set
24
2009
3

25 settembre 2009 – Clandestino Day a Padova

Ricevo e pubblico.

Nessuno è illegale!

Diciamo NO al decreto sicurezza

Diciamo NO al reato di clandestinità

Non deve essere reato vivere in un paese diverso da quello in cui si è nati! Non si può diventare criminali il giorno del diciottesimo compleanno o finendo gli studi, solo per essere figlie e figli di persone nate altrove!

Nessuno è illegale…

… al lavoro. Far dipendere il permesso di soggiorno dal contratto di lavoro è un vero ricatto che si ripercuote su TUTTI i lavoratori e TUTTE le lavoratrici. Con il decreto sicurezza si costringono i migranti ad occupare il posto più basso nella gerarchia sociale e, nello stesso tempo, si mostra agli italiani che c’è qualcuno al di sotto di loro. Si scatena una “guerra fra poveri” dal carattere razzista per nascondere il continuo processo di precarizzazione delle condizioni lavorative di TUTTI, non solo dei migranti.

… alle frontiere. Rifiutiamo i respingimenti in mare e la detenzione arbitraria nei centri di identificazione ed espulsione in Italia e in altri Paesi, come la Libia. È criminale sostituire la legge del mare con provvedimenti che condannano le persone alla morte per fame, sete, annegamento.

… in città. Telecamere, ronde e esercito non fanno sentire nessuno più sicuro. Abbiamo bisogno di piazze e strade piene di persone, di riappropriarci degli spazi d’incontro.

… in ospedale. Se qualcuno, temendo di essere denunciato o espulso, rinuncerà a farsi curare, metterà a repentaglio non solo la sua salute ma quella di TUTTI.

… a scuola. La scuola italiana è stata luogo di educazione alla conoscenza e all’accettazione dell’alterità, ma ora rischia di diventare uno strumento che nega ai giovani stranieri qualsiasi prospettiva per il futuro e che insegna agli studenti italiani la paura del diverso e la difesa di un’identità nazionale o locale di chiara matrice razzista.

… all’anagrafe. Le madri sprovviste di documenti non possono iscrivere i propri figli all’anagrafe e quelle senza passaporto non possono neanche riconoscerli, rischiando così di vederseli portare via.

L’erosione dei diritti tocca in modo particolare gli uomini e le donne migranti, ma si estende a TUTTA la popolazione. La condizione di ricatto e invisibilità sociale cui sono costretti coloro che non hanno documenti validi va risolta con l’estensione a TUTTI – autoctoni e migranti – degli stessi diritti.

Contro il reato di clandestinità. Libertà di movimento per tutte e per tutti!

Coordinamento “Nessuno è Illegale”

VOLANTINO CON IL PROGRAMMA DELLE MANIFESTAZIONI A PADOVA

set
23
2009
2

Respinti…

Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere!

Written by Daniele in: Informazione |
set
19
2009
6

Una politica estera coerente

Erano settimane che intendevo fare delle riflessioni sulla politica estera italiana e sulla presenza italiana in Afghanistan. E’ l’ennesimo attentato occorso a Kabul, vittima il contingente italiano, che mi spinge definitivamente a farlo.

Per una discussione che abbia un livello intellettuale abbastanza elevato occorre dismettere i pregiudizi ideologici, culturali e morali che sono tipici dell’uomo comune. Occorre servirsi di un paradigma interpretativo che si rifaccia a teorie ma che rimanga comunque sufficientemente aderente alla realtà. Non sempre lo scarto fra realismo epistemologico e realismo inteso come teoria è così distante. Non lo è se si tiene conto della lezione che Raymond Aron ha offerto nel 1962 pubblicando quell’opera monumentale che è “Pace e guerra fra le nazioni”. E’ in quel filone interpretativo che si inserisce la mia discussione ed è con le categorie del realismo aroniano ed “eterodosso” che ho maggior feeling.

