feb
13
2009
2

Dialoghi di pace…

Riceviamo e pubblichiamo…


Volevo segnalare questo blog: http://gaza-sderot.blogspot.com ; è scritto da 2 amici, un palestinese del campo profughi Sajaia di Gaza, che si firma peace man, ed un israeliano di sderot, che si firma hope man. è un tentativo secondo me stupendo e commovente di capirsi, da una parte all’altra del fronte, di fornirsi notizie vere e non manipolate come quelle dei media di entrambi i lati, e di far capire ciascuno alla propria gente e a quella “avversaria” che anche “il nemico” ha i suoi stessi problemi, e vuole la pace..

Written by admin in: Informazione, Posta in arrivo |
mag
29
2007
3

Campagna virale di adozioni a distanza di SOS Villaggi dei Bambini

Riportiamo una segnalazione ricevuta via email.

campagna-aiutarli-a-crescere.jpg

Buongiorno, con piacere vi segnalo Aiutarli a crescere ti farà volare, la campagna virale di adozioni a distanza di SOS Villaggi dei Bambini resa possibile grazie all'aiuto di Windows Live Messenger e UniCredit PrivateBanking.  www.adozionidistanza.it/volare

Con l'auspicio che possiate diffondere la notizia e partecipare in prima persona, vi ringrazio in anticipo.

Buona giornata Chiara Tuscano

COMUNICATO STAMPA – AIUTARLI A CRESCERE TI FARA' VOLARE:  pdf_ico_small.jpg

 

Written by admin in: Informazione, Posta in arrivo |
apr
07
2007
2

Posta in arrivo: notizie dalla rete.

Riportiamo alcune notizie segnalateci da Grazia qualche tempo fa. Vi aspettiamo come sempre nei commenti…

TENNIS E PARITA’ TRA I SESSI
Dalla prossima estate le tenniste che vinceranno il torneo di Wimbledon avranno finalmente … CONTINUA

GAS SERRA, GLI STATI UNITI SI INFIAMMANO

Dopo la task force istituita dalla Confindustria britannica e l’ammorbidimento della posizione di ExxonMobil (Vedi Left n.4 del 26 gennaio 2007), cresce il dibattito sull’impatto economico dei cambiamenti climatici e si moltiplicano le iniziative… CONTINUA

Written by admin in: Informazione, Posta in arrivo |
dic
19
2005
2

Dal Ciad: Natale di Vita


(continua il contatto con don Egidio e con il Ciad…)

Nel villaggio di Doguigui, ad 8 Km. dalla città, abbiamo aiutato un gruppo di genitori ad avviare una scuola per i più piccoli già in età scolare: i bambini di 6-7 anni non ce la farebbero a percorrere a piedi i 6+6 Km. fino alla scuola più vicina (lo ’scuola-bus’ qui è ancora da inventare), e comincerebbero la scuola in ritardo. I genitori hanno costruito l’”edificio”: 5 x 3 metri, naturalmente chiusi con pali e stuoie e coperti con paglia. Noi abbiamo portato un tavolo, una sedia ed una lavagna, mentre i “banchi” sono del posto: alcuni pezzi di tronchi d’albero per terra. Noi ci impegniamo a pagare il maestro: 22,00 € al mese, secondo lo stipendio dei maestri volontari nelle scuole comunitarie!… e siccome abita in città, si fa ogni giorno 16 Km. in bicicletta…
Qui in un quartiere, invece, si sta ultimando la costruzione del “Centro culturale NICOLA”: con la sua biblioteca, servirà come appoggio di studio per gli alunni del quartiere. Ma intanto nelle due stanze quasi ultimate funziona già un corso di alfabetizzazione per adolescenti che non hanno mai messo piede a scuola: una quarantina sono presenti ogni mattina. Qui abbiamo provveduto i tavoli, con relative panche: più avanti serviranno per gli utenti della biblioteca. I maestri sono due ragazzi che hanno concluso i loro studi e che sono stati preparati ad hoc da un responsabile di comunità: impegnato nel settore educazione dello stato, si è offerto spontaneamente per questo. Anche i due ragazzi-maestri ricevono i loro bravi 22,00 € al mese!
Parecchi giovani erano soliti venir a chiederci aiuto in denaro, per i più svariati motivi: per i quaderni o la divisa della scuola, per qualche malessere fisico proprio o di qualcuno della famiglia, per aggiustare la bicicletta, per iscriversi a qualche concorso pubblico… Naturalmente non abbiamo mai imboccato la strada dell’elemosina: non sarebbe vero aiuto e creerebbe solo dipendenza. Abbiamo invece pensato di creare lavoro: chi ha bisogno di soldi, se li guadagni. Così è partita anche l’iniziativa degli orti: le suore hanno messo a disposizione un loro terreno già recintato; abbiamo provveduto ad aprire un pozzo, che fornirà l’acqua necessaria; abbiamo acquistato gli attrezzi necessari (zappe, pale, secchie ed annaffiatoi, qualche carriola, un carrettino a mano); su un angolo del terreno, un magazzino rustico per custodire il tutto… E così, una ventina di giovani passano alcune ore al giorno attorno alle loro aiuole: da qui a 30-40 giorni avranno i loro pomodoro, radicchi, carote da vendere, ed i soldi di cui hanno bisogno.
I bambini di Doguigui, gli adolescenti dell’alfabetizzazione, i giovani degli orti… anche per loro è Natale: una speranza nuova, una possibilità di impegno diverso, qualcosa di nuovo nella loro vita, un inizio di VITA più vera.
Ho raccontato tutto al plurale: lo si fa assieme, voi e noi. Tutto questo è possibile grazie a quanto voi avete condiviso e ci avete affidato. Grazie anche al vostro “pranzo di Natale”, in cui riservate uno o più posti per i fratelli ciadiani. Giunga a tutti, grande grande, la loro, e nostra, riconoscenza più vera: è bello “essere” Natale-Vita gli uni per gli altri!

