ott
10
2009
2

Morto per religione

Desidero segnalare un articolo di Lorenzo Cremonesi che ho letto sul Corriere della Sera Magazine di questa settimana. Racconta la storia di un ragazzo pachistano di 20 anni che “amava, ricambiato, una ragazza musulmana, è stato salvato dal linciaggio con l’arresto. Ma dal carcere non è più uscito vivo. E un padre francescano attacca: «L’hanno torturato, contro di noi c’è una vera persecuzione»”.

Link sul sito del Corriere:

http://www.corriere.it/esteri/09_ottobre_07/morto-di-religione-lorenzo-cremonesi_f73e6760-b355-11de-b362-00144f02aabc.shtml

set
19
2009
6

Una politica estera coerente

Erano settimane che intendevo fare delle riflessioni sulla politica estera italiana e sulla presenza italiana in Afghanistan. E’ l’ennesimo attentato occorso a Kabul, vittima il contingente italiano, che mi spinge definitivamente a farlo.

Per una discussione che abbia un livello intellettuale abbastanza elevato occorre dismettere i pregiudizi ideologici, culturali e morali che sono tipici dell’uomo comune. Occorre servirsi di un paradigma interpretativo che si rifaccia a teorie ma che rimanga comunque sufficientemente aderente alla realtà. Non sempre lo scarto fra realismo epistemologico e realismo inteso come teoria è così distante. Non lo è se si tiene conto della lezione che Raymond Aron ha offerto nel 1962 pubblicando quell’opera monumentale che è “Pace e guerra fra le nazioni”. E’ in quel filone interpretativo che si inserisce la mia discussione ed è con le categorie del realismo aroniano ed “eterodosso” che ho maggior feeling.

Tuttavia, l’uomo comune non si serve generalmente di categorie politologiche per spiegare la realtà, per capire la grammatica di base delle relazioni internazionali. A lui basta giudicare quello che vede secondo la sua coscienza, secondo la sua morale. E quindi torniamo all’inizio, quando dicevo che egli si serve di categorie che non hanno nulla a che vedere con la scienza politica, l’unica in grado di spiegare (voglio precisare: non sempre vi riesce) il funzionamento della politica, poiché fornisce categorie sue proprie. E’ chiaro ed evidente che per me morale e politica sono come due linee parallele che non si incontreranno mai. Semplicemente perché a me piace spiegare, a me piace capire.

Se io apprendo alla tv che a Guantanamo sono state torturate persone sospettate di terrorismo, provo ripulsa perché sono un essere umano; se vengo a conoscenza che durante la guerra in Iraq gli Stati Uniti hanno fatto ricorso a cluster bombs (che possono far saltare in aria un bambino innocente e inconsapevole di cosa sia una cluster bomb) e hanno utilizzato le armi al fosforo bianco, provo vergogna perché sono un essere umano; se apprendo che Israele, che è uno Stato territoriale fatto di caserme ed uffici, dotato di uno degli eserciti più potenti al mondo, ha bombardato un ospedale o una scuola dove vi erano malati e bambini, cioè inermi, solo per colpire i terroristi che ivi si nascondevano, mi chiedo che razza di umanità ci sia al mondo. Me lo chiedo perché sono un essere umano, me lo chiedo io, come te lo domandi tu che stai leggendo, tu che ami la vita come nessun’altra cosa, tu che hai la fortuna di vivere in una casa, sotto un tetto, tu che dormi comodamente sopra un letto, tu che mangi tutti i giorni, tu che vai all’università o lavori, tu che ti diverti, tu che vivi senza pensieri e che il più grave fra questi è essere lasciati dal moroso o dalla morosa (considerazione quest’ultima che, se riferita a tempi recenti è, peraltro, assai personale). Ma non ho detto nulla. Non ho spiegato alcunché. Ho semplicemente letto la realtà, l’ho descritta, non l’ho spiegata. Non ho capito perché quel determinato evento è accaduto e quindi non posso sperare di capire come fare in modo che non accada più o, al limite, contenere i danni in futuro in situazioni analoghe.

Vengo più direttamente alla politica estera italiana. L’odierna politica estera italiana, per essere compresa a fondo, va analizzata a partire dall’epoca della guerra fredda. Semplicemente perché la contraddizione insita nel partecipare ad “operazioni di pace” in teatri di guerra, in un contesto internazionale dove il terrorismo jihadista ci ha dichiarato guerra (formulazione che, ahimé, pochi condividono) non può essere capita da chi come noi non ha mai vissuto una tragedia come la guerra stessa. Durante il conflitto bipolare era tutto più chiaro: la logica dell’epoca prevedeva quello che viene definito un gioco a somma zero: i vantaggi che mi derivano da una situazione corrispondono esattamente alle tue perdite e viceversa. Tradotto per i profani: dovevi schierarti, stare con l’America e con la democrazia o stare con l’Unione Sovietica e il comunismo. Il fronte dei cosiddetti non allineati, in realtà, fu farsesco: un po’ tutti strizzavano l’occhiolino, per ragioni più o meno ideologiche, all’Unione sovietica.