Tuttavia, l’uomo comune non si serve generalmente di categorie politologiche per spiegare la realtà, per capire la grammatica di base delle relazioni internazionali. A lui basta giudicare quello che vede secondo la sua coscienza, secondo la sua morale. E quindi torniamo all’inizio, quando dicevo che egli si serve di categorie che non hanno nulla a che vedere con la scienza politica, l’unica in grado di spiegare (voglio precisare: non sempre vi riesce) il funzionamento della politica, poiché fornisce categorie sue proprie. E’ chiaro ed evidente che per me morale e politica sono come due linee parallele che non si incontreranno mai. Semplicemente perché a me piace spiegare, a me piace capire.

Se io apprendo alla tv che a Guantanamo sono state torturate persone sospettate di terrorismo, provo ripulsa perché sono un essere umano; se vengo a conoscenza che durante la guerra in Iraq gli Stati Uniti hanno fatto ricorso a cluster bombs (che possono far saltare in aria un bambino innocente e inconsapevole di cosa sia una cluster bomb) e hanno utilizzato le armi al fosforo bianco, provo vergogna perché sono un essere umano; se apprendo che Israele, che è uno Stato territoriale fatto di caserme ed uffici, dotato di uno degli eserciti più potenti al mondo, ha bombardato un ospedale o una scuola dove vi erano malati e bambini, cioè inermi, solo per colpire i terroristi che ivi si nascondevano, mi chiedo che razza di umanità ci sia al mondo. Me lo chiedo perché sono un essere umano, me lo chiedo io, come te lo domandi tu che stai leggendo, tu che ami la vita come nessun’altra cosa, tu che hai la fortuna di vivere in una casa, sotto un tetto, tu che dormi comodamente sopra un letto, tu che mangi tutti i giorni, tu che vai all’università o lavori, tu che ti diverti, tu che vivi senza pensieri e che il più grave fra questi è essere lasciati dal moroso o dalla morosa (considerazione quest’ultima che, se riferita a tempi recenti è, peraltro, assai personale). Ma non ho detto nulla. Non ho spiegato alcunché. Ho semplicemente letto la realtà, l’ho descritta, non l’ho spiegata. Non ho capito perché quel determinato evento è accaduto e quindi non posso sperare di capire come fare in modo che non accada più o, al limite, contenere i danni in futuro in situazioni analoghe.

Vengo più direttamente alla politica estera italiana. L’odierna politica estera italiana, per essere compresa a fondo, va analizzata a partire dall’epoca della guerra fredda. Semplicemente perché la contraddizione insita nel partecipare ad “operazioni di pace” in teatri di guerra, in un contesto internazionale dove il terrorismo jihadista ci ha dichiarato guerra (formulazione che, ahimé, pochi condividono) non può essere capita da chi come noi non ha mai vissuto una tragedia come la guerra stessa. Durante il conflitto bipolare era tutto più chiaro: la logica dell’epoca prevedeva quello che viene definito un gioco a somma zero: i vantaggi che mi derivano da una situazione corrispondono esattamente alle tue perdite e viceversa. Tradotto per i profani: dovevi schierarti, stare con l’America e con la democrazia o stare con l’Unione Sovietica e il comunismo. Il fronte dei cosiddetti non allineati, in realtà, fu farsesco: un po’ tutti strizzavano l’occhiolino, per ragioni più o meno ideologiche, all’Unione sovietica.

Oggi il contesto è cambiato. La minaccia non è più costituita dal comunismo. Vittorio Emanuele Parsi afferma che la minaccia agli USA appare sotto tre forme: politica che deriva dalla Cina, economica che deriva dall’U.E., militare che deriva dalla galassia dei movimenti jihadisti. Le principali istituzioni sorte in seguito alla seconda guerra mondiale sono sopravvissute alla logica per la quale erano state costituite e sono in vita ancora oggi. La Nato è una di queste. La mission è cambiata, è stata adeguata ai tempi che corrono ed i tempi che corrono suggeriscono all’America che la minaccia principale proviene dal terrorismo jihadista, assunto che, come ho detto prima, pochi in Italia condividono. Io sono uno fra questi e sono felice di esserci.

