giu
23
2009
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Da Teheran…

Riceviamo e pubblichiamo. (Testimonianza diretta di una ragazza di Teheran)

teheran 500

Da dove comincio? faccio un breve elenco e vi do l’autorizzazione ad inolterare questa e mail a tutti. visto che il minimo che si possa fare e` di smascherare queste bestie.ok da una settimana che i cellulari non funzionano dopo il pomeriggio e niente sms 24 su 24 ore da 7 giorni.i satelliti non funzionano. quindi niente bbc,euronews,cnn, ecc.le schde telefoniche per chiamare all’estero non funzionano.internet funziona ma hanno filtrato tutti i siti comunicativi tipo  facebook,you tube,sempre cnn,bbc,qualsisasi cosa centri con le notizie. e` poi con ADSL la velocita` e` 3kb!!!!!!!!!!

pensate un po’! praticamente siamo in una gabbia tutti prigionieri senza poter comunicare con nessuno.telefoni fissi e le chiacchiere tutte sono controllate. dopo il pomeriggio se cammini per la strada se vai nelle piazze o nei corsi principali ti picchiano cosi basta che tu sia vicino a loro,non iporta l’eta` o il sesso.hanno l’autorizzazione  per sparare. e poi non tutti di loro sono riconoscibili perche` in ogni manifestazione che facciamo tanti di loro incogniti con abiti normali fanno la manifestazione insieme a noi poi in un certo punto tirano fuore le armi e comincino a picchiare e addirittura uccidere.

Le ambulanze che ci mandano non sono affidabile perche` portano i feriti in un ospedale dipendente dal governo che probalimente lascia morire tutti.e se riusciamo ad accompagnare qualcuno in un ospedale privato,il giorno dopo attaccano l’ospedale e si riprendono i feriti.

Ma siamo uniti piu` che mai e non abbiamo paura quando stiamo tutti insieme.con un elemento verde un pezzetto di tessuti verde facciamo le manifestazioni. il verde e` il simbolo del candidati MOUSSAVI per cui abbiamo votato tutti e che sappiamo tutti che ha vinto al 100% le elezioni. una bravissima persona molto intelletuale sia lui che sua moglie. alle 10 di sera andavamo sul tetto per mostrare la nostra disapprovazione dando lo slogan ALLAH AKBAR che in arabo vuol dire Dio e` piu` grande.visto che 30 anni fa quando i nostri stupidi genitori hanno fatto la rivoluzione islamica davano lo stesso slogan! ma finito anche questo perche` dall’altro ieri sera sparano anche verso i tetti degli appartamneti da cui sentono questo slogan!!!!!!!

Ormai apriamo le finestre spegniamo le luci e urliamo sempro lo stesso slogan cosi siamo piu` sicuri.2 sere fa davanti ai miei occhi hanno sparato a un ragazzo ventenne ed e` morto. La zona in cui abito io e` uno dei piu` importanti centri dove la gente si riunisce e purtroppo anche dalla camera da letto fino alle 3 di mattina sento le voci i pianti gli urli gli spari… sono peggio di hitler.vedere delle immagini non basterebbe mai a capire quello che stiamo passando,mai. e` purtroppo la maggior parte di noi sappiamo che tutto questo sangue non servira` a nulla.questo dittatore uccide e uccide e alla fine si riprende la vita quotidiana,ma per ora si continua.

Hanno arrestato la maggio parte dei leader riconformisti. hanno attaccato casa dello studente dell’universita` di tehran, di Shiaraz e quello di Isfahan. di immagini ne abbiamo ancora poche visto che abbiamo grande difficolta` di comunicazione ma vi mando tutto quello che ricevo o via e mail o via face book. per ora con una specie di rompifiltro riesco ad entrare in facebook ma devo tolgiermi le foto e mi devo pure cambiare il nome. perche` saro` in guai visto che controllano ogni mossa nostra.

L’unica cosa che mi potete fare e spargere le notizie e diffondere le immagini.
un abbraccio forte

L.

Written by Daniele in: Diritti Umani, Informazione |
mag
11
2009
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Per Questo, Scegliamo Di Sbattervi In Faccia (e Aiutateci A Farlo Con Quante Più Persone Possibili) L’orrore Della Guerra Che Ci Circonda.

101441L’orrore che suscitano le fotografie che abbiamo pubblicato in home page e nella pagine dell’articolo di Enrico Piovesana, come questa qui a fianco, violando probabilmente qualsiasi tipo di codice deontologico, è tanto. Ma ci pare sensato e persino giusto fare – oggi – questa provocazione.

Oggi che il ministro dell’Interno italiano – parlando “a nome di tutte le nazioni dell’Unione Europea”, si vanta di avere rispedito 227 migranti nelle mani degli aguzzini libici. 
“Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no”, dicono di loro le donne che “hanno avuto la fortuna” di sbarcare a Lampedusa.

