più allarmanti, perché<strong>in questo momento le sinistre in Europa non stanno proponendo un modello alternativo a quello proposto dagli alfieri della reazione</strong>. È chiaro che non è un problema facile a risolversi, ma è altrettanto evidente che non si può lasciare la mano alle destre, che sempre più sono disposte a concessioni alle forze ultraconservatrici (Olanda in particolare, ma anche Francia). Ciò di cui c’è bisogno è un’idea di Europa e di convivenza che non lasci le spalle scoperte alla tolleranza e alla democrazia <em>sostanziale</em>.<strong>Perché non riproporre, ad esempio, il problema delle condizioni economiche, il tema del welfare, il tema della redistribuzione? Perché non concepire una sinistra che coniughi il tema del riconoscimento con quello dell’equità? Perché non coinvolgere le comunità presenti all’interno degli stati europei in progetti realmente emancipatori, perché non farli sentire, al pari nostro, attori attivi nella costruzione di un percorso di convivenza che unisca le problematiche economico-sociali a quelle identitario-religiose?</strong> Tutto questo richiederebbe, è logico, una forza che sembra mancare alla sinistra non solo italiana, ma anche europea. Tuttavia penso che la “questione rom” e la “questione islamica” possano essere due punti fondamentali nell’agenda politica della sinistra, due punti forse anche impopolari ma dai quali muovere per ritrovare una direzione. La sinistra ha bisogno di ripartire, di riprogettarsi, e di ritrovare anche un soggetto sociale in grado di agire il cambiamento. Perché non ripartire da ciò che non è stato ancora teorizzato, per esplorare strade nuove per la costruzione di una nuova convivenza e di una nuova Europa?</p>
<p style="text-align: justify;">
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=3032963233772401249#_ftnref1">[1]</a> Cfr. E. Balibar, <em>Rom, questione comune</em>, rielaborazione dell&#8217;introduzione Sigona N. e Trehan N., <em>Romani Politics iN Contemporary Europe</em>, Palgrave  2009:  “La costruzione dell&#8217;Ue ha avuto degli effetti estremamente contraddittori. Ha prodotto una categorizzazione dei rom a livello europeo, dal momento che per la Ue sono stati considerati un &#8220;problema&#8221; nel loro stesso diritto a farne parte. Questo è uno scalino preliminare nella nuova razzializzazione dei rom. Li mette nella stessa categoria dei &#8220;migranti&#8221; di origine extracomunitaria, in un quadro generale che ho definito come l&#8217;emergente apartheid europeo, il lato oscuro dell&#8217;emergenza di una «cittadinanza europea». La differenza proviene dal fatto che i &#8220;migranti&#8221; (e i discendenti di migranti) sono visti come un altro esterno, mentre gli tzigani come un altro interno. Ciò d&#8217;altronde rafforza il vecchio stereotipo del nemico interno, che ha effetti sanguinosi”.  (<a href="http://incidenze.blogspot.com/2010/09/etienne-balibar-rom-questione-comune.html">http://incidenze.blogspot.com/2010/09/etienne-balibar-rom-questione-comune.html</a>)</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>VERSO UNO SPORT PIU’ RESPONSABILE</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Nov 2010 21:19:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>C2d</dc:creator>
				<category><![CDATA[Associazionismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Lo sport è certamente uno degli aspetti che caratterizzano una società e dai suoi valori, così come dai suoi eccessi e dai suoi vizi si possono comprendere meglio quelli di un intera comunità. Negli ultimi anni, soprattutto alla luce degli scandali del doping; di &#8220;Calciopoli&#8221;, dei tanti casi di violenza negli stadi, in molti hanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.come2discuss.net/wp-content/uploads/2010/11/untitled.bmp"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Lo sport è certamente uno degli aspetti che caratterizzano una società e dai suoi valori, così come dai suoi eccessi e dai suoi vizi si possono comprendere meglio quelli di un intera comunità.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi anni, soprattutto alla luce degli scandali del doping; di &#8220;Calciopoli&#8221;, dei tanti casi di violenza negli stadi, in molti hanno parlato della necessità di rifondare lo sport professionistico e non solo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sport4Society è un associazione che vuole dare un contributo al mondo dello sport, affinché sviluppi buone pratiche sociali ed ambientali, e faccia dell&#8217;attività agonistica, sia dilettante che professionale, uno strumento di crescita e condivisione.