La crisi di un sistema politico
Prima che gli elettori dello schieramento di sinistra esultino sarebbe consigliabile attendere l’esito delle elezioni regionali, benché, malgrado i casi lombardo e laziale, non immediatamente scontato. Quello che viene fuori dalle vicende recenti pare essere l’emersione della crisi di un partito, il PDL, forse mai nato. Esiste un elemento che più di ogni altro merita attenzione, al di là dei clamorosi ritardi e degli incredibili pasticci nella presentazione delle liste. Si tratta della spaccatura fin troppo evidente fra berlusconiani da un lato e militanti di AN dall’altro.
Apro una parentesi. Non che le cose nel PD vadano meglio. In questi ultimi anni si è spesso sentito dire che l’uscita di Berlusconi dalla scena politica condurrà alla crisi irreversibile della destra e sarà determinante per la vittoria della sinistra. Credo che questa diagnosi sia viziata da un errore di interpretazione: la sinistra in questi ultimi 16 anni ha potuto restare unita e ha persino potuto vincere 2 competizioni elettorali su 5 semplicemente in funzione dell’antiberlusconismo, unico collante capace di coagulare il consenso di elettori comuni, giornalisti, intellettuali e, addirittura, consentire la convivenza fra culture politiche diverse. Questa è l’esatta ragione per la quale le contraddizioni che convivono al medesimo modo anche nel PD – che, spiace constatare, è risultata la mera sommatoria di Margherita e DS – potrebbero portare (ed io credo che porteranno) allo sfaldamento del cartello elettorale nel momento in cui si sfalderà anche il PDL.
Dunque, dicevo che l’elemento pregnante della crisi del PDL consiste nella spaccatura da leggersi, in realtà, come proiezione di una fusione mai realmente avvenuta. Il subitaneo e violento puntare il dito di Berlusconi contro l’anima aennina è emblematico, rivelatore dell’assenza di un vero partito composto da una gerarchia e organizzato in base a regole chiare. La mancanza di coraggio e di umiltà nell’ammettere di fronte all’opinione pubblica la propria responsabilità di fronte ad un errore elementare (su una questione formale tutt’altro che trascurabile) e il gridare all’attentato alla democrazia sono gli ingredienti che fanno da catalizzatore per quello che potrebbe essere il preludio ad uno sconvolgimento politico epocale.
Tutto ciò è banalmente il riflesso della mancanza di una progettualità politica, di una visione lungimirante che sapesse indirizzare attraverso un disegno preciso l’Italia del futuro, l’Italia della svolta dopo l’ondata moralizzatrice (ma a senso unico) dell’inchiesta di Mani Pulite. Una progettualità politica assente in questi oltre 15 anni tanto nei partiti di destra quanto in quelli di sinistra. Ciò ha portato ad una confusione delle identità politiche e ad una prevalenza degli slogan sui fatti. Chi si proclamava liberale, infatti, è stato vieppiù un convinto fautore del ruolo padrone dello Stato; chi si proclamava riformista o addirittura rivoluzionario è stato, al contrario, il più fervido sostenitore della conservazione e dell’immobilismo.
La mia speranza è che qualsiasi cosa accada possa finalmente terminare una stagione politica la cui carta d’identità riporta, fra suoi i tratti caratteristici, l’odio politico ed antropologico che ha fatto della persona di Silvio Berlusconi il principale attore costringendo tutta la nazione a schierarsi “a favore” o “contro”. Una visione della politica come scontro fra Bene e Male che porta inevitabilmente all’annientamento dell’avversario. Una visione della politica in cui un realista come me non può proprio riconoscersi.
Alberto Gasparetto















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