Oggi il contesto è cambiato. La minaccia non è più costituita dal comunismo. Vittorio Emanuele Parsi afferma che la minaccia agli USA appare sotto tre forme: politica che deriva dalla Cina, economica che deriva dall’U.E., militare che deriva dalla galassia dei movimenti jihadisti. Le principali istituzioni sorte in seguito alla seconda guerra mondiale sono sopravvissute alla logica per la quale erano state costituite e sono in vita ancora oggi. La Nato è una di queste. La mission è cambiata, è stata adeguata ai tempi che corrono ed i tempi che corrono suggeriscono all’America che la minaccia principale proviene dal terrorismo jihadista, assunto che, come ho detto prima, pochi in Italia condividono. Io sono uno fra questi e sono felice di esserci.

L’America si trova in Afghanistan per una ragione molto semplice: è stata attaccata sul proprio suolo l’11 settembre 2001 da un gruppo di persone appartenenti all’universo jihadista, capitanate da Osama Bin Laden e Ayman al-Zawahiri. La guerra è stata la fisiologica replica dell’unica superpotenza rimasta al mondo dopo il 1989. Chiunque ci capisse qualcosa di politica internazionale se l’aspettava. Si può essere, dunque, pro o contro, ma a prescindere da tale posizione dettata da una matrice ideologica o morale, chiunque se l’aspettava. Abbiamo individuato una sorta di “regola” della politica internazionale del post-guerra fredda. Abbiamo spiegato il perché. E siamo ovviamente tutti d’accordo.

La realtà della politica e in special modo della politica internazionale si fonda su “regole” o comunque su una “grammatica” che non può essere spiegata se non ci si spoglia dei pregiudizi ideologici o morali o culturali. La politica internazionale va capita e quindi spiegata per quello che è, non per quello che dovrebbe essere o per quello che vorremmo che fosse. Perché altrimenti non capiamo nulla, non capiamo perché “Israele che è uno Stato territoriale fatto di caserme ed uffici, dotato di uno degli eserciti più potenti al mondo, ha bombardato un ospedale o una scuola dove vi erano malati e bambini, cioè inermi, solo per colpire i terroristi che ivi si nascondevano”. Facciamo della prescrizione e basta, facciamo del moralismo e non capiamo nulla di ciò che ci circonda. Gli approcci normativi e prescrittivi sono in genere fallimentari proprio per questo. Dobbiamo spostarci dal piano deontologico a quello ontologico, quello di ciò che la politica internazionale è.

La morale può assuefarci finché viviamo in tempi di pace. I bei principi su cui dovrebbe fondarsi l’umanità, in cui tutti o comunque la maggioranza di noi si riconosce – la pace, la libertà, i diritti umani – non servono a nulla se c’è una galassia di gruppi terroristici che ti ha dichiarato guerra. Noi siamo uomini e possiamo sbagliare. E’ questa la vera lezione che la vita dovrebbe insegnarci. Dispiace vedere che mentre io inizio a capirlo a 26 anni, molte persone anche più anziane e quindi più esperte di me non se ne rendano affatto conto. Noi dobbiamo agire come uomini responsabili sapendo che esiste un margine di errore soprattutto quando facciamo dei nostri valori una ragione di vita. I valori ci guidano nella vita di tutti i giorni. In teoria, cioè in linea di principio – e lo ripeto – siamo tutti, o quasi, a favore della pace, della libertà, dei diritti umani. Siamo contrari alla morte, siamo amanti della vita. Ma se un rapinatore ci minaccia con una pistola che se non gli diamo il portafoglio lui ci ucciderà e poi stuprerà nostra madre o nostra sorella, noi cosa facciamo? Tentiamo di salvare la nostra vita e quella di chi ci vuole bene perché in quel momento la consideriamo superiore a quella di chi ci offende. Il principio morale, qui, viene calpestato da una ragione di necessità. Lo stesso vale, anzi, a maggior ragione vale quando invece del rapinatore ci relazioniamo a dei terroristi.

Quello che non si capisce è che ruolo stia recitando l’Italia in Afghanistan. O meglio, dietro la parola d’ordine della guerra al terrorismo proclamata dall’America, ci troviamo lì per “salvare” l’Alleanza atlantica, per salvarne la missione e lo spirito. Ci piaccia o no, è così. I politici, di destra, come di sinistra, mascherano questa operazione con categorie morali, assai più facilmente accettabili moralmente dall’uomo comune rispetto a motivazioni di carattere realista. Siamo lì per difendere un popolo oppresso fino all’altroieri da una dittatura fra le più fondamentaliste mai viste e dalla minaccia che un nuovo regime fondamentalista si insedi. Siamo lì per costruire la democrazia, perché in democrazia si vive meglio, la democrazia porta la pace e rispetta i diritti umani. E’ la storia del pensiero pacifista liberale neokantiano e wilsoniano. Un pensiero intriso di profondo spirito liberale e moralista. Ma i liberali e i moralisti in politica internazionale hanno vita breve.