Oggi che un cretinetti (come si dice a Milano) poco più che trentacinquenne si permette di proporre per il trasporto pubblico milanese posti riservati ai cittadini Doc, facendoci ritornare di colpo agli anni dell’apartheid sudafricano, o delle discriminazioni razziali negli Stati Uniti. Roba che nemmeno in Israele, dove pure qualche motivo di sicurezza vera si potrebbe addurre, si sognano di fare.

Oggi che aprendo i giornali o i siti o le televisioni, quei pochi che credono ancora nei valori della borghesia (quelli usciti dalla rivoluzione francese) sussultano involontariamente di entusiasmo alle parole di un ex-fascista che, pur essendo nella maggioranza, pratica l’unica opposizione visibile in questo Paese.

Oggi che, nessuno lo dice, l’Italia ha mandato in Afghanistan non il genio pontieri o gli alpini distributori di caramelle ai bambini, ma la Folgore, l’intera Brigata Folgore, “fior fiore di un popolo e di un Esercito in armi”. Uomini e donne addestrati non certo a costruire scuole, ma piuttosto a uccidere.

Oggi che siamo in guerra, fuori e dentro ai nostri confini, che più del settanta percento di italiani è contento di un Governo che non si può certo definire “fascista” ma che certamente definire “oligarchico” è condizione necessaria, ma non sufficiente, per descriverne la barbarie e l’arretratezza rispetto alle grandi conquiste del 1900.

Oggi sarebbe necessario un altro sussulto, non quello entusiasta alle parole del Presidente della Camera, ma di violenta indignazione, e noi non troviamo altro modo di provare a provocarlo. Per questo, scegliamo di sbattervi in faccia (e aiutateci a farlo con quante più persone possibili) l’orrore della guerra che ci circonda. Non l’orrore, ma la guerra.

Maso Notarianni

Written by zanalec in: Diritti Umani, Generale |
mag
02
2009
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Comunicato Della Rete Di Associazioni Veneziane Tuttiidirittiumanipertutti

Da molto tempo ormai la rete di associazioni veneziane tuttiidirittiumanipertutti denuncia le quotidiane violazioni dei diritti dei migranti e dei potenziali richiedenti asilo politico che arrivano alle frontiere dell’Adriatico in fuga dalla Grecia, paese rispetto al quale l’Acnur e Amnesty International hanno chiesto di sospendere i respingimenti perché la Repubblica ellenica non garantisce in alcun modo il diritto d’asilo.
Le persone che raggiungono il porto di Venezia e gli altri porti dell’Adriatico, quando intercettate dalla polizia di frontiera, vengono il più delle volte respinte senza formalità, non ricevono un provvedimento argomentato, scritto e tradotto, non incontrano un avvocato né personale civile, vengono chiusi in una cabina sprovvista di bagno a bordo della stessa nave sulla quale si erano nascosti per cercare di raggiungere l’Italia e fare richiesta di asilo, diritto fondamentale che viene in tal modo negato in dispregio della normativa nazionale, internazionale e comunitaria.
Queste persone, come dimostrano le cifre ufficiali dei respingimenti fornite dalla stessa autorità portuale, vengono così rimandate in Grecia per essere soggette ad altre arbitrarie detenzioni e trattamenti inumani e degradanti. Di loro non resta traccia scritta e documentata. La maggior parte di questi migranti proviene dall’Afghanistan ed è in fuga dalla guerra e dalle persecuzioni talebane. Moltissimi di loro sono minorenni, come lo era Zaher, il ragazzino morto a Mestre nel dicembre dell’anno scorso cercando proprio di eludere quei controlli di frontiera che avrebbero potuto rispedirlo indietro violando i suoi diritti fondamentali.
Per permettere a queste persone di uscire dall’invisibilità e poter denunciare quanto avviene loro, una delegazione della rete si è recata a Patrasso nel febbraio del 2009. Lì abbiamo trovato una situazione disperata, ampiamente documentata dalle immagini che abbiamo proiettato nell’assemblea cittadina “Fronte del Porto” tenutasi a Mestre, alla presenza del sindaco Cacciari, lo scorso 31 Marzo.
A Patrasso, abbiamo raccolto le storie di tante persone respinte da Venezia e dagli altri porti italiani, le abbiamo informate dei loro diritti e degli strumenti giuridici a loro disposizione. Il risultato di questo lavoro è stato il fatto che la Corte europea dei diritti umani con sede a Strasburgo ha ritenuto ammissibili i ricorsi individuali dei 35 migranti che li hanno presentati, moltissimi di loro minorenni, ed è quindi adesso pendente un procedimento che vede come controparti il governo italiano e il governo greco rispetto alle violazioni dei diritti fondamentali denunciate da questi migranti.
Questo è un passo importantissimo verso la possibilità reale che si ripristini la legalità e il rispetto dei diritti alla frontiera del porto di Venezia, dove vige una situazione che lo stesso sindaco Cacciari, sostenendo le denunce della nostra rete, ha definito fuori controllo e lesiva dei diritti umani fondamentali delle persone.

