I vizi di fondo del PD

E’ una costante della politica italiana la profonda incapacità di molta gente nell’assolvimento di una funzione elementare: leggere la realtà delle cose in maniera imparziale (mi verrebbe da dire “avalutativa”), fornendo giudizi oggettivi sui fatti, sugli eventi, sui fenomeni di rilevanza politica. E’ fisiologica conseguenza che il parteggiare per una fazione conduca moltissime persone, oltre agli stessi politici facenti parte di quella fazione, alla totale miopia nei confronti di ciò che si presenta effettivamente per quello che è.

Il concetto di “conservatorismo costituzionale”, riferito al PD (secondo la geniale formula avanzata da Angelo Panebianco nell’editoriale del Corriere dello scorso 9 agosto intitolato “Tre idee di Repubblica”), si attaglia perfettamente ad un partito che, al contrario, ama autodefinirsi da sempre promotore del riformismo italiano. A me pare evidente la tensione, lo scarto esistente tra ciò che i suoi rappresentanti ed i suoi sostenitori vorrebbero che esso fosse e ciò che in realtà esso è. Una chiara aporia fra annunciata volontà riformatrice e concreta indole conservatrice.

La ragione del “conservatorismo costituzionale” del PD si spiega storicamente. Nel partito si sono congiunti i gruppi figli delle due fazioni che ebbero un ruolo determinante nella stesura della Costituzione repubblicana (PCI e sinistra DC). Sono esse, inoltre, le due fazioni che, stando alla preziosa ricostruzione fornita da Ernesto Galli della Loggia ne “La morte della patria” (Laterza, 1996), si prefissero lo «scopo politico-pratico» di «impadronirsi della Costituzione e farne un’arma nella battaglia quotidiana contro i propri avversari» sentendosi così «autorizzati a scomunicare come suo “nemico” chiunque a loro piaccia». Sono, infine, le stesse due fazioni che hanno immobilizzato la vita politica della Prima Repubblica, recitandovi come indiscusse protagoniste.

Se a ciò aggiungiamo un evento della storia italiana relativamente recente – la discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994 –, con cui il “conservatorismo costituzionale” del PD fa il paio, il quadro è completo. E’ in quella data che si innesta l’incipit della stagione di odio politico e antropologico che conosciamo oggi. Un odio dovuto essenzialmente al fatto che Berlusconi, a capo di una coalizione formata nel giro di pochissimi mesi, è riuscito a strappare la tanto agognata vittoria alle forze di Sinistra guidate dal PDS (l’antenato del PD), il soggetto realmente candidato al successo elettorale

Questa è la “colpa” principale imputata (ma pubblicamente negata) a Berlusconi. Ecco perché egli viene costantemente presentato come l’incarnazione del Male assoluto. Una concezione che porta lo stesso PD (ma il discorso vale ormai per qualsiasi altra sigla del Parlamento italiano, tranne forse la Lega) a presentarsi agli elettori come il Bene, come la panacea di tutti i mali che affliggerebbero la Repubblica. Non solo, ma questa favola lo porta a condurre (tramite anche i suoi potenti giornali di riferimento) le campagne moralistiche che tutti abbiamo conosciuto soprattutto nel corso della presente Legislatura.

Il PD, così come, prima di esso, i soggetti che vi sono confluiti, mostra costantemente l’indisponibilità ad assumere un atteggiamento inclusivo su questioni generali quali la Costituzione, il XXV aprile, il Primo maggio, il terrorismo, la mafia, il fascismo: insomma fatti, eventi, date o fenomeni che dovrebbero forgiare il sistema condiviso di valori storici e di popolo. Temi, quelli enumerati, rispetto a cui, in un Paese civile, si dovrebbe dar per scontato un certo grado di coesione nazionale.

Il PD non concepisce né riforme, né un futuro per l’Italia se non all’interno di una cornice dalla quale lasciare escluso Berlusconi – il “mafioso”, il “corruttore”, il “donnaiolo”, il “disonesto”, il “moralmente sporco” – e, con lui, tutti gli “ignoranti” che lo votano. E’ questa la retorica che va per la maggiore. Questo modo d’impostare l’azione politica ha inevitabilmente portato l’homo piddianus” a confondere un legittimo antagonismo con una lotta senza esclusioni di colpi fino al punto di considerare la Costituzione stessa (per citare il Panebianco di un altro editoriale) “una specie di feticcio davanti a cui ci si dovrebbe solo inchinare acriticamente”, una sorta di totem intoccabile, dato una volta per sempre. Ma questa, va detto, è anche la tecnica di combattimento politico propria di chi ha una visione etica, totalitaria della politica. E’ la concezione schmittiana per la quale l’avversario diventa un nemico da annientare.

Il PD cerca disperatamente e di continuo di negare pubblicamente il riconoscimento del “peccato originale” di Berlusconi, mischiando confusamente l’invito alla calma, alla pacatezza, alla politica dell’amicizia con un atteggiamento che calmo, pacato e amicale non è. Invece di fare un po’ di autocritica, preferisce continuare con la moralizzazione e, per il resto, presentarsi quale unico garante della validità universale ed eterna della Costituzione (un po’ come le milizie Pasdaran nella Repubblica Islamica d’Iran), espellendo fuori dalla stessa concezione di “costituzionalità” – sinonimo qui di “moralità” – chiunque non sia figlio politico di chi l’ha scritta.

La radice della presunzione di superiorità della Sinistra è storica, così come storiche sono le ragioni della totale chiusura del PD verso qualsiasi progetto di modifica della Costituzione avanzato dal suo attuale avversario politico. Non pretendo che i sostenitori del PD condividano la presente lettura, ma quella or ora spiegata è la realtà della politica italiana. Sarebbe auspicabile, per il bene del Paese, che l’homo piddianus scoprisse che il vero metro col quale un politico va giudicato è, appunto, politico e non morale; e ricordarsi che chi si comporta da moralizzatore, prima o poi verrà moralizzato da qualcun altro. Ma purtroppo occorre essere più realisti di Carl Schmitt se non ci si vuole illudere.

Alberto Gasparetto

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