L’uomo comune ha bisogno di credere nei sogni, di vivere nella speranza in un mondo migliore, di credere che un giorno la pace e la democrazia si saranno affermati a macchia d’olio su tutto il pianeta Terra. E’ per questo che i politici di qualsiasi schieramento – e soprattutto nelle democrazie – mascherano di proposito la guerra (fenomeno a prima vista antitetico alla democrazia e a valori come la pace e i diritti umani) vestendola di valori positivi in modo tale da poterla poi “vendere” più legittimamente alle opinioni pubbliche. E’ il dilemma democrazia-guerra, quello sul quale i realisti come me pongono delle riserve, rifiutando l’ottimismo dell’approccio liberale. Ed è sostanzialmente quello che fa anche Angelo Panebianco. Egli ha riflettuto approfonditamente in un libro (Guerrieri democratici, 1997) sulla questione. Sintetizzando al massimo e declinando le sue riflessioni nel contesto odierno, si può dire che l’opinione pubblica italiana sia più resiliente, rispetto a quella di altre democrazie, a “giustificare” politicamente l’uso della forza, ad ammettere che la guerra sia clausewitzianamente uno strumento della politica e non una cosa immorale. Sempre per il fatto che politica e morale sono due linee parallele.

La riluttanza dell’opinione pubblica italiana ad accettare la presenza (ambigua) dell’Italia nel teatro afghano è dettata dai rapporti di forza fra le istituzioni (cioè la forma di governo, che in Italia è debole per via dei limiti che il governo ha nella sua capacità d’azione), dai rapporti delle istituzioni con la società civile (cioè la forma di stato, anch’essa debole, poiché penetrata e influenzata pesantemente da sindacati, giornalismo, associazioni non governative, organismi di società civile), nonché per via dell’ideologia e della cultura politica prevalente in Italia. Un mix di elementi figli di un sostanziale antiamericanismo, terzomondismo e pacifismo che ci portiamo dietro dalla guerra fredda. Questo perché pur essendo uno dei principali alleati dell’America, l’Italia ha ospitato il più forte partito comunista d’Europa. E, inoltre, perché in Italia è fortissima l’influenza della Chiesa cattolica. Tendenze antiamericane e buonismo terzomondista (sintesi odierna del cattocomunismo) si sono protratti fino ad oggi. A queste si è aggiunta una fede incrollabile e tuttavia ingenua e pericolosa nei confronti della Costituzione e del suo articolo 11. Per questo motivo, fondamentalmente, l’opinione pubblica fa fatica ad accettare l’ambigua presenza dell’Italia in Afghanistan. Nonostante ciò, in questi anni le nostre forze armate hanno partecipato ad altre guerre, o se vogliamo, ad altre “operazioni di pace”. Prima fra tutte quella in Kosovo (per un’analisi delle vere ragioni che hanno spinto la Nato ad avviare quella guerra si veda “Chi dice umanità”, un libro scritto da un professore e intellettuale dichiaratamente comunista, Danilo Zolo, che mi ha aperto la mente su molte questioni internazionali), poi l’Afghanistan, l’Iraq, il Libano, per non parlare di tutte le missioni nel continente africano.

L’ambiguità della presenza italiana in Afghanistan è resa tale, come si è detto, dal ruolo che le nostre truppe recitano. Non che se l’Italia fosse lì a combattere una guerra ben definita, non si leverebbero voci dissonanti. Tuttavia, il peace-keeping è una strategia di difficile successo quando la pace non è ancora raggiunta almeno in forma embrionale. In Afghanistan il controllo del territorio è largamente in mano a talebani e terroristi, la pace è ancora di là da venire. Sono anni che sento politici ed esperti di politica internazionale affermare la necessità di mutare la natura della missione ed imbracciare il peace-enforcing, quella strategia che ti permette di utilizzare la forza anche per offendere. Altrimenti abbiamo ragione a domandarci: che ci stiamo a fare in Afghanistan? Come possiamo proteggere la popolazione locale e difendere il processo di costruzione di pace e democrazia se siamo arroccati in un’ottica puramente difensiva? Se ci troviamo in un teatro di guerra, due sono le opzioni: o combattiamo o ci ritiriamo.

Una politica estera coerente, a prescindere dal colore politico del governo di turno e dagli orientamenti di politica estera dominanti in quel momento, ha bisogno di ciò. Possiamo anche decidere di ritirarci (dopo però dovremo pagarne il prezzo politico in termini di legittimità davanti alla comunità internazionale degli Stati), ma facciamolo. E facciamo in modo che quello costituisca un precedente che preluda a decisioni aventi lo stesso spirito in tempi futuri. Ma se decidiamo di restare, dobbiamo combattere, andare in cerca dei terroristi, scovarli. Ma decidiamo. La politica è decisione o no? Non si può tentennare a lungo per compiacere l’America e per tenersi, al contempo, buona l’opinione pubblica.