Written by marco in: Associazionismo, Diritti Umani |
apr
08
2009
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Bambini Al Lavoro – Uno Sguardo Differente Al Lavoro Minorile

IL PROGETTO “DIRITTI UMANI IN AZIONE: INFANZIA, LAVORO, PROTAGONISMO

nats per ban

Di fronte a innumerevoli politiche abolizionistiche che vorrebbero eliminare del tutto la possibilità di svolgere un’attività lavorativa da parte di un ragazzo, nel sud del mondo i movimenti NATs (Niños y Adolescentes Trabajadores, Bambini e ragazzi lavoratori) chiedono ai governi e alla comunità internazionale che possa venir loro riconosciuto un diritto ad un lavoro svolto in condizioni degne e sicure e una partecipazione attiva alla vita sociale e politica del paese. L’idea di fondo è che non tutte le esperienze lavorative siano da eliminare. Se lo sfruttamento e le occupazioni pericolose o dannose vanno combattute, esistono tuttavia forme di attività economiche che possono essere ritenute accettabili e che possono costituire per i ragazzi, davanti a situazioni di necessità, un’occasione di apprendimento e crescita, in termini di conquista di maggiore autonomia, senso di autostima, socializzazione economica.

Anche quest’anno l’associazioneNats per… Onlusgrazie alla preziosa collaborazione con “Jardin de los niños Onlus” e “Progetto Mondo MLAL” e con il co-finanziamento della Regione Veneto ha organizzato dei percorsi di formazione nelle scuole di diverso ordine e grado, al fine di sensibilizzare gli studenti rispetto all’esistenza dei movimenti dei bambini lavoratori e di strada, oltre che a promuovere la cultura dei diritti dell’infanzia, ed in particolare del diritto alla partecipazione, così come definito nell’articolo 12 della Convenzione ONU sui diritti del fanciullo del 1989. Il progetto Diritti umani in azione: infanzia, lavoro, protagonismo ha interessato numerose classi del territorio del trevisano, veneziano, padovano e del veronese. Esso prevedeva un percorso che si strutturava in quattro incontri di due ore ciascuno in cui i ragazzi delle classi, con l’aiuto di educatori, si sono confrontati, hanno lavorato in gruppo e realizzato giochi inerenti al tema del lavoro minorile, dello sfruttamento, delle cause che portano i bambini a lavorare, della posizione di valorizzazione critica del lavoro dei movimenti NATs, dei loro diritti come ragazzi e della partecipazione nei vari ambiti della loro vita come cittadini responsabili e attivi. L’ultimo incontro ha visto inoltre la presenza delle delegazioni colombiana e peruviana di bambini lavoratori. L’una proveniente dalla Fondazione del piccolo lavoratore di Bogotà, l’altra formata dalla direttrice della Scuola Nassae in Lima e dal delegato del movimento nazionale NATs Perù. I loro interventi e le loro vite presentate nelle varie classi hanno dato un apporto concreto e realista su quella che è l’esperienza dei bambini lavoratori e sulla lotta che portano avanti perché venga loro riconosciuto un diritto ad un lavoro degno e ad un ascolto attivo da parte dei governi e della comunità internazionale.

Una visione del lavoro minorile a cui non è abituata la nostra società, spesso ancorata a modelli paternalistici e adultocentrici dell’infanzia che non vedono ancora nel bambino e ragazzo un soggetto attivo e capace di partecipazione non solo sociale ma anche politica, ma che lo rinchiudono in sfere di protezione e sicurezza, discriminandolo secondo un presupposto di immaturità.

 

Per maggiori informazioni sui movimenti NATs e sul progetto:

www.natsper.org

Formazione scuole Nats per

Formazione scuole Jardin de los ninos

Links utili


apr
06
2009
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Sette Storie Tra… Troppe – Reportage Sui “returnees” Ugandesi

“Sette storie tra… Troppe” è il risultato di un tentativo di condivisione di vita con 7 ragazzi di Gulu, in nord Uganda, rapiti quando erano bambini dalla Lord’s Resistance Army. Nighty, Geoffrey, Vicky, Daniel, Richard, Denis e Charles sono i protagonisti di questo Dvd e fanno parte del gruppo “POO PIWA” o REMEMBER US, un progetto di riscatto umano e reinserimento sociale rivolto ai soggetti più discriminati, i cosiddetti “Returnees”. Il progetto comprende attività di microcredito, ma questa è solo una parte, difficile ma solo una piccola parte compresa in un progetto educativo più ampio, fatto di relazioni, di condivisione, di fiducia, di voglia di riprendesi in mano la vita, ma anche di difficoltà, ostacoli, incomprensioni… insomma, è la storia del vivere insieme. Storia di uomini e di donne che tentano

di camminare insieme nonostante tutto. Sono sette vite, sette storie non difficili da sentire in nord Uganda. Purtroppo sono sette storie tra troppe!

