Kenya: Il Delirio A Mathare!
Purtroppo realizzare fotografie in questi giorni non è possibile, vi lascio con questa immagine. Il quadrato rosso rappresenta una piccola parte dei negozi “scomparsi”. I rifiuti sono restati.
In Italia mi dicono che le notizie su Sarkozy e Carla Bruni, sui rifiuti e sull’Alitalia occupano i telegiornali e i principali quotidiani italiani. Proverò quindi a parlarvi di una realtà scomoda: la crisi keniana partendo da uno dei luoghi più poveri di questo Paese, la baraccopoli di Mathare. In questo slum, che sulle cartine di Nairobi figura come parco pubblico, sopravvivono circa 350.000 persone provenienti da ognuna delle 42 etnie del Paese in 1,5 km², circa 200 campi da calcio! Sono partito da casa con il matatu 111, ho poi preso il 46 contrattando chiaramente sul prezzo e sono arrivato all’estremità della baraccopoli. Come ogni volta sono entrato da solo per raggiungere la sede dell’associazione kenyana Why Not, la gente mi guardava stupita forse perché di bianchi in questo periodo non ne sono passati molti (o forse per niente) ma alcuni bambini mi hanno subito riconosciuto e ho capito di essere al sicuro. Il clima era teso e strano con tantissimi uomini all’interno della baraccopoli a parlare, discutere, seduti ovunque. Solitamente gli uomini dalla baraccopoli partono alle 06 di mattina col primo chiaro in cerca di lavoro e tornano poi verso le 19 con l’ultimo spiraglio di luce. Uno di loro mi chiede: “Cosa fai qui?” con un aria veramente allibita, lo saluto e riparto. Arrivato a Why Not tutto appare normale, anche nei momenti di maggior violenza questa parte della baraccopoli (quartiere Mabathini) non è stata minimamente toccata. Partiamo quindi alla volta del quartiere “Mathare Nord” dove la situazione è completamente differente. La dove c’era la via commerciale più importante, fornita e meno povera di Mathare ora non c’è più niente, il mercato si è dissolto, non esiste più. Saliamo per la solita montagna di rifiuti, l’odore è nella media ma manca tutto il rumore, il colore, la vita delle bancarelle, inghiottite completamente da questa crisi keniana. Prendiamo quindi la via principale e continuiamo sulla sinistra avvicinandoci a “Mathare 4A”. Sulla destra un vuoto ricolmo di rabbia, disperazione e violenza. In un triangolo di terra grande come 1 di quei campi da calcio che formano Mathare ora trovano spazio solo pietre e qualche persona che spera forse di ritrovare quello che ha perso nella fuga. Ma sinceramente a parte pietre non si trova altro, anche le lamiere sono state portate via. Dopo la proclamazione di Kibaki presidente un gruppo estremista luo proveniente da un'altra zona di Mathare è arrivato e ha schiacciato quello che ha trovato sulla sua strada portandosi però prima via tutto ciò che di valore si poteva trovare e bruciando poi dalla prima all’ultima delle case di quello sfortunato triangolo di terra. I negozi sono stati saccheggiati, c’è gente che se ne andata via con frigoriferi sulle spalle, con macchine da cucire, con computer. In quel triangolo c’erano 2.000 case, approssimativamente 7.500-10.000 persone che ora stanno in uno dei sei campi sfollati appena fuori Mathare o sono scappati nelle loro aree d’origine. In quel triangolo vivevano kikuyu ma anche luo e persone di altre etnie. Oscar (luo) mi racconta come gli abbiano portato via tutto quello che possedeva nella sua lavanderia, a parte la lavatrice che era troppo pesante, aggiunge: “Scene come quelle a cui assistito quel giorno le ho viste solo in TV quando si parlava del Rwanda”. Rwanda, la finzione di una guerra etnica e un genocidio svoltosi in un assordante silenzio della comunità internazionale, il precedente non è certo buono. In questo caso le etnie almeno esistono così come alcuni problemi tra di esse ma oggi la violenza “etnica” è strumentalizzata dalla politica e dalla sete di potere di Kibaki e Odinga. Forse più che di guerra etnica in questo caso si deve parlare di guerra tra poveri. Gli scontri tra luo e kikuyu nelle baraccopoli di Nairobi, così come quelle tra Kalenjin e Kikuyu nella Rift Valley portano solo ad un peggioramento della propria situazione. Le etnie sono oggi utilizzate come strumento per prendere il potere e la confusione è sfruttata al massimo dai ladri che cercano di cambiare così in meglio la loro vita. Arrivando in un'altra slum, a Dandora, in un campo sfollati (che come tutti per ragioni di sicurezza si trova nel cortile della polizia) abbiamo trovato 38 bambini e 40 adulti, metà kikuyu e metà luo, quasi tutti con le case bruciate e senza un luogo dove andare. Sarà anche guerra etnica ma a soffrire sono i poveri.
Luca Marchina