Written by don egidio in: Missione, Posta in arrivo |
dic
17
2005
2

Dal Ciad: numeri di schiavitù


(Testimonianze inviateci da un caro amico missionario in Ciad che condivide così con noi e voi le sue esperienze…)

Da qualche anno il Ciad fa parte della stretta cerchia dei paesi produttori di petrolio; le sue riserve sono oggi calcolate dai 3 ai 5 miliardi di barili, ma gran parte del territorio è ancora da esplorare.
Attualmente il petrolio ciadiano è gestito da due compagnie statunitensi (Esso e Chevron) e da una della Malesia. Lo pagano a poco più di 15,50 dollari il barile: da confrontare con i prezzi internazionali in vigore! Dall’ottobre 2003 ad agosto 2004 esse hanno messo sul mercato internazionale petrolio ciadiano, per un importo di 900 milioni di dollari: al Tchad sono stati pagati 40 milioni di dollari, cioè il 4,5%. E del poco che qui arriva, il 50% è incamerato direttamente dal governo, il 10% se lo prendono i vari capi locali, e per la vita del popolo resta il 40%.
In compenso, la gente deve subirsi tutti i danni ambientali che l’esplorazione del petrolio comporta: la distruzione della vegetazione nativa ed anche di superfici coltivate – i prodotti chimici, che rendono sterili i terreni – le scorie di ogni sorta lasciate a cielo aperto – soprattutto l’inquinamento delle falde acquifere.
Inoltre, assiste impotente alla distruzione del patrimonio culturale e tradizionale, di aree per loro sacre e di cimiteri, con le indenizzazioni irrisorie che ne riceve: un grande albero sacro, importantissimo per più villaggi, è stato indenizzato con 45,00 €, e due siti culturali tradizionali con 180,00 €!
Più gravi sono le difficoltà sociali che deve affrontare: violazione di elementari diritti umani: un’azione giudiziaria mossa da oltre 1000 ex-lavoratori ha portato alla condanna delle compagnie, ma è intervenuto il console degli Stati Uniti ed ha messo tutto a tacere! – spostamenti massicci di mano d’opera, con forti riflessi negativi sulla vita delle famiglie – aumento delle malattie, sia per la polvere dei veicoli, sia per l’inquinamento dell’aria con i componenti del petrolio portato in superficie – con l’arrivo dei ‘bianchi ricchi’, il costo di vita è in continua crescita.