Diego Cassinelli – http://www.bambinisoldatouganda.blogspot.com/

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Per l’alta definizione visita la pagina dedicata nel sito di Arcoiris TV

feb
23
2009
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Sui Binari Della Giustizia La Vita Della Gente E La Compagnia Vale Do Rio Doce Lungo La Ferrovia Di Carajás

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Sui Binari della Giustizia è il contributo italiano a Justiça nos Trilhos (www.justicanostrilhos.org), campagna internazionale lanciata nel 2007 che sta mettendo in rete le realtà in cui opera la Vale do Rio Doce (seconda compagnia mineraria al mondo). Partendo dalla realtà del “corridoio del Carajás” sta raggiungendo vari paesi del mondo che vivono le stesse contraddizioni. L’obiettivo della campagna è triplice: ottenere eque indennizzazioni per tutte le violazioni commesse da Vale do Rio Doce lungo la propria ferrovia, forzare le operazioni di compensazione ambientale assunte come impegno, ristabilire un fondo di sviluppo per l’intera regione (basato su una quota fissa annuale proporzionale ai guadagni della compagnia, gestito da un consorzio di municipi e movimenti sociali locali, simile al “Fondo di Sviluppo Carajas”, che esisteva prima della privatizzazione di Vale avvenuta nel 1997).

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Di seguito tutti i dettagli della vicenda e della campagna, un approfondimento sugli “Oltraggi di Vale” a cura del Centro Nuovo Modello di sviluppo  (AIUTATECI A DIVULGARE I DOCUMENTI) e un video riassuntivo.

Dettagli campagna e storia:

Gli oltraggi di Vale“:pdf-ico_40

aaaaaapp-

Written by Daniele in: Diritti Umani, Informazione |
feb
04
2009
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Trattato Italia-libia (2): Diario Della Discussione In Senato

In Aula un Senatore dell’IdV legge l’Appello di COME UN UOMO SULLA TERRA e FORTRESS EUROPE. Il PD affianca in modo imbarazzante le posizioni xenofobe della maggioranza.

Ho seguito oggi la discussione al Senato sul Trattato Italia-Libia. La discussione non è ancora finita. Riprenderà domattina. Anche se l’esito ormai sembra scontato. Gli interventi dei Senatori del PdL e della Lega sono di una ignoranza e di una barbaria inaccettabili per una democrazia civile: un intreccio di stereotipi xenofobi e facili enunciazioni demagogiche, che non hanno nessuna relazione con le vite reali delle persone, ma che si crogiuolano nel magma utile e torbido dell’ignoranza e della paura. Come l’intervento incredibile del vicesindaco leghista di Lampedusa, che urla in aula quasi spiritata che “finalmente non arriverà più nemmeno un barcone e i clandestini rimarranno a casa loro”. Perché notoriamente “casa loro” è la Libia. Più apprezzabile l’intervento di un senatore PdL (non ricordo il nome) che ha con chiarezza tracciato i vantaggi economici insiti in un Trattato che di fatto crea una via preferenziale per le imprese italiane nella corsa al commercio con il nuovo mercato libico.

In questo clima ormai normale nell’Italia dei “cattivi”, alcuni senatori della minoranza (PD, Radicali e IdV) hanno sottolineato con interventi in aula la completa assenza nel testo di riferimenti che rendano possibile da parte dell’Italia garantire e verificare la tutela dei diritti umani fondamentali dei migranti africani in Libia. C’è stato anche chi ha ricordato le condizioni disumane dei centri di detenzione e chi si è appellato alla totale assenza di legislazione sul diritto d’asilo nel Paese del Colonnello. All’inizio i gruppi della minoranza sembravano compatti nel far crescere l’opposizione al Trattato, anche per l’aspetto relativo ai diritti dei migranti. Sembrava stessero in qualche modo funzionando almeno in seno all’opposizione, la pressione sviluppata in questi giorni dalle ONG e dal nostro appello.

Poi, dopo la pausa, le strade dell’opposizione si sono separate.

I senatori del PD (Livi Bacci, Marinaro, Mercenario e Marini) hanno ritirato il loro emendamento in cambio di un vago e legislativamente vacuo Ordine del Giorno, approvato dal Governo: con questo scambio si è conclusa la capacità di opposizione e di azione etica del PD, che in stragrande maggioranza ha deciso di seguire la linea d’alemiana del voto a favore del Trattato. La dichiarazione di voto del Senatore La Torre (braccio destro del leader Massimo) è stata molto chiara e monolitica: il Partito ritiene fondamentale dare un segnale di collaborazione al Colonnello Gheddafi e, pur riconoscendo le “imperfezioni” del Trattato in materia di diritti e di politiche migratorie, conferma con convinzione il suo sostegno allo “storico Trattato”. Intorno a lui imbarazzanti volti di silenzio e sottomissione degli altri senatori che accettano la linea, mettendo da parte la chiarissima consapevolezza (espressa anche negli interventi della mattina) delle pericolosissime conseguenza del Trattato stesso per migliaia di esseri umani. Si alzano indignate e vibranti solo le voci dei Senatori PD Perduca e Poretti, unici due ad esprimere con chiarezza l’intollerabile compromesso imposto dal Partito.

