Una politica estera coerente

Erano settimane che intendevo fare delle riflessioni sulla politica estera italiana e sulla presenza italiana in Afghanistan. E’ l’ennesimo attentato occorso a Kabul, vittima il contingente italiano, che mi spinge definitivamente a farlo.

Per una discussione che abbia un livello intellettuale abbastanza elevato occorre dismettere i pregiudizi ideologici, culturali e morali che sono tipici dell’uomo comune. Occorre servirsi di un paradigma interpretativo che si rifaccia a teorie ma che rimanga comunque sufficientemente aderente alla realtà. Non sempre lo scarto fra realismo epistemologico e realismo inteso come teoria è così distante. Non lo è se si tiene conto della lezione che Raymond Aron ha offerto nel 1962 pubblicando quell’opera monumentale che è “Pace e guerra fra le nazioni”. E’ in quel filone interpretativo che si inserisce la mia discussione ed è con le categorie del realismo aroniano ed “eterodosso” che ho maggior feeling.

Tuttavia, l’uomo comune non si serve generalmente di categorie politologiche per spiegare la realtà, per capire la grammatica di base delle relazioni internazionali. A lui basta giudicare quello che vede secondo la sua coscienza, secondo la sua morale. E quindi torniamo all’inizio, quando dicevo che egli si serve di categorie che non hanno nulla a che vedere con la scienza politica, l’unica in grado di spiegare (voglio precisare: non sempre vi riesce) il funzionamento della politica, poiché fornisce categorie sue proprie. E’ chiaro ed evidente che per me morale e politica sono come due linee parallele che non si incontreranno mai. Semplicemente perché a me piace spiegare, a me piace capire.

Se io apprendo alla tv che a Guantanamo sono state torturate persone sospettate di terrorismo, provo ripulsa perché sono un essere umano; se vengo a conoscenza che durante la guerra in Iraq gli Stati Uniti hanno fatto ricorso a cluster bombs (che possono far saltare in aria un bambino innocente e inconsapevole di cosa sia una cluster bomb) e hanno utilizzato le armi al fosforo bianco, provo vergogna perché sono un essere umano; se apprendo che Israele, che è uno Stato territoriale fatto di caserme ed uffici, dotato di uno degli eserciti più potenti al mondo, ha bombardato un ospedale o una scuola dove vi erano malati e bambini, cioè inermi, solo per colpire i terroristi che ivi si nascondevano, mi chiedo che razza di umanità ci sia al mondo. Me lo chiedo perché sono un essere umano, me lo chiedo io, come te lo domandi tu che stai leggendo, tu che ami la vita come nessun’altra cosa, tu che hai la fortuna di vivere in una casa, sotto un tetto, tu che dormi comodamente sopra un letto, tu che mangi tutti i giorni, tu che vai all’università o lavori, tu che ti diverti, tu che vivi senza pensieri e che il più grave fra questi è essere lasciati dal moroso o dalla morosa (considerazione quest’ultima che, se riferita a tempi recenti è, peraltro, assai personale). Ma non ho detto nulla. Non ho spiegato alcunché. Ho semplicemente letto la realtà, l’ho descritta, non l’ho spiegata. Non ho capito perché quel determinato evento è accaduto e quindi non posso sperare di capire come fare in modo che non accada più o, al limite, contenere i danni in futuro in situazioni analoghe.

Vengo più direttamente alla politica estera italiana. L’odierna politica estera italiana, per essere compresa a fondo, va analizzata a partire dall’epoca della guerra fredda. Semplicemente perché la contraddizione insita nel partecipare ad “operazioni di pace” in teatri di guerra, in un contesto internazionale dove il terrorismo jihadista ci ha dichiarato guerra (formulazione che, ahimé, pochi condividono) non può essere capita da chi come noi non ha mai vissuto una tragedia come la guerra stessa. Durante il conflitto bipolare era tutto più chiaro: la logica dell’epoca prevedeva quello che viene definito un gioco a somma zero: i vantaggi che mi derivano da una situazione corrispondono esattamente alle tue perdite e viceversa. Tradotto per i profani: dovevi schierarti, stare con l’America e con la democrazia o stare con l’Unione Sovietica e il comunismo. Il fronte dei cosiddetti non allineati, in realtà, fu farsesco: un po’ tutti strizzavano l’occhiolino, per ragioni più o meno ideologiche, all’Unione sovietica.

Oggi il contesto è cambiato. La minaccia non è più costituita dal comunismo. Vittorio Emanuele Parsi afferma che la minaccia agli USA appare sotto tre forme: politica che deriva dalla Cina, economica che deriva dall’U.E., militare che deriva dalla galassia dei movimenti jihadisti. Le principali istituzioni sorte in seguito alla seconda guerra mondiale sono sopravvissute alla logica per la quale erano state costituite e sono in vita ancora oggi. La Nato è una di queste. La mission è cambiata, è stata adeguata ai tempi che corrono ed i tempi che corrono suggeriscono all’America che la minaccia principale proviene dal terrorismo jihadista, assunto che, come ho detto prima, pochi in Italia condividono. Io sono uno fra questi e sono felice di esserci.