Da quanto sopra, si intuisce che il petrolio ciadiano viene “svenduto”, e che la popolazione è vittima, non beneficiaria del suo sfruttamento: è costretta a pagare un pesante tributo, in termini finanziari, sociali ed ambientali. A conferma della regola mondiale: i poveri saranno sempre più poveri, i ricchi sempre più ricchi…, a prezzo della schiavitù dei poveri.
La società sta tentando organizzarsi; tra l’altro, ha lanciato un appello alla Banca Mondiale “per uno sfruttamento giusto del nostro petrolio”: essa ha risposto… picche, con il pretesto che quanto più si estrae più si potrà combattere la povertà in Ciad!

E noi, Chiesa ciadiana? I vescovi si sono espressi con chiarezza ancor prima che il governo firmasse i contratti con le compagnie, esortando a non aver fretta, a migliorarli: sono stati accusati di antipatriottismo! Ora ci si sforza di appoggiare in ogni maniera le organizzazioni in difesa della gente: il petrolio se ne va, ma ci obbliga a prendere posizione, a tener viva la speranza tra questi nuovi “schiavi”, nostri fratelli.

nov
25
2005
2

Un incontro, una storia…

Come già scritto in questo spazio, è iniziato il GIM! Non fai neanche tempo a dire “è appena iniziato”, che già ci “Stai Dentro”. Da Ottobre infatti, anch’io sto avendo la possibilità di provare a vivere questa forte proposta di “Giovane Impegno Missionario”. Un momento che durante il week-end Gim, mi porta a stare dentro a questo tempo di riflessione con profondità, è l’incontro con i testimoni. Il 12 e 13 Novembre il tema in questione era: “Dal monopolio alla Condivisione” e alla Domenica pomeriggio ci è stata donata la testimonianza di Joseph Mumbere Musanga. Joseph è un Missionario Comboniano Congolese che ha passato questo ultimo periodo in Italia a studiare, per ritornare tra qualche mese dal suo popolo. Abbiamo avuto modo di ascoltare la sua storia e quindi di ascoltare anche la storia della Repubblica Democratica del Congo. A Joseph poi ho raccontato di questo blog dato che questo spazio web si nutre anche di esperienze, ed ecco che Joseph mi ha scritto proponendomi di condividere con voi questa storia… Lascio all’arte africana del raccontare la conclusione; alla prossima condivisione.f

LA STORIA DEL CONGO RACCONTATO DA UN ANZIANO AI SUOI NIPOTI
(clicca qui per scaricarla in formato pdf)

Figli miei carissimi, vorrei raccontarvi una storia, la storia del nostro Paese. Con questa storia vorrei invitarvi a non dimenticare il vostro passato, a non dimenticare da dove venite, a non dimenticare il perché delle nostre guerre, delle nostre sofferenze. Oggi vi parlerò della storia del Congo fino alla sua accessione all’indipendenza, perché è questo periodo che spiega tutto ciò che stiamo vivendo oggi. Se capite bene cosa sia cambiato in questo periodo della nostra storia nei cuori dei diversi popoli del Congo, allora potrete comprendere anche la guerra che ci sta massacrando oggi. 

Il Congo, con i suoi confini di oggi, è nato come un giardino botanico e zoologico del Re del Belgio Leopoldo II nel 1885. Voi vi chiedete sicuramente, perché dico come giardino botanico e zoologico (che significa giardino di pianti, alberi e animali), ma i nostri antenati dove erano? Si, infatti, per questo re, nel suo giardino non vi erano delle persone umane: vi erano le diverse piante, la foresta, i fiori, la ricchezza del suolo e del sottosuolo, per quanto riguarda il botanico; vi erano gli animali, come leoni, gorilla, serpenti, e cosi via, per quanto riguarda lo zoologico. Tra questi animali si contavano i nostri antenati, visti come animali all’immagine vicina a quella dell’uomo. Erano chiamati uomini senza anima, dunque animali un po’ più sviluppati del gorilla. Ad esempio, i primi bianchi che sono arrivati in Congo, chiamavano i nostri antenati “Macaque” che significa scimmia. Allora, vedete come il Congo è nato come Paese senza che nessuno pensasse ai popoli che vi abitavano. I nostri popoli, suddivisi in regni tribali, con strutture socio-politiche proprie, non esistevano agli occhi del grande sovrano del Belgio e di tutti i potenti che si erano riuniti a Berlino per dividere tra di loro l’Africa come un pezzo di torta. I nostri antenati erano considerati allo stesso livello degli animali. Dalla loro dignità umana, dei loro diritti non se ne fregava nessuno.