Nel frattempo rimane in vita solo l’emendamento dei Senatori Pedica e Belisario dell’IdV, che viene però respinto dall’aula, nonostante il fatto che la richiesta fosse quella di istituire una commissione di monitaroggio aperta anche ad ONG indipendenti a titolo completamente gratuito. Pur di non ostacolare la libertà arbitraria di azione della dittatura libica nel suo territorio, l’Italia rinuncia anche alla possibilità di dotarsi gratuitamente di uno strumento competente per verificare l’azione della polizia dello Stato a cui chiediamo di fermare migliaia di esseri umani in fuga.

Alla fine, nella dichiarazione di voto finale, il senatore Pedica dell’Itaia del Valori, ha citato in aula il nostro Appello, leggendone un pezzo molto ampio e appoggiandone con convinzione i contenuti. E’ un risultato non certo sufficiente, ma è comunque un risultato, che dà coraggio alla nostra azione dal basso affianco alla dignità dei protagonisti di COME UN UOMO SULLA TERRA.

(tratto da http://comeunuomosullaterra.blogspot.com)

Written by Daniele in: Diritti Umani, Informazione |
feb
02
2009
2

Trattato Italia-libia Appello Ai Senatori Italiani: Si Apre La Discussione In Senato

PUBBLICO SEGNALZIONE RICEVUTA.

Martedì 3 febbraio in Senato si aprirà la discussione sul Trattato Italia-Libia. Abbiamo deciso di far sentire la nostra e la vostra voce lanciando l’appello [sotto allegato e mettendo in onda via web COME UN UOMO SULLA TERRA lunedì 2 febbraio e martedì 3 febbraio sul sito del film.
Diffondete il più possibile tutto ciò e spedite l’appello via mail (con oggetto: TRATTATO ITALIA-LIBIA e DIRITTI UMANI) ai senatori (i cui indirizzi trovate qui) ed in particolare:
al Presidente del Senato (schifani_r@posta.senato.it)  e ai capigruppo (finocchiaro_a@posta.senato.it, dalia_g@posta.senato.it, gasparri@tin.it, bricolo_f@posta.senato.it, belisario_f@posta.senato.it)
Grazie a tutti
Autori e produzione COME UN UOMO SULLA TERRA
APPELLO:
Ascolta l’intervista ad Andrea Segre rilasciata a Radio Radicale:

Written by Daniele in: Diritti Umani, Informazione |
gen
24
2009
0

Gaza: Prima Del Processo Di Pace… Che Trionfi La Verità!!!

(Lettera di p. Daniele Moschetti da Gerusalemme, 7 gennaio 2008, tratta da http://www.giovaniemissione.it)


Mentre sto scrivendo ho molta rabbia, dolore, sofferenza, impotenza e delusione in me. Stiamo assistendo in questi giorni ad una delle più incredibili situazioni di indifferenza mondiale “in tempi di pace” mai vista in questi ultimi anni. Assai vicino a quella del Rwanda del 1994, quando un genocidio di tre mesi uccise quasi un milione di persone. E il mondo stava a guardare….nessuno si muoveva!! Come al solito tanti proclami, tanta diplomazia ma niente di più!! Come sta succedendo ora….!!!

C’è tanta confusione e una marea di notizie di cronaca e di immagini che ci fanno orrore e dolore. Una carneficina che sembra inarrestabile. Vedo la televisione Al Jazeera da amici qui vicino e dicono certe “verità-numeri-storie”. Vedo la televisione italiana o giornali locali israeliani e le “verità-numeri-storie” sembrano diverse!! Ma dove sta la Verità?? E noi europei e occidentali prendiamo posizione senza conoscere veramente….!! Politici europei che si mettono dalla parte di Israele perché comunque “è legittima difesa.  Israele ha il diritto di difendersi dai razzi di Hamas!”. Quante volte ho e abbiamo sentito questa frase da tutti i politici europei e americani!! Tanta ipocrisia dai politici nostrani e internazionali e dai mass media che usano linguaggi anche loro molto di parte e ambigui. E mi chiedevo: “ma questa gente è mai stata più di una settimana in questo paese e girato senza guardie del corpo e diplomatici israeliani o palestinesi? Ha mai sentito le grida di dolore di tanta gente innocente che soffre in questa Terra chiamata Santa?”.