Un passo avanti potrebbe essere indotto da iniziative come quella presa da Massimo D’Alema, quando era Ministro degli Esteri sotto l’ultimo Governo Prodi: l’istituzione del Gruppo di riflessione strategica, una sorta di think tank permanente che riunisce i più grandi esperti di politica internazionale per discutere delle linee generali da dare alla politica estera italiana. Conferire maggiore peso ad organismi come questo, magari istituzionalizzarli e renderli operativi potrebbe far cambiare rotta ad una politica estera italiana che negli ultimi anni è stata troppo altalenante; magari accompagnare il tutto con una discussione su quali pezzi della costituzione modificare. Una Costituzione scritta 60 anni fa non può rappresentare, per parafrasare il solito Panebianco, un feticcio davanti a cui inchinarsi acriticamente. E’ necessario tutto ciò, perché la coesione di un Paese la si giudica anche dalla sua coerenza e dal suo saper prendere decisioni in politica internazionale. E’ necessario tutto ciò, per ridare slancio all’immagine dell’Italia.

Alberto Gasparetto

apr
06
2009
2

Sette storie tra… troppe – Reportage sui “returnees” ugandesi

“Sette storie tra… Troppe” è il risultato di un tentativo di condivisione di vita con 7 ragazzi di Gulu, in nord Uganda, rapiti quando erano bambini dalla Lord’s Resistance Army. Nighty, Geoffrey, Vicky, Daniel, Richard, Denis e Charles sono i protagonisti di questo Dvd e fanno parte del gruppo “POO PIWA” o REMEMBER US, un progetto di riscatto umano e reinserimento sociale rivolto ai soggetti più discriminati, i cosiddetti “Returnees”. Il progetto comprende attività di microcredito, ma questa è solo una parte, difficile ma solo una piccola parte compresa in un progetto educativo più ampio, fatto di relazioni, di condivisione, di fiducia, di voglia di riprendesi in mano la vita, ma anche di difficoltà, ostacoli, incomprensioni… insomma, è la storia del vivere insieme. Storia di uomini e di donne che tentano

di camminare insieme nonostante tutto. Sono sette vite, sette storie non difficili da sentire in nord Uganda. Purtroppo sono sette storie tra troppe!

Diego Cassinelli – http://www.bambinisoldatouganda.blogspot.com/

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Per l’alta definizione visita la pagina dedicata nel sito di Arcoiris TV

mar
20
2009
2

Iran, un dialogo difficilmente praticabile

Vi sono almeno tre elementi che è bene prendere in considerazione a proposito dell’idea patrocinata dalla nuova Amministrazione statunitense e sostenuta dall’Europa di promuovere l’Iran quale inedito partner cui allargare il dialogo previsto per tentare di risolvere le sempre più intricate questioni che riguardano il Medio Oriente ed il mondo islamico.

In primo luogo è arrivata la smentita del viaggio del Ministro degli Esteri Frattini previsto entro la fine di marzo a Teheran, avente il fine di convocare il governo iraniano alla conferenza del G8 di giugno sulle questioni Afghanistan-Pakistan: la visita è stata rinviata. In seconda istanza, nei giorni scorsi è giunto anche l’invito all’Iran da parte del Segretario di Stato Usa Clinton a prender parte alla conferenza internazionale ad alto livello sotto l’egida delle Nazioni Unite prevista per il 31 marzo all’Aja. Esso si somma al processo di normalizzazione dei rapporti avviato dalla Nato con la Russia, dopo sette mesi di stallo seguiti al conflitto caucasico. Da ultimo, bisogna comunque tener conto di come la posizione dell’Iran faccia a pugni, su molte, troppe questioni ed ormai da diverso tempo, con l’idea di un negoziato aperto anche allo Stato persiano. E’ dall’analisi di questa situazione che bisogna tentare di comprendere quale ruolo l’Iran possa giocare nella soluzione del problema del terrorismo e della stabilizzazione in Afghanistan.

La nuova linea di politica estera inaugurata dalla Presidenza Obama lascia intravedere l’incedere di un cauto realismo al posto del fin troppo esasperato idealismo che aveva caratterizzato i due mandati di Bush jr. E’ vero, essa ha quale asse portante l’idea di evacuare l’Iraq per lasciarlo finalmente al suo popolo, per concentrare gli sforzi sul teatro afghano. Ma è altrettanto vero che l’obiettivo della guerra al terrorismo rimane prioritario nell’agenda politica Usa. La parola d’ordine è la medesima. Era stato lo stesso Obama a dichiarare nel discorso inaugurale: “a coloro che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non può essere infranto”. Chi era, infatti, così ingenuo da immaginare che un cambio di colore alla Casa Bianca potesse portare la superpotenza ad usare solo la carota e non più (anche) il bastone? Considerazione avvalorata, peraltro, dalla tendenza sempre più marcata – anche per via della crisi economica – del sistema internazionale a transitare verso una configurazione multipolare quanto alla distribuzione di potenza.

