Erano settimane che intendevo fare delle riflessioni sulla politica estera italiana e sulla presenza italiana in Afghanistan. E’ l’ennesimo attentato occorso a Kabul, vittima il contingente italiano, che mi spinge definitivamente a farlo.
Per una discussione che abbia un livello intellettuale abbastanza elevato occorre dismettere i pregiudizi ideologici, culturali e morali che sono tipici dell’uomo comune. Occorre servirsi di un paradigma interpretativo che si rifaccia a teorie ma che rimanga comunque sufficientemente aderente alla realtà. Non sempre lo scarto fra realismo epistemologico e realismo inteso come teoria è così distante. Non lo è se si tiene conto della lezione che Raymond Aron ha offerto nel 1962 pubblicando quell’opera monumentale che è “Pace e guerra fra le nazioni”. E’ in quel filone interpretativo che si inserisce la mia discussione ed è con le categorie del realismo aroniano ed “eterodosso” che ho maggior feeling.
Tuttavia, l’uomo comune non si serve generalmente di categorie politologiche per spiegare la realtà, per capire la grammatica di base delle relazioni internazionali. A lui basta giudicare quello che vede secondo la sua coscienza, secondo la sua morale. E quindi torniamo all’inizio, quando dicevo che egli si serve di categorie che non hanno nulla a che vedere con la scienza politica, l’unica in grado di spiegare (voglio precisare: non sempre vi riesce) il funzionamento della politica, poiché fornisce categorie sue proprie. E’ chiaro ed evidente che per me morale e politica sono come due linee parallele che non si incontreranno mai. Semplicemente perché a me piace spiegare, a me piace capire.
Se io apprendo alla tv che a Guantanamo sono state torturate persone sospettate di terrorismo, provo ripulsa perché sono un essere umano; se vengo a conoscenza che durante la guerra in Iraq gli Stati Uniti hanno fatto ricorso a cluster bombs (che possono far saltare in aria un bambino innocente e inconsapevole di cosa sia una cluster bomb) e hanno utilizzato le armi al fosforo bianco, provo vergogna perché sono un essere umano; se apprendo che Israele, che è uno Stato territoriale fatto di caserme ed uffici, dotato di uno degli eserciti più potenti al mondo, ha bombardato un ospedale o una scuola dove vi erano malati e bambini, cioè inermi, solo per colpire i terroristi che ivi si nascondevano, mi chiedo che razza di umanità ci sia al mondo. Me lo chiedo perché sono un essere umano, me lo chiedo io, come te lo domandi tu che stai leggendo, tu che ami la vita come nessun’altra cosa, tu che hai la fortuna di vivere in una casa, sotto un tetto, tu che dormi comodamente sopra un letto, tu che mangi tutti i giorni, tu che vai all’università o lavori, tu che ti diverti, tu che vivi senza pensieri e che il più grave fra questi è essere lasciati dal moroso o dalla morosa (considerazione quest’ultima che, se riferita a tempi recenti è, peraltro, assai personale). Ma non ho detto nulla. Non ho spiegato alcunché. Ho semplicemente letto la realtà, l’ho descritta, non l’ho spiegata. Non ho capito perché quel determinato evento è accaduto e quindi non posso sperare di capire come fare in modo che non accada più o, al limite, contenere i danni in futuro in situazioni analoghe.
Vengo più direttamente alla politica estera italiana. L’odierna politica estera italiana, per essere compresa a fondo, va analizzata a partire dall’epoca della guerra fredda. Semplicemente perché la contraddizione insita nel partecipare ad “operazioni di pace” in teatri di guerra, in un contesto internazionale dove il terrorismo jihadista ci ha dichiarato guerra (formulazione che, ahimé, pochi condividono) non può essere capita da chi come noi non ha mai vissuto una tragedia come la guerra stessa. Durante il conflitto bipolare era tutto più chiaro: la logica dell’epoca prevedeva quello che viene definito un gioco a somma zero: i vantaggi che mi derivano da una situazione corrispondono esattamente alle tue perdite e viceversa. Tradotto per i profani: dovevi schierarti, stare con l’America e con la democrazia o stare con l’Unione Sovietica e il comunismo. Il fronte dei cosiddetti non allineati, in realtà, fu farsesco: un po’ tutti strizzavano l’occhiolino, per ragioni più o meno ideologiche, all’Unione sovietica.
Oggi il contesto è cambiato. La minaccia non è più costituita dal comunismo. Vittorio Emanuele Parsi afferma che la minaccia agli USA appare sotto tre forme: politica che deriva dalla Cina, economica che deriva dall’U.E., militare che deriva dalla galassia dei movimenti jihadisti. Le principali istituzioni sorte in seguito alla seconda guerra mondiale sono sopravvissute alla logica per la quale erano state costituite e sono in vita ancora oggi. La Nato è una di queste. La mission è cambiata, è stata adeguata ai tempi che corrono ed i tempi che corrono suggeriscono all’America che la minaccia principale proviene dal terrorismo jihadista, assunto che, come ho detto prima, pochi in Italia condividono. Io sono uno fra questi e sono felice di esserci.