Questa riflessione non vuole essere di parte anche se è difficile non esserlo. Sono stato e lo sono ancora di parte per gli innocenti, i bambini, le donne e i poveri che da sempre in tutto il mondo e non solo a Gaza vengono massacrati da politiche miopi, povertà  o da guerre d’interesse. Ma questa situazione non è solo di oggi!! Viene da lontano, nel tempo, nella storia e nello spazio di questi due popoli e dei loro protettori e alleati.

Una persona  amica mi scrive: “Servirebbe più informazione chiara, libera, vera e soprattutto dalla parte degli ultimi, quelli che non difende nessuno, neanche colui che dice e crede di farlo ma solo a proprio interesse: Hamas . Io sento, quando mi capita di parlare con la gente comune, in paese, discorsi di cui si comprende bene la mancanza di una base minima d’informazione…. non so se dipende anche dal fatto che, dopotutto, pensare solo a sé stessi è meno faticoso”.  Grazie di queste parole perché sono oneste e purtroppo sempre vere per tutti noi ma specialmente quando succedono fatti ed eventi storici come quello di Gaza in un tempo di festa come quello del Natale. La gente prova un senso di fastidio e di rigetto a vedere e sentire queste notizie e immagini quasi a volerle rigettare e rinnegare perché rovinano “le feste”!!! Eppure sono crudele realtà di tutti i giorni in tante parti del mondo. Sono proprio da guardare, interiorizzare perché vere e da non dimenticare perché presto saranno immagini che vedremo più spesso anche dalle nostre parti. Poniamoci delle domande di senso e cercare la verità del perché stanno succedendo queste barbarie in questo mondo malato di potere, idolatria, egoismo, finanza, ingiustizia e fondamentalismi vari e non solo religiosi.

CONTINUA…

Lettera integrale:

dic
02
2008
0

… Per Non Tralasciare …

Di seguito un utile servizio reso dall’associazione CHIAMA L’AFRICA: la serie aggiornata di bollettini della Rete per la Pace in Congo, approfondimenti interessanti della realtà  del Kivu (e non solo), di quanto sta accadendo in quest’ultimo periodo nel “Cuore dell’Africa”. (in pdf l’ultimissimo numero)

Congo Attualità  n°°85:

e Supplemento:

tutti i numeri: CLICCA QUI

Written by Daniele in: Diritti Umani, Informazione |
nov
30
2008
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Le Frontiere Della Morte. Cosa Accade Al Porto Di Venezia?

Pubblico un articolo apparso il 23 giugno 2008 sul sito del progetto Melting Pot Europa; l’autrice, Alessandra Sciurba, presenta il caso di un giovane iracheno trovato morto dentro un tir nel Porto di Venezia, pochi giorni dopo essere stato respinto.

Le frontiere della morte. Cosa accade al porto di Venezia?

Chiamiamolo Kawa, anche se ancora non conosciamo il suo nome. è il ragazzo di 25 anni e di origine irachena trovato morto dentro un tir che viaggiava su una nave proveniente dalla Grecia e appena entrata nel Porto di Venezia. Neppure il suo compagno di viaggio sa come si chiamasse. A cosa serve chiedere il nome di chi ti sta accanto in avventure come questa? Forse solo dopo, una volta arrivati da qualche parte, avrebbe senso farlo.

Ma una cosa, il ragazzo che ha conosciuto e visto morire Kawa, se la ricorda benissimo. Cinque giorni prima di quel giorno di morte entrambi erano già  arrivati al porto di Venezia ed erano stati rimandati indietro. “Respingimento alla frontiera”, si chiama questa pratica ed è svolta dalla polizia nei luoghi come porti, aeroporti, frontiere terrestri. Esistono degli enti, come il Cir, che dovrebbero intercettare chi sta per venire respinto e accertarsi quanto meno del fatto che non si tratti di un potenziale richiedente asilo. Questi enti dovrebbero sempre e comunque informare ciascuno della possibilità  di chiedere asilo politico e di tutti gli altri diritti cui potrebbe accedere.

“Il Ministero dell´Interno stanzia cifre ingenti affinché esistano delle strutture incaricate di fare orientamento ai migranti che arrivano in porto” Spiega Rosanna Marcato, responsabile del Servizio del comune di Venezia che si occupa di Rifugiati, “ma tutto invece avviene nell´oscurità , non si riesce ad intercettare ed aiutare le persone. Per questo motivo noi abbiamo scelto di andare via dal porto”.

Il porto di Venezia come quelli di Bari o di Ancona, e tutti quanti gli altri. Buchi neri, luoghi militarizzati in cui si decide della vita e della morte dei migranti secondo prassi amministrative che non garantiscono alcuna attenzione per i casi soggettivi (minori, malati, richiedenti asilo)e alcuna tutela per i diritti fondamentali delle persone. per sfuggire a questi controlli senza regole, i migranti sono costretti ad inventare modi sempre più rischiosi per aggirarli, a sfidare continuamente la morte per non farsi intercettare e rispedire al punto di partenza.