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo intervistato il Presidente dell&#8217;Associazione Umberto Musumeci, che ci ha spiegato nel dettaglio il senso di questa iniziativa e le sue prospettive future.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come è nata l&#8217;idea di Sport4Society?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Basta guardare a ciò che succede continuamente nel mondo dello sport, sia professionistico che dilettantistico. Le tante piccole esperienze locali di gente che lavora con impegno e dedizione –investendo il proprio tempo e spesso anche soldi- in attività a supporto delle esperienze sportive di giovani e meno giovani, che rimangono spesso nascoste e coperte, talvolta anche umiliate, dal prevalere di affarismi, violenza, doping, inquinamento ambientale, discriminazioni razziali, compiuti spesso nel nome dello sport “che conta”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In che modo intendete agire per garantire lo sport responsabile?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte a questo panorama, è necessario partire dal basso, dalle piccole attività sul territorio, iniziando dai più piccoli e dai giovani, e parlando di sport responsabile. Il che vuol dire – per fare solo degli esempi- sdrammatizzare le sconfitte, simpatizzare con l’avversario, solidarizzare con altri atleti che hanno un diverso colore della pelle - e sono sbeffeggiati dai soliti cretini-, fare attenzione a come si gestiscono i rifiuti in una manifestazione sportiva; in una parola: valorizzare lo sport come mezzo di promozione sociale e di integrazione multiculturale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>a chi vi rivolgete?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Soprattutto ai più giovani, ma è necessario canalizzare questi principi verso di loro attraverso dirigenti, allenatori, preparatori atletici, genitori, insegnanti di educazione fisica. Si tratta di fare ragionare tutti (adulti, ragazzi, giovani) attorno ai valori positivi dello sport per far sì che questi concetti importanti emergano sempre e dovunque.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La cronaca degli ultimi mesi ha riportato l&#8217;attenzione sull&#8217;intolleranza nel calcio (Caso Marassi, caso Cagliari-Inter). Cosa succede nel mondo dello sport?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come altre realtà del nostro Paese, e non solo, anche lo sport diventa espressione e strumento di una società in cui si sfilacciano i rapporti sociali, aumentano le precarietà e le sopraffazioni, le tensioni si scaricano in violenze spesso gratuite e immotivate, l’illegalità prevale, i più furbi la spuntano quasi sempre contro gli onesti e i meno avveduti, il denaro diventa fine e non è più un mezzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa serve nella nostra società per vivere lo sport come esperienza di crescita personale e pubblica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una grande attenzione della politica, stroncando con rigore ogni atteggiamento violento, immorale, dannoso alla salute e allo sviluppo fisico degli atleti soprattutto più giovani, promuovendo una idea di sport responsabile, in cui ognuno deve comprendere gli effetti provocati dai propri comportamenti sugli altri e sulla società in generale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono i vostri prossimi obiettivi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Intessere con pazienza una rete che colleghi e faccia convergere su questi principi non solo Enti istituzionali (che già fanno o dovrebbero fare questo perchè rientra nel loro core business) ma anche federazioni, società sportive piccole e grandi, valorizzando le tante associazioni e fondazioni sportive ( ma anche quelle che si occupano di sport pur non essendo il loro obbiettivo principale). Entro il prossimo anno abbiamo previsto la costituzione del Forum  “Il bello dello Sport”, per far sì che questa rete possa avere anche una voce unica.</p>
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