L’America si trova in Afghanistan per una ragione molto semplice: è stata attaccata sul proprio suolo l’11 settembre 2001 da un gruppo di persone appartenenti all’universo jihadista, capitanate da Osama Bin Laden e Ayman al-Zawahiri. La guerra è stata la fisiologica replica dell’unica superpotenza rimasta al mondo dopo il 1989. Chiunque ci capisse qualcosa di politica internazionale se l’aspettava. Si può essere, dunque, pro o contro, ma a prescindere da tale posizione dettata da una matrice ideologica o morale, chiunque se l’aspettava. Abbiamo individuato una sorta di “regola” della politica internazionale del post-guerra fredda. Abbiamo spiegato il perché. E siamo ovviamente tutti d’accordo.

La realtà della politica e in special modo della politica internazionale si fonda su “regole” o comunque su una “grammatica” che non può essere spiegata se non ci si spoglia dei pregiudizi ideologici o morali o culturali. La politica internazionale va capita e quindi spiegata per quello che è, non per quello che dovrebbe essere o per quello che vorremmo che fosse. Perché altrimenti non capiamo nulla, non capiamo perché “Israele che è uno Stato territoriale fatto di caserme ed uffici, dotato di uno degli eserciti più potenti al mondo, ha bombardato un ospedale o una scuola dove vi erano malati e bambini, cioè inermi, solo per colpire i terroristi che ivi si nascondevano”. Facciamo della prescrizione e basta, facciamo del moralismo e non capiamo nulla di ciò che ci circonda. Gli approcci normativi e prescrittivi sono in genere fallimentari proprio per questo. Dobbiamo spostarci dal piano deontologico a quello ontologico, quello di ciò che la politica internazionale è.

La morale può assuefarci finché viviamo in tempi di pace. I bei principi su cui dovrebbe fondarsi l’umanità, in cui tutti o comunque la maggioranza di noi si riconosce – la pace, la libertà, i diritti umani – non servono a nulla se c’è una galassia di gruppi terroristici che ti ha dichiarato guerra. Noi siamo uomini e possiamo sbagliare. E’ questa la vera lezione che la vita dovrebbe insegnarci. Dispiace vedere che mentre io inizio a capirlo a 26 anni, molte persone anche più anziane e quindi più esperte di me non se ne rendano affatto conto. Noi dobbiamo agire come uomini responsabili sapendo che esiste un margine di errore soprattutto quando facciamo dei nostri valori una ragione di vita. I valori ci guidano nella vita di tutti i giorni. In teoria, cioè in linea di principio – e lo ripeto – siamo tutti, o quasi, a favore della pace, della libertà, dei diritti umani. Siamo contrari alla morte, siamo amanti della vita. Ma se un rapinatore ci minaccia con una pistola che se non gli diamo il portafoglio lui ci ucciderà e poi stuprerà nostra madre o nostra sorella, noi cosa facciamo? Tentiamo di salvare la nostra vita e quella di chi ci vuole bene perché in quel momento la consideriamo superiore a quella di chi ci offende. Il principio morale, qui, viene calpestato da una ragione di necessità. Lo stesso vale, anzi, a maggior ragione vale quando invece del rapinatore ci relazioniamo a dei terroristi.

Quello che non si capisce è che ruolo stia recitando l’Italia in Afghanistan. O meglio, dietro la parola d’ordine della guerra al terrorismo proclamata dall’America, ci troviamo lì per “salvare” l’Alleanza atlantica, per salvarne la missione e lo spirito. Ci piaccia o no, è così. I politici, di destra, come di sinistra, mascherano questa operazione con categorie morali, assai più facilmente accettabili moralmente dall’uomo comune rispetto a motivazioni di carattere realista. Siamo lì per difendere un popolo oppresso fino all’altroieri da una dittatura fra le più fondamentaliste mai viste e dalla minaccia che un nuovo regime fondamentalista si insedi. Siamo lì per costruire la democrazia, perché in democrazia si vive meglio, la democrazia porta la pace e rispetta i diritti umani. E’ la storia del pensiero pacifista liberale neokantiano e wilsoniano. Un pensiero intriso di profondo spirito liberale e moralista. Ma i liberali e i moralisti in politica internazionale hanno vita breve.

L’uomo comune ha bisogno di credere nei sogni, di vivere nella speranza in un mondo migliore, di credere che un giorno la pace e la democrazia si saranno affermati a macchia d’olio su tutto il pianeta Terra. E’ per questo che i politici di qualsiasi schieramento – e soprattutto nelle democrazie – mascherano di proposito la guerra (fenomeno a prima vista antitetico alla democrazia e a valori come la pace e i diritti umani) vestendola di valori positivi in modo tale da poterla poi “vendere” più legittimamente alle opinioni pubbliche. E’ il dilemma democrazia-guerra, quello sul quale i realisti come me pongono delle riserve, rifiutando l’ottimismo dell’approccio liberale. Ed è sostanzialmente quello che fa anche Angelo Panebianco. Egli ha riflettuto approfonditamente in un libro (Guerrieri democratici, 1997) sulla questione. Sintetizzando al massimo e declinando le sue riflessioni nel contesto odierno, si può dire che l’opinione pubblica italiana sia più resiliente, rispetto a quella di altre democrazie, a “giustificare” politicamente l’uso della forza, ad ammettere che la guerra sia clausewitzianamente uno strumento della politica e non una cosa immorale. Sempre per il fatto che politica e morale sono due linee parallele.