L’America si trova in Afghanistan per una ragione molto semplice: è stata attaccata sul proprio suolo l’11 settembre 2001 da un gruppo di persone appartenenti all’universo jihadista, capitanate da Osama Bin Laden e Ayman al-Zawahiri. La guerra è stata la fisiologica replica dell’unica superpotenza rimasta al mondo dopo il 1989. Chiunque ci capisse qualcosa di politica internazionale se l’aspettava. Si può essere, dunque, pro o contro, ma a prescindere da tale posizione dettata da una matrice ideologica o morale, chiunque se l’aspettava. Abbiamo individuato una sorta di “regola” della politica internazionale del post-guerra fredda. Abbiamo spiegato il perché. E siamo ovviamente tutti d’accordo.

La realtà della politica e in special modo della politica internazionale si fonda su “regole” o comunque su una “grammatica” che non può essere spiegata se non ci si spoglia dei pregiudizi ideologici o morali o culturali. La politica internazionale va capita e quindi spiegata per quello che è, non per quello che dovrebbe essere o per quello che vorremmo che fosse. Perché altrimenti non capiamo nulla, non capiamo perché “Israele che è uno Stato territoriale fatto di caserme ed uffici, dotato di uno degli eserciti più potenti al mondo, ha bombardato un ospedale o una scuola dove vi erano malati e bambini, cioè inermi, solo per colpire i terroristi che ivi si nascondevano”. Facciamo della prescrizione e basta, facciamo del moralismo e non capiamo nulla di ciò che ci circonda. Gli approcci normativi e prescrittivi sono in genere fallimentari proprio per questo. Dobbiamo spostarci dal piano deontologico a quello ontologico, quello di ciò che la politica internazionale è.

La morale può assuefarci finché viviamo in tempi di pace. I bei principi su cui dovrebbe fondarsi l’umanità, in cui tutti o comunque la maggioranza di noi si riconosce – la pace, la libertà, i diritti umani – non servono a nulla se c’è una galassia di gruppi terroristici che ti ha dichiarato guerra. Noi siamo uomini e possiamo sbagliare. E’ questa la vera lezione che la vita dovrebbe insegnarci. Dispiace vedere che mentre io inizio a capirlo a 26 anni, molte persone anche più anziane e quindi più esperte di me non se ne rendano affatto conto. Noi dobbiamo agire come uomini responsabili sapendo che esiste un margine di errore soprattutto quando facciamo dei nostri valori una ragione di vita. I valori ci guidano nella vita di tutti i giorni. In teoria, cioè in linea di principio – e lo ripeto – siamo tutti, o quasi, a favore della pace, della libertà, dei diritti umani. Siamo contrari alla morte, siamo amanti della vita. Ma se un rapinatore ci minaccia con una pistola che se non gli diamo il portafoglio lui ci ucciderà e poi stuprerà nostra madre o nostra sorella, noi cosa facciamo? Tentiamo di salvare la nostra vita e quella di chi ci vuole bene perché in quel momento la consideriamo superiore a quella di chi ci offende. Il principio morale, qui, viene calpestato da una ragione di necessità. Lo stesso vale, anzi, a maggior ragione vale quando invece del rapinatore ci relazioniamo a dei terroristi.

Quello che non si capisce è che ruolo stia recitando l’Italia in Afghanistan. O meglio, dietro la parola d’ordine della guerra al terrorismo proclamata dall’America, ci troviamo lì per “salvare” l’Alleanza atlantica, per salvarne la missione e lo spirito. Ci piaccia o no, è così. I politici, di destra, come di sinistra, mascherano questa operazione con categorie morali, assai più facilmente accettabili moralmente dall’uomo comune rispetto a motivazioni di carattere realista. Siamo lì per difendere un popolo oppresso fino all’altroieri da una dittatura fra le più fondamentaliste mai viste e dalla minaccia che un nuovo regime fondamentalista si insedi. Siamo lì per costruire la democrazia, perché in democrazia si vive meglio, la democrazia porta la pace e rispetta i diritti umani. E’ la storia del pensiero pacifista liberale neokantiano e wilsoniano. Un pensiero intriso di profondo spirito liberale e moralista. Ma i liberali e i moralisti in politica internazionale hanno vita breve.