I respingimenti, infatti, sono sempre più azione di routine, svolta esclusivamente da uomini in divisa che non hanno evidentemente gli strumenti per sapere chi stanno rimandando indietro. E stavolta chi ha respinto kawa quando era riuscito ad arrivare per la prima volta, da vivo, ha in qualche modo da affrontare una responsabilità  pesante.

Kawa, curdo iracheno che avrebbe con tutta probabilità  potuto ottenere asilo nel nostro paese, ci ha riprovato. Ma lo ha fatto nel momento peggiore. Più di trenta gradi, un caldo asfissiante. “In tutta la mia vita non ho mai sentito caldo come lì dentro” racconta uno dei sopravvissuti che si trovano ora (per fortuna) al centro di accoglienza Boa del Comune di Venezia, arrivati lì, in maniera surreale, nel mezzo di una bella festa organizzata per la giornata del rifugiato del 2008, la sera della partita Italia-Spagna del campionato europeo. “Dopo solo otto ore avevamo già  finito l´acqua e siamo rimasti chiusi lì dentro per un giorno e una notte interi”.

Tutti loro avevano già  alle spalle mesi e mesi di viaggio attraverso mezza Asia e mezza Europa, alla ricerca di un posto in cui potersi fermare. Vengono dall´Iran, Dalla Siria, dall´Iraq, ma anche dalla Mauritania e dal Marocco. Hanno seguito la rotta che dal medio Oriente porta alla Turchia e si sono ritrovati tutti in Grecia, a tentare la sorte insieme, sapendo che in quel paese non potevano restare, in questa roulette russa dei percorsi migratori, confinati da dispositivi di controllo sempre più stringenti, ma ancora frutto di strategie di resistenza , di aggiramento, di esistenza, capaci di determinare almeno in parte le direzioni e le scelte.

Scegliere di non fermarsi, nonostante tutto, sapendo perfettamente a cosa si andrà  incontro. I ragazzi sopravvissuti non erano sconvolti nella maniera in cui lo sarebbero stati la maggior parte dei nostri ventenni italiani dopo avere assistito alla morte di qualcuno lì, a un passo da te. Qualcuno che avresti potuto certamente essere tu. E non lo erano non in quanto insensibili o cinici, ma perché, oltre ad avere già  attraversato, nella loro breve vita, situazioni di guerra e conflitti per noi a stento immaginabili, sapevano fin da subito cosa stavano rischiando.

La consapevolezza di chi parte è spaventosa e straordinaria. E gli attuali tentativi di controllare con la violenza questa mobilità  sembrano tanto più crudeli di fronte e a queste incredibili risorse umane. Un ipotetico reato di immigrazione clandestina o la concretissima direttiva europea sui rimpatri avranno come effetti certi la morte di migliaia di persone e spesso di persone come kawa, che avrebbero potuto essere tutelate anche ai sensi delle leggi vigenti.

Il fatto che nelle operazioni di respingimento, espulsione, rimpatrio, il diritto di asilo sia uno dei primi a correre il rischio di venire annientato, è solo una delle evidenti conseguenze di questa modalità  di gestione della mobilità  dei migranti. Ci sono moltissimi Kawa di cui non sapremo mai nulla e il cui corpo è finito chissà  dove, scomparso come gli altri corpi andati giù nel Mediterraneo. Ci sono sempre storie come queste dietro di dispositivi di detenzione ed espulsione che si stanno sempre più affinando anche a livello comunitario.

Questa morte avviene, per ironia della sorte, ad un anno esatto dal ritrovamento, alla Bazzera di Mestre, dei corpi di tre ragazzi iracheni morti per asfissia dentro un tir che trasportava angurie.”

di Alessandra Sciurba

Written by marco in: Diritti Umani |
nov
29
2008
1

La Comunità  Indigena Nasa Riscatta, In Maniera Nonviolenta, Sette Persone Sequestrate In Caldono (cauca " Colombia)

Ricevo e pubblico.

Ciao a tutti e tutte. La seguente è una testimonianza chiara della forza della nonviolenza praticata dal popolo indigeno Nasa nella regione del Cauca, Colombia.
La Rete Italiana di Solidarietà  continuerà  ad appoggiare la lotta legittima che per la difesa della vita portano avanti i popoli indigeni colombiani nella cornice della MINGA dei popoli in Colombia. Seguendo il principio dell’autonomia territoriale dei popoli indigeni continuiamo a opporre resistenza ai gruppi armati che ci aggrediscono, si tratti di “falsos positivos” (azioni delittuose “inventate” dalle forze di polizia o dell’esercito) o di sequestri, da qualsiasi parte in conflitto vengano, sono contrari al nostro progetto di vita.

Comunicato per l’opinione pubblica.