La riluttanza dell’opinione pubblica italiana ad accettare la presenza (ambigua) dell’Italia nel teatro afghano è dettata dai rapporti di forza fra le istituzioni (cioè la forma di governo, che in Italia è debole per via dei limiti che il governo ha nella sua capacità d’azione), dai rapporti delle istituzioni con la società civile (cioè la forma di stato, anch’essa debole, poiché penetrata e influenzata pesantemente da sindacati, giornalismo, associazioni non governative, organismi di società civile), nonché per via dell’ideologia e della cultura politica prevalente in Italia. Un mix di elementi figli di un sostanziale antiamericanismo, terzomondismo e pacifismo che ci portiamo dietro dalla guerra fredda. Questo perché pur essendo uno dei principali alleati dell’America, l’Italia ha ospitato il più forte partito comunista d’Europa. E, inoltre, perché in Italia è fortissima l’influenza della Chiesa cattolica. Tendenze antiamericane e buonismo terzomondista (sintesi odierna del cattocomunismo) si sono protratti fino ad oggi. A queste si è aggiunta una fede incrollabile e tuttavia ingenua e pericolosa nei confronti della Costituzione e del suo articolo 11. Per questo motivo, fondamentalmente, l’opinione pubblica fa fatica ad accettare l’ambigua presenza dell’Italia in Afghanistan. Nonostante ciò, in questi anni le nostre forze armate hanno partecipato ad altre guerre, o se vogliamo, ad altre “operazioni di pace”. Prima fra tutte quella in Kosovo (per un’analisi delle vere ragioni che hanno spinto la Nato ad avviare quella guerra si veda “Chi dice umanità”, un libro scritto da un professore e intellettuale dichiaratamente comunista, Danilo Zolo, che mi ha aperto la mente su molte questioni internazionali), poi l’Afghanistan, l’Iraq, il Libano, per non parlare di tutte le missioni nel continente africano.

L’ambiguità della presenza italiana in Afghanistan è resa tale, come si è detto, dal ruolo che le nostre truppe recitano. Non che se l’Italia fosse lì a combattere una guerra ben definita, non si leverebbero voci dissonanti. Tuttavia, il peace-keeping è una strategia di difficile successo quando la pace non è ancora raggiunta almeno in forma embrionale. In Afghanistan il controllo del territorio è largamente in mano a talebani e terroristi, la pace è ancora di là da venire. Sono anni che sento politici ed esperti di politica internazionale affermare la necessità di mutare la natura della missione ed imbracciare il peace-enforcing, quella strategia che ti permette di utilizzare la forza anche per offendere. Altrimenti abbiamo ragione a domandarci: che ci stiamo a fare in Afghanistan? Come possiamo proteggere la popolazione locale e difendere il processo di costruzione di pace e democrazia se siamo arroccati in un’ottica puramente difensiva? Se ci troviamo in un teatro di guerra, due sono le opzioni: o combattiamo o ci ritiriamo.

Una politica estera coerente, a prescindere dal colore politico del governo di turno e dagli orientamenti di politica estera dominanti in quel momento, ha bisogno di ciò. Possiamo anche decidere di ritirarci (dopo però dovremo pagarne il prezzo politico in termini di legittimità davanti alla comunità internazionale degli Stati), ma facciamolo. E facciamo in modo che quello costituisca un precedente che preluda a decisioni aventi lo stesso spirito in tempi futuri. Ma se decidiamo di restare, dobbiamo combattere, andare in cerca dei terroristi, scovarli. Ma decidiamo. La politica è decisione o no? Non si può tentennare a lungo per compiacere l’America e per tenersi, al contempo, buona l’opinione pubblica.

Un passo avanti potrebbe essere indotto da iniziative come quella presa da Massimo D’Alema, quando era Ministro degli Esteri sotto l’ultimo Governo Prodi: l’istituzione del Gruppo di riflessione strategica, una sorta di think tank permanente che riunisce i più grandi esperti di politica internazionale per discutere delle linee generali da dare alla politica estera italiana. Conferire maggiore peso ad organismi come questo, magari istituzionalizzarli e renderli operativi potrebbe far cambiare rotta ad una politica estera italiana che negli ultimi anni è stata troppo altalenante; magari accompagnare il tutto con una discussione su quali pezzi della costituzione modificare. Una Costituzione scritta 60 anni fa non può rappresentare, per parafrasare il solito Panebianco, un feticcio davanti a cui inchinarsi acriticamente. E’ necessario tutto ciò, perché la coesione di un Paese la si giudica anche dalla sua coerenza e dal suo saper prendere decisioni in politica internazionale. E’ necessario tutto ciò, per ridare slancio all’immagine dell’Italia.