L’America si trova in Afghanistan per una ragione molto semplice: è stata attaccata sul proprio suolo l’11 settembre 2001 da un gruppo di persone appartenenti all’universo jihadista, capitanate da Osama Bin Laden e Ayman al-Zawahiri. La guerra è stata la fisiologica replica dell’unica superpotenza rimasta al mondo dopo il 1989. Chiunque ci capisse qualcosa di politica internazionale se l’aspettava. Si può essere, dunque, pro o contro, ma a prescindere da tale posizione dettata da una matrice ideologica o morale, chiunque se l’aspettava. Abbiamo individuato una sorta di “regola” della politica internazionale del post-guerra fredda. Abbiamo spiegato il perché. E siamo ovviamente tutti d’accordo.
La realtà della politica e in special modo della politica internazionale si fonda su “regole” o comunque su una “grammatica” che non può essere spiegata se non ci si spoglia dei pregiudizi ideologici o morali o culturali. La politica internazionale va capita e quindi spiegata per quello che è, non per quello che dovrebbe essere o per quello che vorremmo che fosse. Perché altrimenti non capiamo nulla, non capiamo perché “Israele che è uno Stato territoriale fatto di caserme ed uffici, dotato di uno degli eserciti più potenti al mondo, ha bombardato un ospedale o una scuola dove vi erano malati e bambini, cioè inermi, solo per colpire i terroristi che ivi si nascondevano”. Facciamo della prescrizione e basta, facciamo del moralismo e non capiamo nulla di ciò che ci circonda. Gli approcci normativi e prescrittivi sono in genere fallimentari proprio per questo. Dobbiamo spostarci dal piano deontologico a quello ontologico, quello di ciò che la politica internazionale è.
La morale può assuefarci finché viviamo in tempi di pace. I bei principi su cui dovrebbe fondarsi l’umanità, in cui tutti o comunque la maggioranza di noi si riconosce – la pace, la libertà, i diritti umani – non servono a nulla se c’è una galassia di gruppi terroristici che ti ha dichiarato guerra. Noi siamo uomini e possiamo sbagliare. E’ questa la vera lezione che la vita dovrebbe insegnarci. Dispiace vedere che mentre io inizio a capirlo a 26 anni, molte persone anche più anziane e quindi più esperte di me non se ne rendano affatto conto. Noi dobbiamo agire come uomini responsabili sapendo che esiste un margine di errore soprattutto quando facciamo dei nostri valori una ragione di vita. I valori ci guidano nella vita di tutti i giorni. In teoria, cioè in linea di principio – e lo ripeto – siamo tutti, o quasi, a favore della pace, della libertà, dei diritti umani. Siamo contrari alla morte, siamo amanti della vita. Ma se un rapinatore ci minaccia con una pistola che se non gli diamo il portafoglio lui ci ucciderà e poi stuprerà nostra madre o nostra sorella, noi cosa facciamo? Tentiamo di salvare la nostra vita e quella di chi ci vuole bene perché in quel momento la consideriamo superiore a quella di chi ci offende. Il principio morale, qui, viene calpestato da una ragione di necessità. Lo stesso vale, anzi, a maggior ragione vale quando invece del rapinatore ci relazioniamo a dei terroristi.
Quello che non si capisce è che ruolo stia recitando l’Italia in Afghanistan. O meglio, dietro la parola d’ordine della guerra al terrorismo proclamata dall’America, ci troviamo lì per “salvare” l’Alleanza atlantica, per salvarne la missione e lo spirito. Ci piaccia o no, è così. I politici, di destra, come di sinistra, mascherano questa operazione con categorie morali, assai più facilmente accettabili moralmente dall’uomo comune rispetto a motivazioni di carattere realista. Siamo lì per difendere un popolo oppresso fino all’altroieri da una dittatura fra le più fondamentaliste mai viste e dalla minaccia che un nuovo regime fondamentalista si insedi. Siamo lì per costruire la democrazia, perché in democrazia si vive meglio, la democrazia porta la pace e rispetta i diritti umani. E’ la storia del pensiero pacifista liberale neokantiano e wilsoniano. Un pensiero intriso di profondo spirito liberale e moralista. Ma i liberali e i moralisti in politica internazionale hanno vita breve.
L’uomo comune ha bisogno di credere nei sogni, di vivere nella speranza in un mondo migliore, di credere che un giorno la pace e la democrazia si saranno affermati a macchia d’olio su tutto il pianeta Terra. E’ per questo che i politici di qualsiasi schieramento – e soprattutto nelle democrazie – mascherano di proposito la guerra (fenomeno a prima vista antitetico alla democrazia e a valori come la pace e i diritti umani) vestendola di valori positivi in modo tale da poterla poi “vendere” più legittimamente alle opinioni pubbliche. E’ il dilemma democrazia-guerra, quello sul quale i realisti come me pongono delle riserve, rifiutando l’ottimismo dell’approccio liberale. Ed è sostanzialmente quello che fa anche Angelo Panebianco. Egli ha riflettuto approfonditamente in un libro (Guerrieri democratici, 1997) sulla questione. Sintetizzando al massimo e declinando le sue riflessioni nel contesto odierno, si può dire che l’opinione pubblica italiana sia più resiliente, rispetto a quella di altre democrazie, a “giustificare” politicamente l’uso della forza, ad ammettere che la guerra sia clausewitzianamente uno strumento della politica e non una cosa immorale. Sempre per il fatto che politica e morale sono due linee parallele.