La questione principale consiste nel considerare costi e benefici, nell’analizzare vantaggi e svantaggi che deriverebbero dall’accreditare l’Iran quale nuova potenza con cui avviare una qualche forma di dialogo. L’Iran è già a tutti gli effetti una potenza regionale sotto molteplici profili: quello economico, facendo dipendere dalla ricchezza del suo sottosuolo l’approvvigionamento di molti Paesi europei, incluso il nostro; quello politico, dal momento che le guerre in Afghanistan e in Iraq avviate sotto l’Amministrazione Bush, hanno eliminato due attori che ne minacciavano l’autorità, sia per quello che riguarda il discorso islamista (i Taliban) sia per quello che attiene al confronto per il potere nella regione (Saddam). Non va dimenticato che l’Iran è il principale finanziatore e sostenitore ideologico di organizzazioni assai radicate nel proprio territorio che che praticano da anni forme più o meno riconosciute di terrorismo nella regione (Hamas, Jihad Islamica, Hezbollah), per quanto vada comunque precisato che si tratta di un terrorismo di matrice localistica e non abbia la portata globale di quello qaedista. Non va, inoltre, trascurato come l’Iran si stia muovendo da diversi anni per sviluppare capacità nucleari. Gli esperti calcolano che nel breve volgere di pochi anni, la produzione di petrolio sarà appena sufficiente per assorbire la domanda interna e l’Iran non riuscirà più ad esportare una sola goccia di petrolio. (poiché manca il know-how necessario a trasformare il greggio in prodotti di uso comune come la benzina). Tale prospettiva dà linfa ai sostenitori del programma di arricchimento dell’uranio avviato dal Paese e su cui insiste pesantemente Ahmadinejad. Il problema esiste, è reale e la soluzione nucleare pare la scelta politica più idonea per risolvere le piaghe di un’economia in ginocchio. Tuttavia, bisogna considerare come il binomio costituito dall’ipotesi (ormai quasi una certezza, secondo molte fonti) di sviluppare tecnologia dual use, associata alle sortite dell’ex sindaco di Teheran circa il destino dello Stato di Israele, non faccia dormire sonni tranquilli a diversi Stati occidentali, per quanto tali sortite vadano cautamente inserite all’interno di un contesto fortemente propagandistico.

Considerati questi fattori, quanto conviene all’Occidente e all’America accreditare l’Iran quale partner per risolvere le questioni legate al proliferare del terrorismo? Essendo già l’Iran una potenza regionale di fatto, le manca solo la legittimazione internazionale per agire come un cane sciolto ovunque abbia interessi di egemonia o di potenza, convinta di potersi muovere molto più liberamente di quanto faccia già ora. Quanto può pesare l’apertura all’Iran sul piano dei rapporti degli Stati Uniti con Paesi arabi quali l’Arabia Saudita, la Giordania, l’Egitto e il Marocco (quest’ultimo tra l’altro ha interrotto pochi giorni fa le relazioni diplomatiche proprio con l’Iran)? Sono questi gli interrogativi che più di tutti necessitano di una risposta. Si spera che l’Occidente, a differenza del recente passato – il riferimento è in merito all’intervento in Iraq – si trovi non solo ad adottare una linea politica più realista e, quindi, lungimirante, ma agisca di concerto facendo emergere quella coesione senza la quale i problemi globali difficilmente potranno essere affrontati.

Alberto Gasparetto

gen
24
2009
2

GAZA: Prima del processo di pace… Che trionfi la Verità!!!

(Lettera di p. Daniele Moschetti da Gerusalemme, 7 gennaio 2008, tratta da http://www.giovaniemissione.it)


Mentre sto scrivendo ho molta rabbia, dolore, sofferenza, impotenza e delusione in me. Stiamo assistendo in questi giorni ad una delle più incredibili situazioni di indifferenza mondiale “in tempi di pace” mai vista in questi ultimi anni. Assai vicino a quella del Rwanda del 1994, quando un genocidio di tre mesi uccise quasi un milione di persone. E il mondo stava a guardare….nessuno si muoveva!! Come al solito tanti proclami, tanta diplomazia ma niente di più!! Come sta succedendo ora….!!!

C’è tanta confusione e una marea di notizie di cronaca e di immagini che ci fanno orrore e dolore. Una carneficina che sembra inarrestabile. Vedo la televisione Al Jazeera da amici qui vicino e dicono certe “verità-numeri-storie”. Vedo la televisione italiana o giornali locali israeliani e le “verità-numeri-storie” sembrano diverse!! Ma dove sta la Verità?? E noi europei e occidentali prendiamo posizione senza conoscere veramente….!! Politici europei che si mettono dalla parte di Israele perché comunque “è legittima difesa.  Israele ha il diritto di difendersi dai razzi di Hamas!”. Quante volte ho e abbiamo sentito questa frase da tutti i politici europei e americani!! Tanta ipocrisia dai politici nostrani e internazionali e dai mass media che usano linguaggi anche loro molto di parte e ambigui. E mi chiedevo: “ma questa gente è mai stata più di una settimana in questo paese e girato senza guardie del corpo e diplomatici israeliani o palestinesi? Ha mai sentito le grida di dolore di tanta gente innocente che soffre in questa Terra chiamata Santa?”.

