La libertà di manifestare con violenza il dissenso
E’ triste constatare come il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero sia rimasto ormai una formula meramente scritta su un pezzo di carta (la Costituzione repubblicana). Tre giorni fa, il 30 agosto, il senatore del PDL Marcello Dell’Utri si trovava a Como in qualità di ospite della rassegna “Parolario” per commentare i diari di Mussolini, ma l’evento in questione non ha potuto nemmeno prendere avvio a causa dell’opposizione di un gruppo di manifestanti che, recando in mano le agende rosse di Paolo Borsellino, hanno bloccato di fatto l’incontro costringendo il senatore del PDL all’abbandono del palco.
L’episodio è solo uno dei tanti che purtroppo funestano il nostro Paese. Basterebbe navigare su youtube per rendersi conto che quanto ho appena affermato corrisponde al vero. Finché si tratta di un gruppo di persone che, pur organizzate, non siano rappresentanti di alcuna istituzione, la questione risulta gravissima (solo) sotto un profilo morale e tutt’al più giuridico. Se, invece, il leader di uno dei più consistenti partiti del panorama politico italiano – e quindi figura di spicco che, per il ruolo che riveste, sarebbe chiamata a dare l’esempio - rivendica pubblicamente l’azione dei dissidenti, invitando davanti alle telecamere i telespettatori «a zittire quelli come Dell’Utri in tutte le piazze d’Italia, perché non è lì che dovrebbero stare, ma in galera», la vicenda assume carattere politico e suona come un attentato istituzionalizzato al principio stesso della libertà d’espressione.
Ovviamente la “colpa” di dell’Utri è presto detta: essere stato condannato (in secondo grado) per “concorso esterno in associazione mafiosa” nonché – si può azzardare? – essere uno dei principali amici dell’attuale Capo del Governo. Secondo il leader dell’IDV questi “peccati” sono sufficienti per negare ad un essere umano il diritto di parola, specie se si tratta di eventi culturali. Non importa che Dell’Utri sia a capo di fondazioni culturali e che, nonostante le condanne per mafia, profonda il suo impegno a favore della cultura. L’importante, nella concezione politica del leader dell’IDV, è distruggere l’onorabilità dell’avversario, a scapito anche dei più elementari diritti proclamati in quel pezzo di carta che è la Costituzione.
Spiace accertare la conferma della pressoché assente concezione di democrazia, di rispetto e di libertà nel leader dell’IDV. Per fortuna che costui proviene dalla Magistratura, cioè da quel corpo che più di ogni altro dovrebbe annoverare al proprio interno persone in grado di insegnare qualcosa sulla Costituzione, sui diritti dell’uomo, sulle garanzie per il rispetto degli stessi. La gravità della vicenda consiste precisamente nel legame ormai inscindibile fra organizzazione del dissenso politico a livello di società (in)civile e giustificazione dello stesso a livello politico. Il nulla-osta concesso dal leader dell’IDV rappresenta un pericolosissimo incentivo a commettere azioni simili in altri contesti, legittimandole.
Ormai quello alla libera manifestazione del proprio pensiero è diventato un diritto a targhe alterne: sopprimibile se si tratta di colpire l’avversario politico, invocabile per se stessi qualora si tratti di manifestare anche con la violenza il proprio dissenso.
Alberto Gasparetto















2 commenti
Solo una puntualizzazione Alberto. Sono certo d’accordo sul no alla violenza e sul rispetto della libertà di espressione; tuttavia occorre davvero in questo caso dedicare un poco di attenzione al personaggio in questione, un politico che è stato condannato! E questo è grave Albe, qualcosa che se anche ad oggi sembra non bastare in Italia per negare la possibilità di fare politica e di governare un paese, be, io credo possa essere sufficiente a suscitare indignazione nella società civile. Che poi questa si organizzi con modalità sbagliate ok, qui mi trovi d’accordo, ma ripeto, facciamo gli opportuni distinguo. I condannati per mafia Albe, infine, non girano il paese in libertà tenendo incontri pubblici di carattere culturale… questo potrebbe far sorgere qualche rancore, non credi?
Ciao Dani,
Io credo che la questione della condanna sia solamente un pretesto per colpire politicamente un uomo ed il suo Governo. Cosa c’entravano le Agende rosse di Paolo Borsellino in quel contesto? Secondo me proprio nulla, se non manifestare l’idea secondo la quale “tu sei la mafia”, “noi siamo il Bene”. E’ una presa di posizione ideologica che non ha niente a che vedere con l’evento a cui Dell’Utri stava partecipando. Inoltre, per quanto grave sia la condanna inflitta al personaggio in questione, lo stesso è un cittadino libero e quindi ha il diritto, se gli viene rivolto un invito, di parlare. La gente che ha interrotto l’evento non aveva il diritto di farlo. Siamo d’accordo su questo? Quando e se andrà in carcere Dell’Utri, sarò il primo ad affermare che non ci dovranno essere sconti, buone uscite, arresti domiciliari, libertà vigilate o provvedimenti di questo tipo. E non perché si tratti di Dell’Utri, amico di Silvio Berlusconi, ma perché si tratterà – se si tratterà – di un individuo condannato per mafia. Su punto voglio essere molto chiaro.
Al di là di questo, la questione cruciale, secondo me, è che un politico del calibro di Di Pietro inviti a questo tipo di manifestazioni. Non so dove si andrà a finire (una guerra civile?), ma credo che l’antagonismo politico vada espresso nei modi previsti dalle regole democratiche. Io, personalmente, non avrei mai fatto una cosa del genere. Me ne vergognerei.