Alberto Gasparetto

6 commenti

  1. Francesco Salmaso scrive:

    Sinceramente verso la fine l’ho letto molto velocemente perché non ce la facevo più! Se non mi è sfuggito in tutte quelle belle parole manca una profonda e necessaria analisi di quanto è avvenuto negli anni passati in Afghanistan e in Italia, inevitabile se si vuole comprendere il presente e tu dovresti saperlo meglio di me!
    Per quanto riguarda la ricerca dei terroristi mi fa ridere che ci sia ancora qualcuno che crede ancora alla favola di Adamo ed Eva. L’unica cosa positiva di quanto scrivi è la proposta di un modo per risolvere giusta o sbagliata che sia!!
    Francesco

  2. Dany scrive:

    In sintesi insomma Alberto stai dicendo che chi non possiede gli strumenti giusti non può comprendere la realtà, giusto? Dunque lasciamo che siano esimi giornalisti o politologi a spiegarci come vanno le cose? come dovrebbero andare? Mi spiace ma non concordo con questa tua visione… Di contro credo sia sempre più necessario scremare i discorsi dagli inutili giri di parole, dalle citazioni accademiche ecc. Concordo appieno con Francesco: sono d’accordo dunque con te che sia necessario decidere come agire, ma non sul come farlo. Per quanto riguarda quello che sta accadendo in Afghanistan e quanto sta facendo il nostro esercito ti inviterei a leggere questo articolo pubblicato da “peacereporter” (http://it.peacereporter.net/articolo/17842/I+fatti%2C+le+notizie+e+il+%27pacifismo+ideologico%27) che riporta dati reali assolutamente omessi dai media più influenti e che bene chiariscono quanto poco democratica e umanitaria sia la missione che tu concordi col definire invece portatrice di democrazia.
    Per quanto riguarda poi cattocomunismo, terzomondismo e pacifismo ti rimando sempre all’articolo summenzionato e ti invito a non scadere nel pressapochismo visto che all’inizio del tuo articolo hai richiesto a tutti un “livello intellettuale abbastanza elevato”, che presupporrebbe almeno la capacità di non fare di tutta l’erba un fascio. A differenza di chi vuole giustificare le cose con teorie “da biblioteca”, alle categorie succitate appartengono persone assolutamente informate e preparate, che la realtà la leggono da un altro livello, quello delle persone che della politica da salotto non se ne fanno nulla, così come del realismo di cui parli che tanto facilmente ha portato a giustificare i cosiddetti “danni collaterali”, le stesse persone che muoiono sotto le bombe intelligenti e i raid aerei “democratici”.
    Qui non si tratta di antiamericanismo, di ideologismo… Si tratta di essere coerenti, di lottare con forza per un ideale (che non significa essere fondamentalisti, ma semplicemente credibili e identificabili come persone che hanno fatto una scelta). I dati che trovi nell’articolo su peacerepoter parlano chiaro: la soluzione militare non è una soluzione! Diciamolo chiaramente. L’inferno che Iraq e Afghanistan stanno vivendo mi pare sufficientemente emblematico. Tu mi dirai: ma una risposta dobbiamo darla a queste situazioni, una soluzione va trovata!
    Certo, ma perchè puntare, come suggeriresti tu ancora e ancora una volta sulle armi (peace-enforcing)e non investire le stesse energie altrimenti? Davvero credi che tutte le strade alternative siano state percorse? E se anche così fosse, qualora ci accorgessimo, come sta accadendo, che la guerra anch’essa non rappresenta la via d’uscita, perchè non interromperla? (ti prego non parlare di coesione del paese e di ridare slancio all’immagine dell’Italia, parole che mi fanno tornare in mente, non prenderla come una critica personale, i propositi del Duce quando desiderava anch’esso un posto al sole per il nostro paese). Oggi però il credere così tanto nel militare e così poco nella possibilità di un’alternativa non lascia spazio al dubbio che una scelta sia già stata fatta.

