Il linguaggio della cultura giustizialista

Sarà perché è cominciata la campagna elettorale per le Regionali (e sappiamo per esperienza che il livello di efficienza dei PM sotto elezioni aumenta spaventosamente), sarà forse perché davvero sono stati commessi reati per i quali i medesimi PM sono chiamati ad esercitare la prerogativa di cui all’articolo 112 della Costituzione; ad ogni modo nelle ultime settimane la cultura giustizialista ha dimostrato la sua forte presa mediatica grazie all’enorme spazio che ha saputo ritagliarsi all’interno del sistema italiano dell’informazione. Ad onor del vero, non sono molte le espressioni tipiche del linguaggio della cultura giustizialista che citerò, sia perché non sono avvezzo a discutere del clima di odio politico ed antropologico presente in Italia (mi appassiona molto di più la politica internazionale) sia perché ritengo pochi esempi assai eloquenti.

La prima di queste è, in sostanza, un concetto ripetuto più volte da Massimo Donadi durante la trasmissione “Porta a porta” del 22 febbraio scorso: il capogruppo dell’IDV alla Camera ha dichiarato a più riprese di augurarsi che Guido Bertolaso possa dimostrare nelle sedi adatte la propria innocenza. La seconda è in realtà costituita da un insieme di espressioni proferite dalla giornalista Norma Rangeri che, durante la puntata di “Annozero” del 18 febbraio scorso, affermava che “lo Sportvillage è una cosa indecente”, continuava dicendo che Bertolaso fa parte “in tutta evidenza di questo malcostume”, proseguiva sostendendo che non solo Berlusconi ha il potere assoluto in Italia ma ce l’avrebbe anche Bertolaso e concludeva, strappando il vivo applauso di un pubblico assai compiaciuto, asserendo che siamo ”un Paese con le pezze al sedere [...] che spende miliardi di euro per pagare i ladri”. La terza ed ultima espressione è quella riportata in un’intervista rilasciata da Antonio Di Pietro al quotidiano “L’Unità” il giorno 5 marzo 2010, ma reperibile in molte altre esternazioni sue o di suoi colleghi di partito e di area politica. Il leader dell’IDV definisce “postfascista” e “piduista” il gruppo che circonda Silvio Berlusconi.

Passo ora alle mie considerazioni. Quando ho ascoltato Massimo Donadi ho elaborato una breve riflessione e mi sono accorto che poteva trattarsi di due casi: o di ignoranza dell’interlocutore (ipotesi che ho scartato) o di uso retorico e pianificato della lingua italiana. Faccio infatti notare che il cosiddetto “onere della prova” in un processo penale spetta alla pubblica accusa, la quale è chiamata (solo lei!) a fornire le manifestazioni della colpevolezza di un imputato. Questo è riflesso del sacrosanto principio della presunzione d’innocenza, principio che la cultura giustizialista ed i suoi seguaci mostrano evidentemente di ignorare. Ergo, Guido Bertolaso non ha da dimostrare alcunché.

Veniamo quindi all’affermazione di Di Pietro. Questi parla come se il postfascismo e il piduismo fossero non solo brutte malattie da cui guardarsi ma le uniche di cui soffrirebbe una certa parte politica. Il suo è un linguaggio da considerarsi in parte veritiero (nessuno dubita che una parte del PDL, ex AN faccia parte della tradizione postfascista, ma considerare il postfascismo come un cancro alla pari del fascismo mi sembra un’operazione di una disonestà intellettuale senza paragoni considerando, peraltro, l’evoluzione della biografia politica del suo attuale leader, Gianfranco Fini) in parte menzognero (come si fa ad equiparare questo Governo a quella loggia massonica nota a tutti come “Propaganda numero 2″? Con quale certezza e disinvoltura si producono certe associazioni?).

Tuttavia, emerge chiaramente come i giustizialisti alla Di Pietro siano abituati a fare delle pesanti eredità del passato e delle ambiguità presenti nelle biografie di certi avversari politici un’accozzaglia di argomenti da usare ai soliti fini di consenso. Insomma, per capirci, sei di gran lunga più popolare se, invece di formulare un giudizio tecnico-giuridico (e Di Pietro, ex magistrato, dovrebbe avere una certa padronanza in materia) sul Lodo Alfano, lo definisci come un disegno piduista, risvegliando dal sonno antichi spettri. Produci assai più consenso se, invece di offrire un giudizio politico-sociologico circa le norme sull’immigrazione, le definisci razziste e fasciste, andando a riesumare una per molti versi triste pagina della storia italiana. In sostanza, da una parte Di Pietro è uso prendersela con Berlusconi quando questi definisce “comunisti” un certo gruppo di magistrati (addirittura nel caso-Bertolaso è arrivato a definirli “talebani”), ma dall’altra si serve chiaramente di un linguaggio del tutto identico (speculare, guardando alle ideologie novecentesche) ed è grazie a questo tipo di campagne che è riuscito ad aumentare il suo consenso negli ultimi anni.