Questa riflessione non vuole essere di parte anche se è difficile non esserlo. Sono stato e lo sono ancora di parte per gli innocenti, i bambini, le donne e i poveri che da sempre in tutto il mondo e non solo a Gaza vengono massacrati da politiche miopi, povertà  o da guerre d’interesse. Ma questa situazione non è solo di oggi!! Viene da lontano, nel tempo, nella storia e nello spazio di questi due popoli e dei loro protettori e alleati.

Una persona  amica mi scrive: “Servirebbe più informazione chiara, libera, vera e soprattutto dalla parte degli ultimi, quelli che non difende nessuno, neanche colui che dice e crede di farlo ma solo a proprio interesse: Hamas . Io sento, quando mi capita di parlare con la gente comune, in paese, discorsi di cui si comprende bene la mancanza di una base minima d’informazione…. non so se dipende anche dal fatto che, dopotutto, pensare solo a sé stessi è meno faticoso”.  Grazie di queste parole perché sono oneste e purtroppo sempre vere per tutti noi ma specialmente quando succedono fatti ed eventi storici come quello di Gaza in un tempo di festa come quello del Natale. La gente prova un senso di fastidio e di rigetto a vedere e sentire queste notizie e immagini quasi a volerle rigettare e rinnegare perché rovinano “le feste”!!! Eppure sono crudele realtà di tutti i giorni in tante parti del mondo. Sono proprio da guardare, interiorizzare perché vere e da non dimenticare perché presto saranno immagini che vedremo più spesso anche dalle nostre parti. Poniamoci delle domande di senso e cercare la verità del perché stanno succedendo queste barbarie in questo mondo malato di potere, idolatria, egoismo, finanza, ingiustizia e fondamentalismi vari e non solo religiosi.

CONTINUA…

Lettera integrale:

apr
17
2008
3

Più attenzione al problema della fame nel mondo: parte il digiuno internazionale…

“Oggi 12 aprile, è partito il digiuno internazionale per sollecitare l´attenzione dell´opinione pubblica mondiale sul dramma delle 36 nazioni più impoverite, dove sta crescendo la tensione sociale sia per l´aumento che per la scarsità  dei generi alimentari. Sono scoppiate rivolte popolari ad Haiti come in Indonesia, in Egitto come in Camerun, in Marocco come in Burkina Faso, in Tunisia come in Costa d´ avorio. La tensione sociale sale in proporzione ai prezzi dei generi alimentari in molti paesi asiatici, dal Pakistan alle Filippine. Secondo dati della Banca Mondiale, dal 2005 al 2007 il grano è aumentato del 70%, i cereali dell´80% e i prodotti caseari del 90%. “L´inflazione globale – ha detto il direttore generale della Fao, Jacques Diouf " non dipende solo da elementi contingenti, ma da fattori strutturali; se il cosidetto Nord del mondo non cambierà  modello di sviluppo, la bolletta per i cereali nei paesi poveri continuerà  a crescere”. Si tratta infatti di fattori strutturali: la ‘finanziarizzazione dell´economia’, l´inflazione galoppante, il pesante debito che grava sulle spalle dei poveri, l´ascesa dei prezzi del petrolio e soprattutto, ora, la scelta dei biocarburanti. Quest´ultima è particolarmente grave. Tanti paesi del Sud metteranno a disposizione milioni di ettari di terreni buoni, togliendoli alla produzione di cibo, che andrà  sempre più scarseggiando: 14 milioni di ettari in Brasile, 120 milioni in India, 370 milioni in Africa per i biocarburanti. Le scorte alimentari- afferma la Fao – sono al livello più basso da 25 anni a questa parte. E in compenso il prezzo di tali generi continuerà  a salire. Per cui i poveri avranno sempre meno cibo e a prezzi sempre più alti. “Un nuovo tipo di fame urbana – ha detto un esponente del Programma Alimentare Mondiale – per cui vediamo cibo sugli scaffali e gente che non può comprare”. Tutto questo perché il mondo ricco non vuole assolutamente rimettere in discussione il proprio sistema economico, il proprio stile di vita. Chi ne pagherà  le conseguenze saranno sempre i poveri. A questo bisogna aggiungere i cambiamenti climatici che faranno aumentare alluvioni e siccità  che renderanno ancora più precaria la produzione di cibo. Per questo ‘Jubilee 2000′ ha lanciato un digiuno internazionale che si concluderà  a Birmingham con una catena umana il 18 maggio. Oggi ho iniziato anch´io a digiunare. Spero che altri seguiranno in Italia per sollecitare l´opinione pubblica italiana. E´ un vergogna che la campagna elettorale in Italia, appena conclusa, non abbia per nulla affrontato tali temi. “Le rivolte del pane” di questi giorni nel Sud del mondo sono lì a ricordarci la profonda ingiustizia che potrebbe innescare ‘la collera dei poveri’, l´altra bomba atomica del terzo millennio”.