  3. Giovanni Castellani Pastoris scrive:

    Le dichiarazioni di esponenti politici ed i vari dibattiti, a seguito di quanto accaduto in Afghanistan, mi hanno fatto tornare a mente una delle lezioni seguite come allievo ufficiale di complemento dell’Aeronautica, in cui ci venne spiegato cosa si intendeva per tattica e cosa per strategia.
    Ricordo, malgrado gli anni passati, che per la tattica ci fu detto essere essenziale la conoscenza tecnica delle possibilità dei mezzi e dell’armamento nonché delle capacità degli uomini. Non escludo dimenticare qualcosa, ma il concetto mi sembra quello..
    Per la strategia essenziale ci fu indicato, al di là delle conoscenze “tecniche”, la conoscenza “intelligente” storico-sociale del campo avverso, dei suoi “precedenti”, e delle sue possibilità economico-industriali. Come quelle di casa propria. “Ma, badate bene, non si riscontra nella storia una strategia che abbia avuto successo, che non si fondasse, anzitutto, sul buon senso”. Questa, se non ricordo male, la conclusione.
    Oggi si parla molto di strategie. Ognuno ha la sua. Da Obama che parla di success strategy (come se si potesse proporre una “unsuccessful strategy”) che sa tanto di“web” o “marketing” strategy. Agli europei che quasi tutti parlano di “exit strategy”. Qualcuno nel senso di “come possiamo passare la mano senza perdere tutta la posta”, altri nel senso di “tutti a casa”. Un 8 settembre sui generis, in cui non si cambia proprio di campo e di avversario, ma con questo si è pronti a “prendere lingua” sempre che lo voglia.
    Che non sia granché “successful” la strategia in atto – o le strategie, perché, in realtà, ce ne sono diverse – è un’evidenza. Altrettanto evidente a me sembra che nessuna di esse sia “fondata sul buon senso”.
    Per essere fondata sul buonsenso una strategia deve prima di tutto avere un target, un obbiettivo comune a chi la deve applicare, chiaro, chiaramente definito ed il più possibile realistico. Deve poi assicurarsi di chi fa cosa, che lo sappia fare e che ci stia a farlo. In buona sostanza occorre che ognuno faccia il suo mestiere e che ci siano quelli i cui mestieri sono necessari.
    Vi sembra realistico pensare di fare dell’Afghanistan in pochi lustri uno Stato anche solo vagamente democratico che rispetti i “diritti umani”? (quanti secoli ci sono voluti perché prendessero piede dalle nostre parti?) . E poi perché?
    Vi sembra un “target” che possa essere raggiunto con la Folgore o la Julia – ed altri analoghi corpi di altri Paesi – con tutti i lacci e laccioli che ne limitano l’operatività? Vi sembrano gli strumenti adatti?
    Per il Libano, che è Paese di tutt’altro livello, ci stiamo pericolosamente avvicinando ad una nuova confrontazione (interlibanese se va bene, con Israele in caso contrario) dopo il riarmo di Hezbollah. Malgrado i militari inviatici proprio per impedirlo. Questi ultimi si sono dovuti limitare a stare a guardare. Fare i guardoni: non il massimo per delle truppe scelte.
    Vi lascio andare avanti nell’analisi. Sono convinto che anche voi arriverete alla conclusione che l’attuale strategia richieda mutazioni consistenti sia a livello di obbiettivo sia a livello di chi fa che cosa. Sempre che non si voglia chiudere la partita e fare le valige.
    Per l’obbiettivo è sempre “in pole position” quello iniziale: il terrorismo. La testa intendo. Da non assimilare alle sue reclute. Questione su cui merita riflettere.
    Chi fa che cosa è affare assai più oscuro.
    Vorrei evitare di fare come in molti facciamo per il calcio, pretendendo sapere meglio degli allenatori – Mister mi pare si chiamino in gergo – come organizzare la squadra e sistemare i giocatori. Ma mi pare poter rilevare vi siano alcune (quasi) certezze. Anche se perlopiù “in negativo”. Eccone alcune.
    Non può essere compito delle “forze militari internazionali” occuparsi dell’assetto del territorio, di chi deve comandarvi e come. Per una infinità di ragioni. Primo perché è cosa che riguarda gli “indigeni”. Poi perché non lo saprebbero fare e, comunque, non sarebbero mai abbastanza ed in loco per un tempo sufficiente. “Dare una mano” sì, se richiesti (e ci sono tanti modi per farselo chiedere), ma farlo in prima persona no.
    Non possiamo avere come obbiettivo quello di “imporre” il nostro modo di vivere e di pensare a chi non lo vuole, anche se riteniamo che alcuni principi dovrebbero (probabilmente, ma solo probabilmente) essere validi per tutto l’universo. Occorre dare tempo al tempo.
    Questo non vuol dire fregarcene e non fare alcunché. Vuol dire “incoraggiare” – ed anche qui i mezzi ed i modi a disposizione sono parecchi – i diretti o indiretti interessati (nella fattispecie Afghani e Pakistani) a farlo con i mezzi e le modalità che sono loro proprie (anche se non dovessero piacerci), fornendo l’assistenza di cui abbiano bisogno (know how e gadget di intelligence, quattrini per “convincere”, formazione, eventualmente armi e mezzi tecnici aggiornati, ma con le cautele che le passate esperienze del supporto dato agli oppositori dell’Afghanistan sovietizzato consigliano, ecc.).
    Senza dimenticarci che l’obbiettivo è il terrorismo, la sua testa che occorre privare di un “ubi consistam” e che ha le sue radici altrove. Ricordiamoci che al-Qaeda non è né Afghana né Pakistana.
    Last but not least, facciamo attenzione a chi coinvolgiamo o, per meglio dire, a chi chiediamo aiuto, ricordando che Potenze quali Cina, Russia ed India hanno nella regione interessi strategici spesso conflittuali e comunque divergenti, sia fra di loro che con le parti direttamente in causa.