L’uomo comune ha bisogno di credere nei sogni, di vivere nella speranza in un mondo migliore, di credere che un giorno la pace e la democrazia si saranno affermati a macchia d’olio su tutto il pianeta Terra. E’ per questo che i politici di qualsiasi schieramento – e soprattutto nelle democrazie – mascherano di proposito la guerra (fenomeno a prima vista antitetico alla democrazia e a valori come la pace e i diritti umani) vestendola di valori positivi in modo tale da poterla poi “vendere” più legittimamente alle opinioni pubbliche. E’ il dilemma democrazia-guerra, quello sul quale i realisti come me pongono delle riserve, rifiutando l’ottimismo dell’approccio liberale. Ed è sostanzialmente quello che fa anche Angelo Panebianco. Egli ha riflettuto approfonditamente in un libro (Guerrieri democratici, 1997) sulla questione. Sintetizzando al massimo e declinando le sue riflessioni nel contesto odierno, si può dire che l’opinione pubblica italiana sia più resiliente, rispetto a quella di altre democrazie, a “giustificare” politicamente l’uso della forza, ad ammettere che la guerra sia clausewitzianamente uno strumento della politica e non una cosa immorale. Sempre per il fatto che politica e morale sono due linee parallele.

La riluttanza dell’opinione pubblica italiana ad accettare la presenza (ambigua) dell’Italia nel teatro afghano è dettata dai rapporti di forza fra le istituzioni (cioè la forma di governo, che in Italia è debole per via dei limiti che il governo ha nella sua capacità d’azione), dai rapporti delle istituzioni con la società civile (cioè la forma di stato, anch’essa debole, poiché penetrata e influenzata pesantemente da sindacati, giornalismo, associazioni non governative, organismi di società civile), nonché per via dell’ideologia e della cultura politica prevalente in Italia. Un mix di elementi figli di un sostanziale antiamericanismo, terzomondismo e pacifismo che ci portiamo dietro dalla guerra fredda. Questo perché pur essendo uno dei principali alleati dell’America, l’Italia ha ospitato il più forte partito comunista d’Europa. E, inoltre, perché in Italia è fortissima l’influenza della Chiesa cattolica. Tendenze antiamericane e buonismo terzomondista (sintesi odierna del cattocomunismo) si sono protratti fino ad oggi. A queste si è aggiunta una fede incrollabile e tuttavia ingenua e pericolosa nei confronti della Costituzione e del suo articolo 11. Per questo motivo, fondamentalmente, l’opinione pubblica fa fatica ad accettare l’ambigua presenza dell’Italia in Afghanistan. Nonostante ciò, in questi anni le nostre forze armate hanno partecipato ad altre guerre, o se vogliamo, ad altre “operazioni di pace”. Prima fra tutte quella in Kosovo (per un’analisi delle vere ragioni che hanno spinto la Nato ad avviare quella guerra si veda “Chi dice umanità”, un libro scritto da un professore e intellettuale dichiaratamente comunista, Danilo Zolo, che mi ha aperto la mente su molte questioni internazionali), poi l’Afghanistan, l’Iraq, il Libano, per non parlare di tutte le missioni nel continente africano.

L’ambiguità della presenza italiana in Afghanistan è resa tale, come si è detto, dal ruolo che le nostre truppe recitano. Non che se l’Italia fosse lì a combattere una guerra ben definita, non si leverebbero voci dissonanti. Tuttavia, il peace-keeping è una strategia di difficile successo quando la pace non è ancora raggiunta almeno in forma embrionale. In Afghanistan il controllo del territorio è largamente in mano a talebani e terroristi, la pace è ancora di là da venire. Sono anni che sento politici ed esperti di politica internazionale affermare la necessità di mutare la natura della missione ed imbracciare il peace-enforcing, quella strategia che ti permette di utilizzare la forza anche per offendere. Altrimenti abbiamo ragione a domandarci: che ci stiamo a fare in Afghanistan? Come possiamo proteggere la popolazione locale e difendere il processo di costruzione di pace e democrazia se siamo arroccati in un’ottica puramente difensiva? Se ci troviamo in un teatro di guerra, due sono le opzioni: o combattiamo o ci ritiriamo.

