Le vicende di Rosarno possono essere lette ed interpretate, di primo acchito, sotto due grossi e contrapposti punti di vista. Si possono prendere le difese della comunità di immigrati, considerarla vittima di un’intolleranza dalla connotazione razzista che, secondo questa tendenza, sarebbe assai diffusa in Italia; così come è possibile accogliere la protesta della comunità residente di italiani che ha vissuto l’esplosione di un insieme di manifestazioni di violenza da parte di immigrati di cui si vorrebbe l’immediata espulsione. In entrambi i casi, tuttavia, il rischio è di rimanere preda di due ideologie contrapposte ma figlie della medesima logica.
Risulta assai coerente con questa logica vedere ora in un gruppo, ora nell’altro, la classica contrapposizione fra Bene e Male. Risulta altrettanto chiaro ai miei occhi come entrambe le parti abbiano motivo di avanzare ragioni a favore della propria “causa”: sia la comunità residente di italiani che percepisce la convivenza con gli extracomunitari sempre più precaria e resa incandescente dalla violenza scatenatasi da parte degli stessi; sia la comunità di immigrati (molti dei quali, leggo sui giornali, non sarebbero nemmeno clandestini) che è vittima dello sfruttamento della criminalità organizzata e che vive in condizioni igieniche ed umane indegne (le immagini che i tg e la rete internet mostrano sono eloquenti).
Chiunque si collochi nella prospettiva della contrapposizione fra Bene e Male non credo possa avere una corretta e neutrale visione del problema. Ciò che è accaduto a Rosarno non può essere descritto difendendo solo ed esclusivamente le ragioni di un gruppo a detrimento delle ragioni dell’altro. Quei fatti, in definitiva, non possono essere spiegati semplicemente ricorrendo alla ridicola retorica dell’espulsione di tutti gli immigrati né a quella nauseante del razzismo. Questo sia perché l’immigrazione è un fenomeno ineluttabile – frutto della globalizzazione e della riduzione al minimo degli spazi politici – sia perché gridare al razzismo non ha alcuna evidente attinenza con le vicende di Rosarno. Il colore della pelle o la provenienza geografica non hanno alcuna rilevanza nel clima incandescente che si è acceso nella località calabrese. Credo che chi solleva il problema del razzismo sia da equiparare, per ignoranza o, peggio, per un preciso disegno politico, ai cosiddetti imprenditori politici della paura ed in special modo della xenofobia.
Il vero problema che emerge da tutta questa vicenda è la latitanza dello Stato, l’assenza della Politica che in questi ultimi 15-20 anni è rimasta volontariamente spettatrice passiva di un fenomeno, preferendo la creazione del consenso fondata sugli slogan e sull’ideologia al pragmatismo dell’azione. Com’è possibile, infatti, che, pur in presenza della tanto vituperata legge Bossi-Fini (che avrebbe dovuto porre limiti seri agli ingressi) il numero degli immigrati ha continuato a crescere a dismisura? Com’è possibile, poi, che, una volta fattili entrare discriminando fra quanti avevano in qualche modo diritto a restare e quanti no, vi siano immigrati regolari che vivono stipati in baraccopoli come quelle di Rosarno in cui vi sono precarie condizioni di igiene e dove, dunque, i diritti umani non vengono protetti? Quanti erano a conoscenza delle fabbriche di Rosarno? Quante altre baraccopoli o appartamenti sovraffollati esistono sul territorio italiano, magari sotto la gestione di reti criminali e nel totale silenzio della Politica? Come può la Politica di un Paese sedicente civile dimenticarsi in questi casi del primario valore della casa e più in generale del valore dell’umanità?
Ci sono fin troppa nauseante retorica xenofoba, da una parte, e buonista e terzomondista, dall’altra, ma il vero problema è che finora è risultato impossibile mettersi d’accordo sul significato di “integrazione”. Recentemente, sponsorizzata da alcuni rilevanti uomini politici con la collaborazione dei think tank che vi stanno dietro, circola la proposta di abbassare i tempi di attesa per l’estensione del diritto di voto amministrativo agli immigrati allo scopo di farli sentire “più a casa”, per un’idea di generosità nell’accoglienza che, a mio modo di vedere, si rivela più come il frutto di calcoli in termini di consenso elettorale che di una profonda convinzione assiologica. In realtà, storicamente il diritto di voto si spiega come l’implicazione del legame diretto instaurato fra la tassazione e la rappresentanza. Ma, nell’attuale situazione di crisi economica e di difficoltà nella ricerca di un lavoro tangibile persino per noi italiani, siamo veramente convinti che il problema primario per un immigrato (vai a raccontarlo ad uno di Rosarno) sia quello di ottenere il diritto di voto? Credo che occorrerebbe finirla con queste ipocrisie buoniste. Lo Stato affermi la propria sovranità rivendicando il diritto di stabilire chi può accogliere e chi no (il reato di clandestinità, i più mi criticheranno, dovrebbe avere questo significato). E, successivamente, si faccia carico di chi effettivamente soggiorna sul territorio italiano con interventi miranti ad inserirlo nel tessuto democratico economico e sociale.
Alberto Gasparetto