  4. Vi chiedo scusa se la mia risposta arriva tardi, ma solo adesso trovo il tempo per rispondere.
    Francesco, non capisco il riferimento a ciò che è avvenuto in Italia e in Afghanistan…potresti spiegarti meglio?
    Daniele, io credo che la conoscenza che possa derivare da studi accademici aiuti ad avere una visione d’insieme che l’uomo comune non può ottenere. Il discorso sulla differenza fra descrizione e spiegazione che ho fatto è emblematico: è facile stare a fianco ad un immigrato (tu lo sai meglio di me, anche se qualche tempo fa ho frequentato le mense popolari qua a Padova) e descrivere la sua situazione. Sono struggenti certi racconti, ma non aiutano a capire e a spiegare i perché che stanno dietro a certe situazioni e i perché che stanno dietro a certe soluzioni che possono sembrare drastiche quando non addirittura razziste (sai a cosa mi riferisco).
    Nell’articolo di peacereporter viene evidenziato un problema umanitario, di un popolo che effettivamente vede la propria terra invasa da un esercito straniero che non ancora concluso la missione. Potremmo ragionare su cosa è andato storto nella caccia ai terroristi, ma la guerra asimmetrica è un terreno in cui c’è poca esperienza.
    L’articolo non dice la verità quando afferma che la guerra è stata scatenata dall’Occidente: la guerra è stata scatenata dal terrorismo qaedista ospitato e finanziato dall’Afghanistan negli Anni 80 e 90.
    Inoltre la seguente affermazione secondo me è superficiale e pretestuosa: “Quando scende in guerra, l’Occidente civilizzato e umanista uccide con la stessa consapevolezza dei talebani”. Uno Stato democratico ha la facoltà di rispondere con l’uso della forza a chi usa la forza contro di esso. E’ una specie di regola della natura internazionale. Non avviene sempre, ma può accadere e se accade non c’è nulla di scandaloso, anzi è la dimostrazione la democrazia non esclude la guerra come i pacifisti vorrebbero. E’ un errore pensare questo, è l’errore che ha portato alla seconda guerra mondiale.
    E qui vengo alla parte per me più dolorosa dell’articolo di peacereporter, quella in cui come soluzione si propone non solo il ritiro delle truppe, ma il negoziato (sic!) con l’eventuale governo talebano-qaedista che si insedierebbe per il vuoto di potere che si verrebbe a creare. Ma come si può pensare di trattare con quelle persone? Come si può pensare che quella militare sia una via da rigettare totalmente? L’articolo afferma testualmente: “L’Occidente potrebbe rispolverare la vecchia arma della diplomazia (ricordandosi che non esiste solo la diplomazia delle armi) e trattare con il nuovo governo talebano affinché questo, in cambio del ritiro delle truppe d’occupazione e del sostegno economico per la ricostruzione e lo sviluppo del paese, garantisca autonomie e libertà alle minoranze etniche, rispetti i diritti umani e accetti di collaborare con organizzazioni civili internazionali e ong straniere.” Lo sapete vero che il governo talebano del mullah Omar lapidava pubblicamente le donne che si truccavano, che ascoltavano la musica, che insomma volevano vivere libere? Come si può pensare che un governo talebano, col fondamentalismo culturale che quei fanatici hanno assimilato nelle madrasa, possa rispettare i diritti umani delle minoranze etniche (per esempio noi occidentali)?, quando la più grande minoranza esistente al mondo, anzi, la maggioranza, cioè le donne, vive una condizione di inferiorità da cui è proibito emanciparsi pena la morte?
    Ora ritorno a commentare la tua risposta. Non sostengo che questa missione sia portatrice di democrazia. Io sono un realista liberale (definizione che non esiste e che ho coniato io per me), credo quindi nel principio della non ingerenza negli affari interni degli altri Paesi, a meno che non sia presente un interesse nazionale. In questo caso la lotta al terrorismo mi pare una buona ragione per essere lì. E poi se vogliamo, come è giusto, contribuire alla crescita civile con missioni che prevedano la presenza di ong, una copertura militare non può escludersi in un paese fallito, dove manca totalmente il monopolio legittimo della violenza da parte dello Stato. Chi guarda le spalle a Gino Strada e agli operatori di Emergency? Gli affiliati di al-qaeda?
    Il discorso su cattocomunismo, terzomondismo e pacifismo non erano ironie, sono caratteristiche storicamente presenti nella nostra cultura italiana. Tu parli di strade alternative…ma quali sono? Quelle che propone peacereporter che ritiene che un governo talebano rispetterà i diritti umani tutelando le minoranze in cambio del ritiro dei soldati? A me sembra una posizione ingenua, che può solo portare ad una maggiore instabilità internazionale.
    Per finire, quando parlo di dare slancio all’immagine dell’Italia dico un’altra cosa in cui credo: purtroppo non possiamo vantarci di avere, ne avere forse mai avuto, per quel poco che ne so, una politica estera forte, nel bene e nel male (anche per quello che riguarda la parentesi coloniale).