Una politica estera coerente, a prescindere dal colore politico del governo di turno e dagli orientamenti di politica estera dominanti in quel momento, ha bisogno di ciò. Possiamo anche decidere di ritirarci (dopo però dovremo pagarne il prezzo politico in termini di legittimità davanti alla comunità internazionale degli Stati), ma facciamolo. E facciamo in modo che quello costituisca un precedente che preluda a decisioni aventi lo stesso spirito in tempi futuri. Ma se decidiamo di restare, dobbiamo combattere, andare in cerca dei terroristi, scovarli. Ma decidiamo. La politica è decisione o no? Non si può tentennare a lungo per compiacere l’America e per tenersi, al contempo, buona l’opinione pubblica.

Un passo avanti potrebbe essere indotto da iniziative come quella presa da Massimo D’Alema, quando era Ministro degli Esteri sotto l’ultimo Governo Prodi: l’istituzione del Gruppo di riflessione strategica, una sorta di think tank permanente che riunisce i più grandi esperti di politica internazionale per discutere delle linee generali da dare alla politica estera italiana. Conferire maggiore peso ad organismi come questo, magari istituzionalizzarli e renderli operativi potrebbe far cambiare rotta ad una politica estera italiana che negli ultimi anni è stata troppo altalenante; magari accompagnare il tutto con una discussione su quali pezzi della costituzione modificare. Una Costituzione scritta 60 anni fa non può rappresentare, per parafrasare il solito Panebianco, un feticcio davanti a cui inchinarsi acriticamente. E’ necessario tutto ciò, perché la coesione di un Paese la si giudica anche dalla sua coerenza e dal suo saper prendere decisioni in politica internazionale. E’ necessario tutto ciò, per ridare slancio all’immagine dell’Italia.

Alberto Gasparetto

set
19
2009
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Come sarà l’Università di Zaccaria? Partecipate al forum con il nuovo rettore

Organizzazione dei corsi di laurea, didattica, ricerca, il rapporto con il mondo del lavoro e con le istituzioni: com’è l’Università di Padova? e, soprattutto, come dovrebbe essere?

MANDATE IL VOSTRO CONTRIBUTO

Inviate osservazioni, anche audio-video, domande e proposte. Per spedire idee e quesiti c’è tempo fino alle ore 13 di giovedì 15 ottobre. I contributi che saranno ritenuti interessanti e non ripetitivi saranno proposti al professor Zaccaria durante un incontro allargato (a cui potranno partecipare gli autori delle proposte “migliori”) nella redazione del mattino di Padova. L’intervista collettiva che ne uscirà sarà pubblicata sul mattino di Padova e nel sito.

PARTECIPA: –>

Written by admin in: Informazione, Universita' |
set
16
2009
2

Quando la coerenza scricchiola

Sulla recente vicenda “REPORT” (clicca qui) paiono piuttosto chiari i ruoli di vittima e carnefice…. paiono! appunto… E’ passato un po’ di tempo dalla vicenda “Barnard”, ma questa sembra risultare ancora piuttosto scomoda ai più, lasciando aperto lo spazio per una riflessione più ampia e profonda di quella (peraltro lecita) suscitata dalle recenti decisioni dei vertici Rai. Di seguito la riflessione di Paolo Barnard su quanto sta accadendo.