Figli miei carissimi, capite come è nata la nostra grande nazione nel cuore dell’Africa. Come nazione siamo scaturiti da una nullità di dignità umana, da una nullità di diritto alla vita e alla libertà. Nessuno aveva chiesto ai nostri antenati se volessero una nazione così grande, nessuno ha chiesto loro, se fossero d’accordo con i confini del nuovo Congo decisi a Berlino, nessuno ha chiesto il loro parere per la gestione del nuovo giardino. I nostri antenati non esistevano come uomini; ciò che contava e che era da custodire e da difendere per tutti i costi erano le ricchezze di questo giardino privato del re del Belgio. Nel 1908, il re Leopoldo II, scoprendo che il suo giardino era così ricco e che aveva delle ricchezze più che sufficienti per tutto il suo popolo, ne fece un regalo di Natale alla nazione belga. Così il Congo divenne Colonia belga, non perché il re aveva scoperto che ci fossero anche delle persone, la quale umanità e cultura si potevano unire all’umanità e alla cultura belga e sviluppare così un’identità umana comune, piena di rispetto e di riconoscimento dei diritti e doveri di ciascuno, ma perché le risorse del giardino potevano rendere il piccolo e, in quei tempi, povero Belgio una potenza economica nel cuore dell’Europa. Dunque anche questo regalo natalizio non cambiò nulla per quanto riguarda la considerazione della dignità dei popoli che vivevano nei confini del giardino del re. Al contrario, i nostri antenati venero visti come una forza lavoratrice senza diritti per far crescere l’economia belga e sviluppare il piccolo Paese che entra ottanta volte nel suo giardino. L’unica cosa che cambiò fu il fatto che i nostri antenati non erano più visti come uomini senza anima, liberi nel gran giardino di organizzarsi sociopoliticamente, religiosamente e culturalmente secondo le loro tradizioni. Con l’inizio della colonia dovevano essere governati dal potere coloniale, dovevano dimenticare, cancellare nella loro mente la loro identità culturale, il loro modo di essere, di vivere per abbracciare con forza il modo di essere, di vivere e di comportarsi che veniva loro imposto. Io che ho vissuto questo tempo vi dico, figli miei, che eravamo colonizzati con un braccio di ferro, non avevamo nessuna dignità, nessun diritto tranne quelli di obbedire o di morire. La colonizzazione ha dunque inculcato nella nostra mente che un negro ha soltanto due diritti: il diritto all’obbedienza cieca a tutto ciò che comanda il capo bianco, o alcuni dei nostri che i colonialisti usavano per incrementare la politica del “dividere per regnare” e il diritto alla morte se uno si ribellava o non ce la faceva più. Vivere significava obbedire agli ordini in tutti gli ambiti della vita e non obbedire significava morire.