  5. Dany scrive:

    Vorrei chiederti di chiarire cosa significa “è facile stare affianco ad un immigrato e descrivere la sua situazione”. Alberto, chi viene a contatto con le persone che soffrono non per forza non riesce a ragionare a livelli più alti (ed astratti), non per forza non capisce come girano le cose. Credo si possa ridurre il discorso a questa riflessione per capirci: si tratta in sintesi di prospettive differenti. C’è chi, come te da quanto mi pare di capire, astrae dai casi individuali, dalle detestabili sofferenze che vivono persone costrette a subire la guerra, in forza di una ragione superiore secondo la quale risulta necessario agire. Giusto? C’è poi chi tenta di rovesciare la prospettiva e di vedere le cose dal basso, cioè da come si ripercuotono sulla gente, sulla vita di noi persone. Quest’ultima prospettiva appertiene, mi pare di poter dire, a coloro che credono che le soluzioni vadano valutate in base agli effetti che hanno su un popolo, sulla vita o la morte degli individui. L’intervento degli USA (e alleati) in Afghanistan è giustificabile? Io penso di no. Nè in via teorica (il terrorismo di cui parli non mi pare si possa così facilmente localizzare geograficamente: se vogliamo combatterlo in determinati stati dovremmo allora, secondo il tuo ragionamento, giustificare un attacco anche all’Iran, al Pakistan e chissà a quanto altri stati che sotto sotto appoggiano pericolosi gruppi terroristici), nè per via pratica, cioè stando ai risultati concreti che ha prodotto sulla gente. Qui non stiamo dicendo che il non intervento avrebbe portato pace e gioia agli afghani, assolutamente… Il nocciolo della questione sta nel capire l’utilità del mettere in campo le armi. Dove sta questa utilità? Vorrei che domostrassi questo Alberto, dati alla mano. Dell’articolo che avevo segnalato hai ripreso soltanto alcuni passi, quelli forse meno importanti perchè ipotetici. E tutti i dati che vi sono riportati? Non ti fanno pensare?
    Tentando di vestire per un momento i panni del realista e del capo di una nazione ipotizzo di dovermi trovare di fronte alla scelta di intervenire o meno in un conflitto: quali parametri dovrei giudicare appropriati per valutare la necessità di un intervento? Forse soltanto l’eliminazione più o meno possibile delle persone ritenute pericolose? E il calcolo dell’impatto del conflitto sulla popolazione, sull’economia del paese, sulla coesione sociale, sulla possibilità futura della società coinvolta di risollevarsi?
    Mettiamo tutto questo su una bilancia: quale parte pesa di più?
    Problema complesso Alberto, davvero tanto. Ma a cui occorre dare risposta come alle domande che hai posto tu. La presenza militare in Afghanistan ha inasprito la situazione sociale del paese, i morti sono cresciuti a dismisura, sopratutto fra i civili (dato fondamentale!!!): da realista quale ti dichiari non ti pare sufficiente per dichiarare un’esperienza di guerra FALLITA? Cosa serve ancora in più?
    Un dettaglio Albe: a Emergency le spalle non le ha guardate nessuno in Aghanistan, almeno prima del 2003, visto che questa ONG è presente lì dal 1999. Come vedi c’è chi interviene anche senza il militare a tutti i costi.
    A questo punto scatta il passo “oltre” però: l’essere per la pace! Cosa significa? Io credo di poter rispondere così: significa assumere come inaccettabile la guerra, definirla come non-soluzione e lavorare e riflettere per crearne delle altre (che conosci bene e che ben si sa quanto possano essere con più forza sostenute – si veda a riguardo e a favore come la politica Obama stia percorrendo strade nuove), in maniera ostinata almeno quanto ostinatamente si parteggia per le soluzioni militari. Prima di poter accusare chi crede alla pace di non avere soluzioni, Alberto, credo vi siano delle incoerenze da risolvere dalla “vostra” parte . Chi fa arrivare in Afghanistan e in moltissime altre parti del mondo le mine anti-uomo che causano innumerevoli danni ai civili? Chi produce la maggior parte delle armi esistenti al mondo e le distribuisce ad amici e nemici? Chi non ha accettato un trattato per la messa al bando delle armi leggere? Chi ha scatenato una delle peggiori crisi mondiali in Iraq per un errore (voluto come è stato dimostrato) di valutazione?
    Le risposte penso saprai darle.
    Quando qualcuno mi dimostrerà che tutto, ma proprio tutto per la pace è stato fatto, allora accetterò la guerra quale estrema soluzione.