Alex Zanotelli

feb
25
2008
2

Il Kosovo divide l’UE

Kosovo_250.jpg

(immagine tratta da http://www.lastampalavoro.it)

Claudio Magris sul Corriere della Sera di qualche giorno fa diffidava pesantemente delle cosiddette nazioni violente, in particolar modo dell’indipendenza che il Kosovo si avviava allora ad acquisire e che domenica 17 febbraio alle ore 15.30 ha solennemente proclamato con il motto “NEWBORN” (nuova nascita). Cosa succede se “l’autodeterminazione dei popoli” che la Carta dell’ONU proclama solennemente diventa poi fomento a spinte secessioniste, separatiste, strenuamente indipendentiste e localiste?

Sull’autodeterminazione dei popoli e l’Unione europea
Facciamo attenzione, l’Europa non è poi così unita come sembra ed il desiderio di autodeterminazione che sembrava potesse giungere solo dal Kosovo, e che si è finalmente concretizzato, arriva senza posa da quasi tutti gli angoli d’Europa. Paesi Baschi, Catalogna, l’appena sopito grido di Valloni e Fiamminghi, Transnistria, Baviera, il Sud- Tirolo italiano, e non sarebbe così strano se ricominciassero a farsi sentire anche gli indipendentisti dell’IRA che, pur avendo posto fine alla lotta armata nel luglio 2005, continuano a farsi sentire a livello politico e potrebbero ricominciare la lotta da un momento all’altro. Ed anche per Scozia, Galles, Ulster non siamo sicuri che sia da dare tutto per scontato.
Ci arriva la notizia di un Consiglio europeo dei Ministri che stava tentando di rimanere unito a favore del rinascimento kosovaro, e che ora si divide, approvando un documento in cui lascia autonomia ad ogni stato membro di schierarsi a favore o contro il riconoscimento, rompendo la debolissima unione, con Italia, Francia e Germania tra i grandi favorevoli e Spagna chiaramente contraria (non dimentichiamo la delicatissima questione dell’autonomismo interno), assieme a Russia (citiamo la Cecenia) e Serbia, contro cui l’Unione europea e la NATO stavano combattendo una guerra già vinta in partenza, a favore, non certamente di chi stava soccombendo, ma di chi già stava vincendo, ovvero gli indipendentisti kosovari dell’UCK, di cui faceva parte Thaci, l’attuale premier del neonato stato del Kosovo. Ricordiamo che una risoluzione ONU, di appena un anno prima dell’attacco alla Serbia (1999) definiva l’UCK come terroristi. Non è poi così incomprensibile l’astio serbo verso l’UE. Eravamo abituati agli USA che non rispettano le risoluzioni ONU, ma da parte dell’Unione un simile comportamento era totalmente inaspettato. Già, gli USA. È curioso vedere come, tra i vari vessilli esibiti a Priština e dintorni, vi siano state anche bandiere a stelle e strisce. Ed è altrettanto curioso vedere come George W. parli già di “governo kosovaro”. Tutto questo potrebbe apparentemente sembrare normale, i kosovari sono sempre stati filo-americani e Bush è sempre stato a favore dei movimenti “liberazionisti” (specialmente dove c’è il petrolio, ma questa è un’altra storia). E invece no, c’è un retroscena da non sottovalutare.
Il «consenso» di Bush indispettisce la Russia…Ritorno di fiamma (fredda)?
Prima si parlava della Russia. Una nazione sterminata – diciassette milioni di chilometri quadrati che vanno da Vladivostok a Kaliningrad – e una storia altrettanto sterminata, gloriosa e tragica, fatta di annessioni e dissoluzioni. Il ricordo di quelle di circa 20 anni fa è ancora fresco, e da quando lo Tsar Putin si è insediato, tutti gli altri movimenti indipendentisti sono stati sedati, con metodi più o meno ortodossi. E allora, è ovvio che lo Tsar chieda l’annullamento di questa dichiarazione unilaterale all’ONU.
E chi li vuole sentire poi, i ceceni, gli ossezi o gli abkhazi (tra parentesi, i rappresentanti di Ossezia e Abkhazia sono volati martedì a Mosca per rilasciare dichiarazioni ufficiali su tutta questa storia)? Inoltre, si sa, l’asse Belgrado-Mosca non è mai crollato. E quando si vedono serbi protestare addirittura a Parigi, assaltando ambasciate e sedi varie, con i governi serbi e russi che tuonano inferociti, c’è da essere preoccupati. A questo punto, il sobrio “consenso” di Bush sembra essere atto più a indispettire la Russia che a sostenere di fatto i kosovari. Ritorno di fiamma (fredda)?