Carogna mangia carogna

Avete letto? La RAI toglie la copertura legale a Report e ai suoi inviati. Presumo che Milena Gabanelli sia pienamente d’accordo, visto che proprio lei ha alacremente lavorato assieme alla RAI per negare la copertura legale a quello che era un suo giornalista di punta; ha cioè per anni avvalorato e controfirmato il medesimo abbandono in caso di grane giudiziarie che oggi i suoi dirigenti decretano per i suoi collaboratori. Ma bando alle ciance. Milena Gabanelli, la falsa paladina della libera informazione RAI, si comportò da carogna con Paolo Barnard, tradendolo dopo 10 anni di fedeltà, tradendo tutto il libero giornalismo italiano, e schierandosi come uno stuoino ai piedi dei suoi padroni di viale Mazzini quando negarono al giornalista di Report qualsiasi appoggio legale in occasione di una citazione per danni. La vicenda è narrata per intero qui http://www.paolobarnard.info/censura.php e fu ripresa dalla Rete per mesi. Oggi, a Gabanelli e ai suoi codazzi di redazione capita esattamente la stessa cosa. Accade che la RAI tradisce Gabanelli. La carogna RAI mangia la carogna Gabanelli. Sul Corriere della Sera del 05/09/2009 Aldo Grasso scrive:

“… Non è un mistero che una trasmissione come quella di Milena Gabanelli sia a rischio. Non solo per compatibilità con la nuova dirigenza ma anche perché il dg Masi le ha tolto lo scudo dell’assistenza legale nonostante non abbia mai perso una causa (ogni autore dei servizi sarà responsabile in proprio di eventuali azioni legali, un sistema per togliere coraggio anche ai più coraggiosi)”.

Brutta notizia. Ma quando, come si diceva, la medesima cosa, e molto peggio, fu fatta dalla RAI a Paolo Barnard nel 2005, Gabanelli e i suoi codazzi di redazione non solo rimasero muti, non solo aggredirono le proteste di Barnard dandogli del vigliacco e del bugiardo, ma appoggiarono in pieno la condotta della RAI. Peggio: Barnard si trovò appunto senza copertura legale da parte dell’Azienda in un procedimento giudiziario originato da una sua inchiesta di Report – vale a dire abbandonato a pagare spese ed eventuali danni – ma scoprì che oltre tutto RAI e Gabanelli si accanivano contro di lui in aula di tribunale, nonostante quell’inchiesta di Barnard fosse stata da loro approvata, trasmessa, lodata e replicata. La mia protesta di allora parlava proprio di Censura Legale, quella che Grasso ha sintetizzato fra parentesi, e lanciavo un allarme sul suo potenziale di strangolamento della libera informazione. Ma poiché a quel tempo era la ‘paladina’ Gabanelli a infliggere Censura Legale, nessuno fra le ‘belle anime’ dell’Antisistema italiano volle muovere un dito. Travaglio pur di difendere la sua amica Milena mi diede pubblicamente del bugiardo. Oggi Censura Legale si abbatte sulla signora di Report, e tutti gridano allo scandalo. Che ipocriti. Oggi carogna mangia carogna. Giusto. Che altro dire? Ah, sì, una cosa. Barnard all’epoca si rivolse anche ad Aldo Grasso per chiedergli di parlare di quell’ignobile ingiustizia che subiva. Grasso gli rispose: “Ma… sai… io sono amico della Gabanelli, e prima di attaccare un’amica dovrei vedere meglio…”. Barnard gli inviò le prove. Grasso non scrisse nulla. Oggi invece… Che pietà.

P.s. Grasso, non è vero che Gabanelli non abbia mai perso una causa. Ha perso proprio quella dove si accanì contro di me.

Written by Daniele in: Informazione |
set
13
2009
2

Matiteresistenti – Giù le mani dalla scuola pubblica!

Segnalo un interessante e utile blog di “resistenza”, creato e gestito da un gruppo di giovani insegnanti…

Noi siamo quelli delle matite, un gruppo di giovani insegnanti. Perchè le matite? Perchè sono inevitabilmente strumento scolastico, ma di tutti, non solo dei professori, anche degli studenti. Perchè resistenti? Perchè in questo momento ce n’è un gran bisogno… Ecco allora che troverete, in questo “contenitore”, tipi diversi di matite (spezzate, appuntite, temperate, ecc…) per dar voce ora alle proteste, ora alle proposte che nel corso del tempo si affacceranno al mondo della scuola. Nato dall’urgenza del momento, questo blog non disdegnerebbe di diventare luogo di raccolta di idee, informazioni, materiali per una scuola migliore, che “resiste” nel tempo.

