La fine di Fini

Con la definitiva rottura fra Berlusconi e Fini, ufficializzata ieri sera nella sede dell’Ufficio di Presidenza del PDL, i rapporti all’interno della maggioranza mutano. Per i partiti di minoranza il Governo sarebbe allo sbando. Di Pietro e Donadi dell’IDV si spingono fino a chiedere elezioni anticipate. E’ retorica comprensibile, fa parte dei giochi, ma appare anche piuttosto imbarazzante. E’ misura dell’insofferenza tipica di chi sta all’opposizione e brama per governare. Al contrario, emerge chiaramente come l’uscita dei finiani dal Governo produca una maggiore coesione e saldezza all’interno del Governo stesso, sempre ammesso che la matematica non sia un’opinione. Quale migliore situazione poteva auspicare, ad esempio, la Lega?

In un’ottica che guarda al sistema-Paese, infatti, occorre domandarsi a quale significato rinvii il conflitto fra AN, da una parte, e Lega e Forza Italia, dall’altra, spesso presente all’interno dei diversi Governi Berlusconi. Non richiama forse, oltre che la geografia del voto, la storica contrapposizione fra il Sud e il Nord dello Stivale, ovvero le due opposte visioni sul come e dove traghettare le risorse? Non è forse vero che fu proprio questo il motivo per cui nel luglio 2004 Fini volle ed ottenne la testa di Tremonti costringendolo alle dimissioni dal dicastero dell’Economia e risolvendo, così, una possibile crisi di Governo?

La mossa tattica di Fini, che ha premuto per le dimissioni del sottosegretario all’Economia Denis Verdini, travolto dall’inchiesta sull’eolico, si inserisce all’interno di una strategia che è ormai annosa e si delinea sempre più nitidamente. Vi sono alcuni fondamentali passaggi-chiave, alcune precedenti mosse tattiche, a parte il già menzionato contributo alla cacciata di Tremonti dal Governo Berlusconi II. Innanzitutto, la dichiarazione “fascismo male assoluto” in occasione del viaggio in Israele nel novembre 2003 alla presenza del Premier Ariel Sharon; in secondo luogo, la costante pressione, con la collaborazione del suo personale think-tank “Fare Futuro”, affinché il tema del voto agli immigrati venisse posto sul tavolo del dibattito politico; in terzo luogo il sempre più accentuato smarcamento rispetto a vicende giudiziarie che hanno coinvolto, soprattutto mediaticamente, uomini della maggioranza e lo stesso Berlusconi e la conseguente insistenza, da almeno un anno a questa parte, sulla cosiddetta “questione morale”.

In sintesi, una serie di prese di posizione pur legittime che hanno tuttavia finito per distanziare sempre di più l’ex leader di AN da Berlusconi. E ne hanno fatto una (finta) icona della Sinistra, politica ed intellettuale. La finzione si spiega benissimo con la teoria del balancing: io, opposizione, cerco di coalizzarmi con te, Fini, che sei più debole per controbilanciare il più forte, Berlusconi. Ma la finzione è tale: è plausibile immaginare un Governo di sinistra in cui Fini possiede non solo un serio potere contrattuale ma anche la possibilità di occupare una posizione di potere con la conseguente disponibilità di risorse da distribuire al suo elettorato?

La strategia generale percorsa negli anni da Fini – che la mossa tattica di questi giorni non fa altro che confermare ma anche inficiare, come si vedrà tra poco – è spiegata benissimo dal dibattito intorno alla forma di governo. Per anni si è sentito parlare, forse perché rientrava solo negli interessi di Berlusconi, di riforma in senso presidenziale. Da qualche tempo a questa parte, invece, non si sa chi (il Prof. Alessandro Campi?) deve aver spiegato a Fini che la forma di governo semipresidenziale è assai più conveniente della prima. Essa, infatti, come spiega adeguatamente il Prof. Giovanni Sartori «funziona» perché ha «due teste», disegna un sistema la cui governabilità è garantita dall’esistenza di due figure, Presidente e Primo Ministro, ognuno dei quali ha specifiche prerogative che riesce a far valere prevalendo sull’altro a seconda degli equilibri parlamentari. Una situazione che nei sistemi presidenziali, invece, diventa “di stallo” quando si manifesta il cosiddetto “governo diviso”: a proposito, qualcuno lo spieghi a Berlusconi.

Per questo motivo Fini ha cominciato seriamente a premere a favore della strada semipresidenziale: ha tentato, insomma, di costruire il progetto che gli avrebbe assicurato di recitare comunque un ruolo di rilievo in un eventuale futuro governo del centrodestra, stanco ed esausto di occupare la funzione di ombra del Cavaliere (funzione che ricopre da 17 anni). Ma una soluzione del genere poteva essere auspicabile nel contesto di rapporti cordiali con Berlusconi. Un Fini al potere poteva essere un’ipotesi verosimile solo dentro il PDL. Adesso che la rottura si è compiuta, la possibilità di occupare una posizione di prim’ordine pare essersi per sempre vanificata.

Alberto Gasparetto

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