Infine, sul moralismo con cui una giornalista, di cui tutti conoscono la faziosità, definisce “ladri” al solo scopo di strappare applausi mi limito ad affermare che esso è davvero scadente e mira a fare di tutta l’erba un fascio lanciando strali dalla solita posizione di assoluta superiorità (morale). Mi chiedo come si possano fare certe affermazioni senza sostenere il perché (chiunque infatti potrebbe ingenuamente pensare che lo Sportvillage l’abbia frequentato anche lei) o senza offrire specificazione alcuna (circa il malcostume di cui farebbe parte Bertolaso).

Esiste una questione di fondo, come si può comprendere. Il problema è che la televisione ha il potere di condizionare le idee degli individui anche in maniera molto subdola: frase come quelle che ho voluto riportare suonano fortissime e possono generare effetti potenzialmente esplosivi (come se il clima politico non fosse già caldo a sufficienza). Il modo in cui è stato trattato Guido Bertolaso in presenza solo di accuse tutte da provare e di ambiguità che pure esistono ha reso possibile per l’ennesima volta la celebrazione di un processo in tv, spesso senza contraddittorio, con la conseguenza che l’imputato non solo venisse automaticamente considerato colpevole dagli alfieri del giustizialismo ma venisse dato in pasto a milioni di telespettatori, molti dei quali, va da sé, finiscono automaticamente per essere portati a pensare che nel momento in cui un personaggio pubblico viene raggiunto da un’informazione di garanzia, è necessario che l’”informazione libera” si attivi per sputtanarlo, sbattendo in tv e sui giornali le intercettazioni, rovinando in tal modo la sua reputazione.

E la presunzione di non colpevolezza dove la mettiamo? Il trattare, cioè, un imputato da innocente almeno fino a sentenza di condanna penale? In sostanza, dov’è finito lo Stato di diritto? Evidentemente non gliene importa alcunché agli alfieri del giustizialismo, assai più intenti a racimolare consensi sacrificando l’onorabilità degli avversari sull’altare della loro avida ed ossessiva ricerca di popolarità.

Alberto Gasparetto

4 commenti

  1. Daniele scrive:

    Caro Alberto. Concordo con te che il clima politico da qualche tempo (troppo!!!) sia particolarmente avvelenato. Sembra di assistere ad un’asta senza fine durante la quale le parti non fanno altro che rilanciare… Concordo, solo in parte però, con i ragionamenti intorno all’uso strumentale dei mezzi di comunicazione di massa ed in particolare della TV. Parli spesso di Di Pietro, a mio parere troppo spesso, sino quasi a farne, a tua volta, “il” responsabile di ciò che sta accusando. Certo tutti gridano e infangano, sbattono in prima pagina accuse e intercettazioni, ma quando parli di metodo per aumentare consensi, credo sia opportuno ricordare che parlare di Di Pietro o di Berlusconi, rebus sic stantibus, non è affatto la stessa cosa. Il primo, seguendo il tuo ragionamento, strumentalizza il discorso e lo sfrutta, il secondo, aggiungo io, oltre a fare lo stesso, ha il potere (e lo sta esercitando tutto, e di più!!!) di impedire agli altri di competere alla pari con lui. In fin dei conti stiamo parlando di demagogia e di disinformazione, se non di populismo. Premesso ancora una volta che concordo con te sul problema generale della strumentalizzazione politica, aggiungo che ben più gravi di quelli citati sono casi quali:
    - il comportamento dell’attuale direttore del TG1, Minzolini, che si permette di prendere posizione (in maniera chiaramente “telecomandata”) attraverso una rete pubblica e ricoprendo una carica affatto irrilevante;
    - il modo EMBLEMATICO ed ELOQUENTE in cui il TG1 decide di passare una notizia come la prescrizione del reato di corruzione di cui si è reso colpevole l’avvocato inglese Mills, cioà definendola ASSOLUZIONE!!! (edizione 13,30 del 26 febb 2010)
    - (sul razzismo e l’immigrazione) il modo in cui Berlusconi continui a sostenere che la sinistra voglia soltanto l’invasione dell’Italia da parte degli stranieri, che il suo governo stia rispettando il diritti internazionale con i respingimenti in mare, che dal mare arrivino solo criminali e terroristi… il tutto contro qualsiasi statistica (vedi bene Rapporto Caritas Migrantes 2009 e Rapporto ISMU 2009 sulle migrazioni).

    Questa è disinformazione, strumentalizzazione e inganno… con l’aggravante che chi sta commettendo tutto ciò è al governo e sta letteralmente abusando del potere conferitogli da noi cittadini per mantenere lo status quo creato nel tempo.
    Su Bertolaso infine: colpevole o meno, che significa la frase “pronunciata” dall’esecutivo “Bertolaso non si tocca?”… Nonostante tutto qualcosa di grosso è venuto a galla e per la carica che ricopre è chiamato a risponderne. Dimettersi non significa essere penalmente responsabili, esiste anche una responsabilità politica e civile.