VAI AL BLOG: http://matiteresistenti.blogspot.com/

set
03
2009
2

CONVEGNO 2009: DIRITTI UMANI, UGUAGLIANZA, GIUSTIZIA SOCIALE – VERSO UN WELFARE PLANETARIO

17° Convegno del Centro Balducci, 5° Convegno dell’Ordine degli Assistenti Sociali del Friuli Venezia-Giulia diventano

1° CONVEGNO

DIRITTI UMANI, UGUAGLIANZA, GIUSTIZIA SOCIALE – VERSO UN WELFARE PLANETARIO

Con una ventina di ospiti da tutto il mondo

Continuiamo a mantener fede, come Centro Balducci, a quell’impegno assunto nel settembre 1992 di vivere in continuità l’accoglienza concreta alle persone, con particolare attenzione agli stranieri, e la promozione culturale dell’accoglienza, della giustizia sociale, dell’uguaglianza, dei diritti umani e della pace; in particolare di restare fedeli alla promozione dell’appuntamento di settembre, che anno dopo anno è cresciuto in intensità, significato e partecipazione, con il contributo di donne e uomini provenienti da diversi luoghi del Pianeta. In questo cammino abbiamo incontrato e continuiamo a incontrare diverse persone, gruppi, associazioni. Se lo scorso anno il 16° Convegno del Centro Balducci è diventato il IV della Rete Internazionale contro la globalizzazione del mercato e l’impunità, quest’anno, il 17° diventa il 1° Convegno Internazionale promosso insieme all’Ordine degli Assistenti sociali del Friuli Venezia Giulia che si incontrano per il loro 5° Convegno. Il tema scelto di comune accordo ha impegnato nella collaborazione ambedue i soggetti per un evento culturale coinvolgente i partecipanti che partendo dalla storia, dopo i passaggi di analisi, riflessione, denuncia, proposta, ritornino alla storia con quella ricchezza indispensabile per contribuire alla sua trasformazione positiva.

Diritti umani, uguaglianza, giustizia sociale, verso un welfare planetario: una questione globale, con diverse articolazioni, tutte di evidente attualità perché riguardano la vita delle persone e delle comunità di questa nostra società e dell’intero Pianeta.

Il Centro Balducci e l’Ordine degli Assistenti sociali della Regione Friuli Venezia Giulia si propongono con il contributo di studiosi/e di operatori/trici e di testimoni provenienti oltre che dalle nostre comunità, da diversi luoghi del Pianeta di analizzare le cause della violazione dei diritti umani, delle disuguaglianze, delle ingiustizie, delle chiusure nel localismo, nella xenofobia e nel razzismo; di aprirsi con questa consapevolezza ad una presenza, premura e cura alle vittime, a chi soffre, a chi è ai margini con profondità umana e qualità professionale, per cui il “servizio sociale professionale” possa intrecciarsi con l’agire sociale dei diversi soggetti: le istituzioni e il volontariato nelle sue diverse espressioni, una politica rinnovata per decisioni adeguate alle esigenze delle persone. Queste considerazioni evidenziano l’interdipendenza planetaria, anche perché i soggetti diversi del Pianeta abitano fra noi; l’urgenza di un’etica mondiale comune nella quale tutte le persone possano riconoscersi e sentirsi sostenute nell’affermare e praticare i diritti umani uguali per tutti e in ogni luogo, la giustizia sociale non solo proclamata, ma attuata; la crescente umanizzazione possa essere il percorso di un’utopia calda, coinvolgente, impegnativa, con il reciproco sostegno ed incoraggiamento.

L’organizzazione del Convegno prevede momenti di ascolto, lavori di gruppo, assemblee plenarie; particolarmente significativa la conclusione con due eventi in due luoghi emblematici: prima nell’ex-ospedale psichiatrico di San Osvaldo a Udine e poi nel carcere della stessa città. Vi aspettiamo per vivere quattro giornate così profonde e importanti.

DEPLIANT:

SITO INTERNET: –>

Written by Daniele in: Appuntamenti, Diritti Umani |
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