Il Cabildo Indigeno di Pioyà  (Cauca – Colombia) comunica all’opinione pubblica nazionale e internazionale che, ieri notte (26 novembre 2008, n.d.r.) la comunità  indigena NASA, con l’appoggio dei guardiani indigeni, hanno riscattato sei funzionari del Municipio di Jambalò (Cauca – Colombia) e una delegata del Ministero di Educazione che erano stati sequestrati da un gruppo armato illegale lungo la strada che unisce i paesi di Silva e Jambalò con la città  di Popayan (Cauca – Colombia). Luz Marina Quiguanà s (Cassiera del Municipio), Emilse Muàñoz Collo (Consigliera finanziaria), Eumenia Orozco Rodrà­guez (Commercialista), Dora Jenny Bolaàños (Responsabile del Bilancio), Edwin Armando Embùs (Assistente Giuridico), Hamwer Enrique Cuellar (Consigliere operativo) e Luisa Fernanda Fraile (Operatrice di Corpoeducaciòn, organismo del Ministero di Educazione), verso le ore 18.00 percorrevano la strada nei pressi della località  Ovejera a bordo di una pickup Toyota targata CBX722 di proprietà  del signor Embùs e furono intercettati da 4 uomini armati e con volto coperto da passamontagna che si sono identificati come membri del sesto fronte della colonna “Jacobo Arenas” delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia).

Furono obbligati a fermarsi e quindi condotti verso il Resguardo Indigena di Pioyà  con l’idea di internarli poi nella selva. Un’ora più tardi la comunità  indigena di Jambalò seppe di quanto era successo e immediatamente si mise in contatto con le autorità  delle comunità  indigene di Pitayò e di Pioyà . Queste misero immediatamente in moto tutte le persone disponibili per setacciare la zona con il proposito di trovare e riscattare le persone sequestrate. Quando il gruppo di sequestratori si rese conto dell’azione delle comunità  indigene, verso le ore 21,00, si divise in due. Tre degli uomini armati proseguirono a piedi con Emilse Muàñoz Collo e Edwin Armando Embùs, mentre l’altro si portò via il resto dei sequestrati nella Toyota. La comunità  indigena continuò con la sua azione fino a metterli alle strette e costringerli a scappare rilasciando i sequestrati. Emilce Muàñoz raccontò poi che i guerriglieri dissero: “Sono arrivati gli Indigeni, è arrivato il Cabildo; è meglio che vi lasciamo liberi”. Nel frattempo un altro gruppo di indigeni, uomini donne e bambini, guidati da una stazione radio locale “Pell Sxam, Pueblo de los Carrizales” che appartiene alla Comunità  Indigena di Pioyà , continuarono a seguire le tracce degli altri sequestrati fino a localizzarli. I guerriglieri cercarono di intimidire la comunità  sparando in aria, ma questa si mantenne ferma nel suo proposito, nella sua convinzione che una comunità  unita è più forte di ognii violenza, riuscendo a riscattare anche gli altri sequestrati. Nella fuga ii sequestratori hanno perso un revolver che è stato consegnato alle autorità  indigene di Pioyà .

Fatti come questi si sono verificati in diverse circostanze negli ultimi tempi nei territori indigeni e più precisamente in Pioyà , dove la comunità  indigena ha realizzato diverse azioni di resistenza civile (riscatto di un cittadino svizzero nel 2003, riscatto di un elicottero che trasportava denaro dello Stato nel 2006, la disattivazione di mine anti-uomo nella località  El Carmen, la eradicazione di marijuana quest’anno e ora, il riscatto di questi 7 sequestrati). Le autorità  indigene si sono riunite nelle prime ore di oggi, dalle 2,00 alle 4,00 e hanno deciso di convocare le autorità  dello stato, i rappresentanti degli organismi di difesa dei diritti umani e i rappresentanti degli organi di informazione per ufficializzare la liberazione di queste sette persone che erano state sequestrate. In questo atto pubblico si sono resi pubblici i fatti accaduti e si è distrutta l’arma abbandonata dai sequestratori come segno di rifiuto di ogni forma di violenza e di ogni gruppo violento che porta scompiglio nelle nostre comunità . La comunità  indigena non può accettare ne un esercito che costruisce false azioni sovversive (”falsos positivos”) ne una guerriglia che si proclama a favore del popolo mentre attenta contro i diritti del popolo.

Le autorità  indigene ratificano la loro politica di autonomia del territorio e di lotta per la difesa della vita e del territorio stesso, nel contesto della “Minga de los Pueblos” (cooperazione dei popoli). Allo stesso tempo rinnovano il loro appello all’unità  della popolazione e al potenziamento delle organizzazioni civili e popolari dirette alla resistenza pacifica in tutto il territorio colombiano, per affrontare i progetti di morte che attentano contro i progetti di vita dei popoli indigeni, contadino, afrocolombiani e urbani.

Caldono 27 noviembre, 2008

Cabildo Indà­gena de Pioyà¡, Cabildo Indà­gena de Pitayà³ (Silvia Cauca) y Cabildo Indà­gena de Jambalà³

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Written by Daniele in: Diritti Umani |

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