  2. Alberto Gasparetto scrive:

    Caro Daniele, mi trovi d’accordo sugli argomenti che opponi a quanto ho scritto. Ammetto di aver condiviso certe opinioni espresse da Minzolini (è chiara disinformazione, invece, aver parlato di assoluzione quando si trattava di prescrizione di un reato). Il problema, come dici tu è che il direttore di un telegiornale – o comunque un giornalista – credo debba limitarsi ad informare oggettivamente gli italiani che lo ascoltano. Ora non ricordo le sfumature retoriche utilizzate nei suoi editoriali, ma credo che comunque abbia sollevato dei problemi spinosissimi nel rapporto (secondo me malato) fra politica e magistratura. Detto questo, sono del parere che i giornalisti facciano il loro mestiere, informare, mentre il mestiere dell’opinionista, che dovrebbe rimanere comunque informato all’oggettività e quindi a giudizi tecnici (“di fatto” e non “di valore”) andrebbe esercitato dai politologi, dai sociologi, dagli storici, eccetera.
    Comprendo perfettamente il problema legato al fatto che Berlusconi affermi di continuo che la sinistra vuole l’invasione degli immigrati clandestini. E’ un’iperbole che produce disinformazione. La stessa retorica enfatica viene utilizzata dalla Lega. Purtroppo questo è frutto di un clima esasperato: nessuna delle due parti è più in grado di rispettare l’avversario e di opporre a questo fatti oggettivi. Per me di oggettivo c’è solo una cosa: né la destra, Nè la sinistra hanno elaborato in questi anni un modello di integrazione per gli immigrati. Hanno entrambi giocato sui sentimenti della gente. La Lega ha fatto un gran lavoro nel ricorrere alla politica della paura, facendo campagne vergognose come il manifesto che recava la scritta “Immigrati clandestini: torturali è legittima difesa” oppure con la propaganda del sapone liquido per lavarsi dopo aver toccato uno straniero. Sono davvero curioso di conoscere l’esito delle elezioni qui in veneto, non vedo l’ora che arrivi stasera. La sinistra, pur presente nel terreno associativo, ha giocato col sentimento opposto, dipingendo l’immigrato (anche il delinquente) come una vittima, addossando il peso della responsabilità sulla società che non è stata capace di integrarlo (tipico approccio della sociologia) e sul razzismo degli italiani (anche questo non ti sembra forse un fare di tutta l’erba un fascio? Io non sono affatto razzista, tu nemmeno, ma dove stanno questi razzisti?).
    Quando parlo di Di Pietro lo faccio perché trovo assolutamente scorretto concepire il suo modo di fare politica. Se è vero che ormai nessuno parla più del proprio programma politico (un esempio a caso: Zaia sul nucleare in Veneto. Ha preso forse pozisione?), Di Pietro e i suoi sono solo costruttori di teoremi, fanno passare le loro opinioni per dei fatti realmente accaduti e comunque sono arroccati pesantemente a favore della conservazione dello status quo istituzionale. Ancora non ho una posizione chiara su quale dovrebbe essere un corretto ed equilibrato rapporto fra politica e magistratura. Pur convinto della necessità di separare lo status che accomuna Giudice e PM e di separare finalmente le carriere, non sono totalmente assuefatto all’idea di porre i PM sotto l’autorità del Ministro della Giustizia (e quindi sotto quella del Governo), ma la situazione attuale è un misto fra anarchia (esercizio dell’azione penale) ed autarchica (disciplina dei magistrati). Non ci sono responsabilità, non ci sono punizioni, esiste l’autodichia, il principio di cui all’articolo 112 non viene rispettato, eccetera. Di Pietro, i suoi ed i giornalisti che lo seguono (non faccio nomi ma immaginerai a chi mi riferisco) sono a favore dello status quo. E sai, tradizionalmente nei rapporti umani o politici, chi è a favore dello status quo? Esattamente chi controlla il potere e non vuole vederselo limitato. Questo discorso vale in parte anche per Berlusconi, sia chiaro. Il controllo dei mezzi di comunicazione è sicuramente vitale.
    Un’ultima battuta su Bertolaso: se io non ho alcunché da nascondere, io non mi dimetto. Non voglio credere a coloro che affermano che al posto suo si dimetterebbero. Equivarrebbe ad ammettere di essere colpevoli. Faccio un esempio. Perché c’è un movimento così folto a favore della concessione della grazia ad Adriano Sofri da parte del Presidente della Repubblica? E perché questi, al contempo, non l’ha mai chiesta? Perché chiederla equivale ad ammettere di essere colpevole.

  1. Notizie dai blog su Chi sono i nostri? “Anno Zero questa sera alle ore 21,00?
  2. Notizie dai blog su Berlusconi: «Metterò fine io al clima giacobino e giustizialista»

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