  6. Alberto Gasparetto scrive:

    Intanto ringraziamo Giovanni Castellani per il commento, molto “tecnico” direi. Si, concordo col fatto che una strategia vada fondata sul buonsenso. E concordo pienamente col fatto che la democrazia non si possa esportare con le armi. Non solo. Ma credo che non possa essere esportata affatto, nemmeno se ci si prova dal basso, pacificamente. Entrambe le soluzioni (militare e pacifica) appartengono alla visione wilsoniana e moralista, pacifista e liberale di cui parlavo nel post. No, io credo che la presenza degli eserciti dei paesi occidentali vada giustificata solo come “guerra al terrorismo”, legittima replica agli attacchi dell’11 settembre. Sono passati 8 anni è vero, ma ormai bisogna puntare alla ricostruzione anche istituzionale e visto che siamo li, a questo punto cercare di dare una qualche forma alle istituzioni afghane. Il compito è difficilissimo, forse non sortirà gli effetti sperati, ma il problema è che se ce ne andiamo il potere finirà nelle mani dei fondamentalisti e gli equilibri nella regione potrebbero cambiare drasticamente. La soluzione più realista adesso è rimanere finché le cose non sistemano un pochino.
    La democrazia non si può esportare perché almeno per come la conosciamo noi, nella versione liberale è assolutamente estranea alla cultura afghana e islamica in generale. La cultura liberale ne è totalmente estranea (vorrei specificare che io distinguo il concetto di “liberale” a seconda che ci troviamo a parlare di un contesto domestico e quindi facciamo rifermento al sistema istituzionale ed ai rapporti con la società oppure parliamo di approccio alla politica internazionale). Certo, moralmente parlando sono favorevole alla cultura liberale, alla cultura dell’uguaglianza sociale, della giustizia e se questa “contaminazione” di valori occidentali è praticata dal basso, senza le armi non ho granché da obiettare: essa fungerà da cultura estranea che penetra nel sistema e si legherà alla cultura presente grazie all’incontro. Questo però può portare ugualmente al conflitto comunque, non dimentichiamolo.
    Ho risposto in gran parte anche a Daniele. Per quello che riguarda la mia frase “è facile stare a fianco di un immigrato” intendevo semplicemente dire che è naturale poter ascoltare i racconti di un immigrato.
    Anch’io credo che prima di fare una guerra vadano vagliate tutte le alternative pacifiche possibili, ma credo altrettanto che nel caso dell’11 settembre gli Stati Uniti avessero gran poche alternative. Tu Daniele dici che l’intervento non era giustificabile. Ma cosa poteva fare la superpotenza una volta che si è vista attaccata sul proprio suolo nei simboli della sua potenza (militare, economico e tra un po’ ci scappava anche quello politico)? Il tuo ragionamento sul fatto che i terroristi non sono localizzabili è corretto, ma è l’Afghanistan la centrale che ha alimentato il terrorismo, la base (al-qaeda vuol dire proprio “la base”) di reclutamento dei jihadisti. L’utilità è un concetto economico. LA questione va vista sotto un profilo pragmatico. Che cosa avrebbero dovuto fare gli Usa il 12 settembre? Iniziare una trattativa con l’emirato del mullah Omar e chiedergli se per favore ci pensava lui a scovare Bin Laden e a smantellare il regime stesso? I quesiti che poni tu sono difficili da risolvere. Io so solo che non ci si poteva aspettare altro, conoscendo come funziona la politica internazionale che è basata, per quanto vi sia un proliferare di norme ed istituzioni, sempre sulla logica di potenza.
    Non mi sembra di aver tratto i passi meno rilevanti dall’articolo: la soluzione che viene offerta è ipotetica solo perché ancora non è stata praticata, ma se è questo che si propone, di cosa dobbiamo discutere allora? Non ho tirato in ballo le fonti sui morti civili e preferisco non farlo perché come al solito le fonti sui dati sono sempre plurime e fra loro contrastanti. A chi dare ragione? All’ufficiale dell’esercito (che magari ha tutto l’interesse a minimizzarne l’entità) o ad una associazione pacifista (che magari ha tutto interesse, contrario, ad ingigantirla). Preferisco non prendere posizione per non cadere in alcun tranello, né dell’una parte, né dell’altra.
    Dalle parole che scrivi mi sembra sempre più di capire che forse non ci capiamo perché guardiamo la situazione da due prospettive diverse. Secondo me essere per la pace non esclude la possibilità di guerra. Prova a rispondere tu al dilemma che ho posto nell’articolo, quello relativo al rapinatore che ti minaccia. E’ difficile, vero? Ma sono queste le questioni più spinose per noi esseri umani. La guerra, il conflitto, la possibilità che qualcuno muoia. Siamo tutti amanti della vita e della pace, ma ci sono frangenti in cui l’errore è umano. Bisogna cercare per quanto possibile di limitare i danni, ma spesso non si riesce vuoi perché l’essere umano è incapace, vuoi perché impreparato. Io però non me la sento di condannare (con un metro di giudizio morale) sempre e comunque (e per di più a posteriori) qualsiasi condotta umana nella quale è già di per sé difficile immedesimarsi.

Leave a Comment


Login with Facebook:
Get Adobe Flash playerPlugin by wpburn.com wordpress themes