Nel 1960, la colonia fu scossa all’improvviso dal vento nuovo della richiesta delle indipendenze che soffiava su tutta l’Africa. Alcuni Paesi africani ricevevano l’indipendenza. Davanti a questo fatto, i capi della colonia belga non sapevano più a qual santo rivolgersi, le pressioni locali e internazionali pesavano fortemente su di loro. Per la prima volta si resero conto che avevano governato senza pensare ai popoli del Congo, alla loro dignità, al loro futuro. In quel tempo, nell’anno 1960, vi era soltanto un congolese laureato in giurisprudenza. Si pensava di prendersi un periodo di più o meno trenta anni per preparare il Paese all’indipendenza. Ma la tenacia del leader congolese Lumumba e di altri uomini e donne coraggiosi obbligarono il Belgio a concedere l’indipendenza in fretta, senza nessuna preparazione con tutta la probabilità che il futuro del nuovo Paese indipendente si chiamerà “caos”. Il Congo divenne dunque “indipendente”, non perché questa indipendenza era il risultato di una certa crescita dei popoli congolesi che prima erano organizzati socio-politicamente e culturalmente in regni tribali, poi colonizzati socio-politicamente, e che avevano adesso raggiunto un’identità nazionale matura con la possibilità di riconciliare i valori socio-politici delle loro culture con quelli occidentali, ma perché il vento delle indipendenze era così forte che il piccolo Belgio non poteva resistere, dopo che questo vento aveva fatto crollare i colossi coloniali come la Francia e l’Inghilterra. I popoli congolesi entrarono dunque nel vento delle indipendenza senza più sapere chi erano prima; non si sapeva come interpretare questa indipendenza: i regni tribali di prima della colonizzazione ritrovavano la loro sovranità negata, o era veramente nata una nuova nazione con una nuova identità? A questa domanda, l’indomani della indipendenza ha dato immediatamente risposta. Il povero leader Lumumba e capo eletto del governo, avendo tanti nemici dentro e fuori il Paese e non avendo mezzi forti per mantenere l’unità e la sicurezza, fu il primo a pagare le conseguenze della nascita non preparata e caotica della nazione congolese. Egli fu ucciso sei mesi dopo l’indipendenza. Da quel momento il caos è rimasto padrone nel Congo. Un caos voluto, sia per giustificare la dittatura che seguirà, sia per permettere lo sfruttamento illegale delle ricchezze del suolo e del sottosuolo congolese. Un caos organizzato, perché le persone umane viventi nei confini del Congo, non hanno mai interessato nessuno. La loro dignità, il loro diritto di vivere in pace, semplicemente secondo le loro usanze non giocavano un ruolo importante nelle decisioni che si prendevano sul futuro del Congo sia al livello nazionale che al livello internazionale. Questa è la nostra origine come nazione.

Figli miei, spero che vediate adesso più o meno chiaro da dove vengono i nostri guai. Mi soffermo oggi qui dicendovi una ultima cosa. Io sto per finire il mio pellegrinaggio sulla terra, siete voi che costruirete il Congo di domani. Il Congo rimarrà molto fragile, fino a quando noi Congolesi, particolarmente voi giovani, non capiremo tre cose:

1) La prima cosa che dobbiamo comprendere è che il corso della storia ci ha messi insieme senza che noi lo decidessimo, perché, senza la colonizzazione, ciascuno di noi sarebbe legato soltanto alla sua tribù. La storia non torna mai indietro, essa continua il suo corso pro o contro la volontà di quelli che la vivono. L’importanza è di trarne sempre una lezione per poter programmare e costruire bene il futuro. Il futuro del Congo non sarà più un futuro di regni tribali. La sfida del futuro è di costruire dalla ricchezza delle nostre culture tribali un’identità nazionale forte. Siamo condannati a l’unità, perché se non siamo uniti, se noi continuiamo a prestare ascolto agli appelli di divisione in modo tribale, giocheremo sempre il gioco di quelli a cui interessano soltanto le ricchezze del nostro suolo e sottosuolo. Le nostre divisioni porteranno sempre guerre, e le guerre ci offriranno la morte e il saccheggio delle nostre ricchezze.

2) La seconda cosa su cui dobbiamo lavorare è ridarci la dignità umana. Il modo con cui i capi colonialisti si comportavano verso i loro subalterni è stato copiato dai nostri capi. Anche loro continuano a riconoscere soltanto due diritti a chi è subalterno: obbedire o morire. La dittatura si fondava su questo leitmotiv. Dunque bisogna ridare dignità alla nostra gente. Bisogna che la carta dei diritti umani sia il fondamento della futura nazione congolese. Soltanto così avremo la possibilità di sopravvivere nel futuro del mondo globalizzato.

3) La terza cosa su cui dobbiamo lavorare è la pace, la pace che non significa il tacere delle armi, delle bombe, ma che significa il rifiuto totale della violenza come modo di risolvere i conflitti. Questo No alla violenza deve partire dal segreto dei nostri cuori, passando per le nostre famiglie fino a giungere ai livello più alti del governo dello stato e delle relazioni internazionale. Perché la violenza genera solo violenza e morte, ma la non-violenza genera vera pace, riconciliazione, perdono e solidarietà.

Figlioli carissimi, per oggi basta. Tornate a casa, e non dimenticate la vostra storia, la storia che ha fatto che oggi, in tutto il mondo, vi chiamano CONGOLESI. E solo nel ricordare questa storia, che costruirete un futuro Congo migliore del passato.

 

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