La riluttanza dell’opinione pubblica italiana ad accettare la presenza (ambigua) dell’Italia nel teatro afghano è dettata dai rapporti di forza fra le istituzioni (cioè la forma di governo, che in Italia è debole per via dei limiti che il governo ha nella sua capacità d’azione), dai rapporti delle istituzioni con la società civile (cioè la forma di stato, anch’essa debole, poiché penetrata e influenzata pesantemente da sindacati, giornalismo, associazioni non governative, organismi di società civile), nonché per via dell’ideologia e della cultura politica prevalente in Italia. Un mix di elementi figli di un sostanziale antiamericanismo, terzomondismo e pacifismo che ci portiamo dietro dalla guerra fredda. Questo perché pur essendo uno dei principali alleati dell’America, l’Italia ha ospitato il più forte partito comunista d’Europa. E, inoltre, perché in Italia è fortissima l’influenza della Chiesa cattolica. Tendenze antiamericane e buonismo terzomondista (sintesi odierna del cattocomunismo) si sono protratti fino ad oggi. A queste si è aggiunta una fede incrollabile e tuttavia ingenua e pericolosa nei confronti della Costituzione e del suo articolo 11. Per questo motivo, fondamentalmente, l’opinione pubblica fa fatica ad accettare l’ambigua presenza dell’Italia in Afghanistan. Nonostante ciò, in questi anni le nostre forze armate hanno partecipato ad altre guerre, o se vogliamo, ad altre “operazioni di pace”. Prima fra tutte quella in Kosovo (per un’analisi delle vere ragioni che hanno spinto la Nato ad avviare quella guerra si veda “Chi dice umanità”, un libro scritto da un professore e intellettuale dichiaratamente comunista, Danilo Zolo, che mi ha aperto la mente su molte questioni internazionali), poi l’Afghanistan, l’Iraq, il Libano, per non parlare di tutte le missioni nel continente africano.
L’ambiguità della presenza italiana in Afghanistan è resa tale, come si è detto, dal ruolo che le nostre truppe recitano. Non che se l’Italia fosse lì a combattere una guerra ben definita, non si leverebbero voci dissonanti. Tuttavia, il peace-keeping è una strategia di difficile successo quando la pace non è ancora raggiunta almeno in forma embrionale. In Afghanistan il controllo del territorio è largamente in mano a talebani e terroristi, la pace è ancora di là da venire. Sono anni che sento politici ed esperti di politica internazionale affermare la necessità di mutare la natura della missione ed imbracciare il peace-enforcing, quella strategia che ti permette di utilizzare la forza anche per offendere. Altrimenti abbiamo ragione a domandarci: che ci stiamo a fare in Afghanistan? Come possiamo proteggere la popolazione locale e difendere il processo di costruzione di pace e democrazia se siamo arroccati in un’ottica puramente difensiva? Se ci troviamo in un teatro di guerra, due sono le opzioni: o combattiamo o ci ritiriamo.
Una politica estera coerente, a prescindere dal colore politico del governo di turno e dagli orientamenti di politica estera dominanti in quel momento, ha bisogno di ciò. Possiamo anche decidere di ritirarci (dopo però dovremo pagarne il prezzo politico in termini di legittimità davanti alla comunità internazionale degli Stati), ma facciamolo. E facciamo in modo che quello costituisca un precedente che preluda a decisioni aventi lo stesso spirito in tempi futuri. Ma se decidiamo di restare, dobbiamo combattere, andare in cerca dei terroristi, scovarli. Ma decidiamo. La politica è decisione o no? Non si può tentennare a lungo per compiacere l’America e per tenersi, al contempo, buona l’opinione pubblica.
Un passo avanti potrebbe essere indotto da iniziative come quella presa da Massimo D’Alema, quando era Ministro degli Esteri sotto l’ultimo Governo Prodi: l’istituzione del Gruppo di riflessione strategica, una sorta di think tank permanente che riunisce i più grandi esperti di politica internazionale per discutere delle linee generali da dare alla politica estera italiana. Conferire maggiore peso ad organismi come questo, magari istituzionalizzarli e renderli operativi potrebbe far cambiare rotta ad una politica estera italiana che negli ultimi anni è stata troppo altalenante; magari accompagnare il tutto con una discussione su quali pezzi della costituzione modificare. Una Costituzione scritta 60 anni fa non può rappresentare, per parafrasare il solito Panebianco, un feticcio davanti a cui inchinarsi acriticamente. E’ necessario tutto ciò, perché la coesione di un Paese la si giudica anche dalla sua coerenza e dal suo saper prendere decisioni in politica internazionale. E’ necessario tutto ciò, per ridare slancio all’immagine dell’Italia.
Alberto Gasparetto