La contraddizione interna al PDL
Sulla conclusione del processo d’appello che vedeva come imputato Marcello Dell’Utri, sono diversi gli interrogativi che rimangono per me senza risposta. Il rispetto per le decisioni dei giudici – che hanno condannato il co-fondatore di Forza Italia per la parte legata ai fatti antecedenti il 1992, riducendone però la pena, e che l’hanno assolto dal teorema accusatorio che una parte politica del nostro Paese ha in questi anni sostenuto con forza riguardo la trattativa tra Stato e mafia – è doveroso. Restano, tuttavia, gli interrogativi (i dubbi?) circa l’esistenza di una controversa e per lo più astratta fattispecie di reato denominato “concorso esterno in associazione mafiosa”, circa i tempi con cui la giustizia perviene a decisioni definitive (chissà quando arriverà quella della Cassazione?), circa la possibile natura politica di determinati processi e l’uso politico della giustizia praticato in questo Paese.
In realtà, c’è un’altra questione che aleggia nella mia mente da stamattina. Essa rinvia ad una contraddizione colossale in cui è caduto il PDL o, meglio, la parte del PDL incarnata dal suo movimento giovanile. E’ necessario discuterne perché il suo significato politico così come le sue conseguenze potenziali sono enormi.
Non possiamo prenderci in giro e negare la natura personalistica di un partito che rappresenta un’accozzaglia di idee e di culture politiche (ammesso che ce ne siano di definite), di un partito che negli ultimi tempi ha mostrato segni di cedimento provenienti sia dall’esterno (crescita del ruolo della Lega) che dall’interno (conflitto con l’area finiana), di un partito che pur sempre è legato al nome di Silvio Berlusconi. E non possiamo prenderci in giro, negando che sullo stesso Berlusconi e sullo stesso Dell’Utri, suo personalissimo amico da diversi decenni, pendono accuse più o meno fondate di collusione con la mafia. Accuse che una parte del Paese considera fatti certi – ed è per questo che dal 1994 in Italia la divisione “destra-sinistra” non ha più senso.
Se ciò su cui invito a non prendersi in giro è vero, mi domando: che senso ha, d’un tratto, il principio (che in sé condivido pienamente) proclamato dai giovani del PDL consistente nell’espulsione di tutte le persone condannate in via definitiva? Mi domando: da dove proviene, d’un tratto, questa netta presa di distanze da un personaggio che è il co-fondatore dell’anima maggioritaria dell’attuale PDL? Mi chiedo: come può la medesima presa di distanze da questo personaggio, la cui biografia è intimamente legata a Berlusconi, fondatore, presidente, simbolo ed essenza stessa del partito, essere compatibile con la presenza (ormai datata) nel partito stesso di una buona fetta di persone che oggi fanno certe dichiarazioni in seguito allo stato di cose emerse dalla vicenda giudiziaria?
So che la coerenza può essere un’arma letale contro se stessi in politica. Ma una cosa è condividere un’esperienza politica muovendosi coralmente da un medesimo e comune punto di partenza e pervenire, solo successivamente e per qualsiasi motivo non importa quale, ad un punto di rottura insanabile che porta a dividersi. E’ legittimo e, credo in generale, sinonimo di onestà e coraggio. Altra cosa (ed è il caso in questione), invece, è aver fatto parte di un partito fondato da ed intorno ad una persona, Silvio Berlusconi, che da anni è nota per essere anch’ella indagata, accusata e ritenuta colpevole da molta gente di aver commesso fatti analoghi, se non addirittura identici, a quelli imputati a quel Dell’Utri di cui oggi (sic!) si chiede l’espulsione. Senza contare che, con una buona dose di spirito giustizialista, la gioventù pidiellina potrebbe fare questo ragionamento per riferirsi proprio al suo presidente Berlusconi.
In parole povere, finché serve a fare facile carriera politica (il PDL, prima Forza Italia, è da 15 anni il più grosso partito in Italia quanto a consensi, ergo la possibilità di emergere è nettamente maggiore rispetto a sigle minori o sconosciute) è comodo servirsi del nome del suo presidente, del suo simbolo, del suo partito, delle sue strutture, delle sue risorse umane ed economiche (Berlusconi è Forza Italia e Berlusconi è il PDL), pur sapendo perfettamente quello che si sa sul suo conto, così come su quello di personaggi influenti nel partito stesso come Dell’Utri o Previti; viceversa, quando ormai si è dentro, cioè ci si è istituzionalizzati e si comincia ad assaporare il potere sapendo di poterlo consolidare in seguito ad un’operazione elettorale (questa e nient’altro risulta essere, a parer mio, la presa di posizione dei giovani del PDL), appare più utile manifestare pubblicamente la volontà di epurare tutti coloro di cui, giova ribadire, si sa perfettamente quello che si sa.
Gli interrogativi restano, dunque. E la politica, è arcinoto, rimane uno sporco gioco di interessi. Ma, appunto, proprio perché il carattere della vicenda è talmente subdolo che dev’essere assolutamente sottolineato.
Alberto Gasparetto















1 commento
Mi si potrà obiettare, come è stato fatto su facebook, che “gran parte dei giovani del PdL sono di area An, che prima di accoppiarsi con B. erano, almeno a parole, abbastanza attivi contro la mafia”. Obiezione accolta. Ma in effetti questo concetto non nega ciò che ho scritto alla fine e vale, quindi, il medesimo discorso. Il PDL è una realtà politica esistente da più di due anni. I giovani di AN sapevano con chi stavano andando a fondersi. Perché, ripeto, non possiamo prenderci in giro e fingere di non sapere quello che si sa (fondato o meno che sia, vero o falso che sia dal punto di vista giudiziario) sul conto di certi personaggi facenti parte dell’ex-Forza Italia. I giovani di AN potevano evitare di condividere la scelta di Gianfranco Fini e dei suoi, evitare di crescere come movimento all’interno della sigla del PDL e avere il coraggio di esprimere il dissenso fin dall’inizio. Oggi, a mio avviso, sembra un’operazione elettorale tipica di chi avverte gli elettori dicendo: “attenti, noi siamo il Bene, loro sono il Male”.