Sul riconoscimento
Facciamo chiarezza sulla questione del riconoscimento. Il riconoscimento da parte di uno stato della nascita di un altro non è fondamentale per la sua effettività. La statualità di un territorio è semplicemente una questione fattuale: sovranità interna ed indipendenza verso l’esterno sono le caratteristiche fattuali che richiede il diritto internazionale.
Dalla morte di Tito la questione balcana è andata sempre più precipitando e solo l’embrione di democrazia globale oggi esistente è riuscito a contenerla. Il problema ora è un altro. Cosa succederà ad un Kosovo che non ha il riconoscimento di diversi stati, e neppure di un’UE compatta? Il Kosovo è uno stato ricco finanziariamente, ma è comunque uno staterello, e i limiti fisici sono insormontabili. Il rischio che diventi crocevia di attività criminali, riciclaggio di denaro sporco, spaccio di stupefacenti, tratta di donne, è molto alto.
Senza un’Unione europea veramente unita alle spalle c’è da chiedersi chi riuscirà a farlo entrare nell’ovile della legalità certa, tutelandolo da derive criminali.
In un mondo in cui l’interdipendenza è così alta e la rete della globalizzazione ci stringe senza soluzione di continuità l’autodeterminazione dei popoli così esercitata mi sembra più un capriccio che una necessità politica reale, ma quando il dado è tratto ed il risultato è incerto possiamo cercare solo, se non di vincere la partita, di non subire danni irreparabili da una rovinosa sconfitta.
L’azzardo è troppo alto.

gen
25
2008
2

IL CIAD UMILIATO

Riporto una lettera di un caro amico missionario che spesso scrive dal Ciad, terra in cui sta prestando servizio da ormai qualche anno… Come sempre non mancano gli spunti per riflettere…
 
ciadumiliato_3501.jpg
(immagine tratta da www.graemevilleret.com/)
 
Sarh, 7.1.08
 
Natale è appena passato.  Abbiamo contemplato e adorato un Bambino-Dio. Davanti a Lui, abbiamo pregato per tutti i bambini. In modo speciale per quelli che più soffrono: per quelli la cui pancia brontola da mattina a sera perché vuota di cibo o piena di vermi; per quelli venduti dai genitori agli allevatori di bestiame e da questi ridotti in schiavitù; per quelli che invece di giocattoli hanno in mano un kalashnikov e sparano morte, su comando degli adulti…
Qui in Ciad abbiamo avuto un motivo speciale di preghiera, che dai bambini è arrivata a tutta la nazione. Il fattaccio dell'"Arca di Zoè", infatti, non ha solo rivelato la triste condizione di centinaia e migliaia di bambini (ciadiani o sudanesi, non fa differenza); non ha solo rivelato "i rischi dell'eccesso di senso umanitario", come ha ben scritto "L'Azione" dell'11 novembre.  Ha rivelato, soprattutto, la condizione di un paese che continua colonia, la situazione di tutto un popolo umiliato nella sua aspirazione alla vera indipendenza.L'operazione di "riscatto" dei 103 bambini è orchestrata in Francia, e non si tratta di una cosa che si possa fare sottobanco: viene affittato un aereo spagnolo, il quale atterra non alla capitale, ma più ad est, ad Abeché…  Un aereo, e di grossa portata, non è un moscerino che possa passare inosservato: chi ha dato il permesso di entrata nello spazio aereo e di conseguente atterraggio? Forse ne sa qualcosa la guarnizione francese, di stanza a Ndjamena, che ha in mano tutto il servizio di monitoraggio del territorio ciadiano!
Al momento di imbarcare i bambini, la cosa viene scoperta, per caso, anche dalle autorità locali: bloccano tutto, i bambini sono affidati ad entità filantropiche e tutti gli europei implicati vengono trasferiti alla capitale in attesa di (si dice) regolare processo.
Si inneggia alla sovranità nazionale, finalmente rispettata ed in azione… Ma solo qualche giorno dopo, la novità, alla Napoleone! Lo stesso Sarkozy piomba improvvisamente a Ndjamena, non si preoccupa di niente e di nessuno, in poche ore "ottiene" (puoi leggere: impone) la liberazione dell'equipaggio e lo riporta in Spagna; andandosene – ciliegina sul dolce! – rassicura i 6 francesi rimasti "prigionieri" che prima della fine dell'anno saranno in Francia.A Ndjamena scoppiano manifestazioni di protesta, ma… tutto corre (e deve correre) nel senso previsto: per i prigionieri si imbastisce un "regolare" processo, che dura nientemeno che 4 giorni! E si conclude con la loro condanna ad 8 anni di lavori forzati. Lo stesso giorno arriva da Parigi la "richiesta" di estradizione, e la sera dopo i 6 sbarcano a Parigi. E' il 30 dicembre. Sarkozy ha mantenuto la sua promessa. Il Ciad ha vissuto un'altra triste pagina di umiliazione.
Nell'articolo citato, Paolo De Stefani concludeva: "Servirebbe un po' più di vero dialogo con i poveri e le popolazioni che soffrono".  Sono d'accordo, ed interpreto così: ogni vero dialogo comincia con il rispetto della libertà; colonialismo effettivo non permetterà mai vero dialogo, anche se mascherato da tanti bei discorsi ufficiali; l'umiliazione di tutto un popolo non potrà mais sfociare in vero dialogo… soprattutto quando l'umiliato è negro, ed il "padrone" bianco!
Il mio Natale è stato, sì, contemplazione e ringraziamento alla volontaria umiliazione di un Dio che diventa Bambino.  Ma è stato soprattutto partecipazione sofferta all'umiliazione di questi fratelli ciadiani, ancora una volta calpestati ed umiliati nella loro dignità di popolo libero.
 
don E.
 
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