Il Darfur… dagli occhi di un medico italiano…

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immagine tratta da www.iansa.org

Pubblico qui di seguito una lettera molto stimolante scritta da un medico-chirurgo italiano durante il suo recente impegno in Sudan, in particolare nella martoriata regione del Darfur. Gli spunti offerti penso possano costituire un ottimo punto di partenza per molte riflessioni… (benchè a volte molto schietto, lascio il testo nella forma originale)

Carissime/i,

è un bel po' che non mi faccio vivo. Da due mesi sono rientrato in Darfur.  Spero che questo nome venga qualche volta ricordato in Tv perché non sarà famoso come l'isola dei famosi, non farà l'audience dei programmi della de Filippi.ma qui circa 20 milioni di persone vivono alla giornata nei campi profughi ed ogni giorno qualche decina di persone viene uccisa in questa guerra dei poveri.

Brevemente che faccio qui? Sono il"primario" (ma senza camice bianco) di un team speciale conosciuto come Fly Surgical Team (FST) con il compito di intervenire dopo la battaglia o gli scontri direttamente sul campo. Tanto per usare un termine pubblicitario."un ospedale a casa tua". Non manca niente. Abbiamo un aereo personale che facciamo dirottare dove vogliamo nel cielo del Darfur. 400 kg di materiale chirurgico, un anestesista inglese e 2 infermiere, una norvegese ed una giapponese( non fate alcuna allusione.).Dormiamo in tenda, mangiamo panini ed operiamo alcune volte sotto le stelle o all'ombra di un albero. Siamo i coccoli di tutti. Quando dobbiamo muoverci tutti si fermano e danno la precedenza a noi. E qui sta la magia di questa attività. Prima di arrivare "nel posto di lavoro" i Sudanesi ci regalano la possibilità di godere di paesaggi meravigliosi. Dal finestrino dell'aereo, se azzecchi la musica giusta dall'Ipod, puoi realmente credere di essere in un film. I paesaggi sono incredibili e la prospettiva che ti regala l'altitudine è unica. Allora l'Africa ti sembra realmente quella che ti fanno sognare i tour operator o certe pellicole. Solo quando esci dalla jeep e ti trovi davanti dei ragazzi con il kalashnikof ed altri con occhi paurosi che ti fissano da terra. Allora ti accorgi che questa è la vera Africa. Sono giorni che ti aspettano con qualche pallottola addosso, perché per arrivare li prima ti devono garantire che nessuno ti sparerà contro e che riusciremo a rientrare senza problemi. Ma lì siamo sempre ben voluti. Ci sorridono, ci stringono la mano e ci abbracciano quando partiamo. Non potevo mai immaginare di vivere esperienze simili. Tu operi sotto una zanzariera circondato da "giovani guerrieri con il turbante" e pure sai di essere al sicuro, nessuno ti toccherà o tenterà di fregarti la jeep (come spesso succede in Darfur le trasformano in pick up, ci montano sopra una bella mitragliatrice et voilà.. un bel tecnical).Ciò rende speciale l'FST. Arriviamo dove altri non potranno mai farlo. E qui scopri la naturalezza del gesto. Il calore di una stretta di mano, il sincero sorriso. Qui nessuno conosce la guerra in Iraq, le veline, probabilmente non sapranno che qualcuno è volato sulla luna e che esiste la bomba atomica. Grazie a ciò è stata alimentata la loro solitudine ed isolamento. Non va più bene che qualcuno continui a morire senza sapere i reali motivi del perché debba succedere ciò. Nessuno ha spiegato a loro che non esiste alcun motivo religioso ma solo l'ingordigia di pochi. Il loro terreno è un potenziale tesoro geologico e qualche potenza straniera lo sa benissimo. E i loro leader per riempire le loro tasche si inventano motivi extraterreni, di soluzioni etniche. E' in atto un genocidio ma come sempre per motivi geopolitici ed economici. Ma a loro nessuno ha spiegato ciò. E' una magra consolazione ed una presa per il culo avere alcune agenzie"umanitarie" qui che facciamo il doppio gioco. Giorni fa siamo volati nel sud Sudan perché Medici senza Frontiere non riusciva a gestire i pazienti arrivati da alcuni scontri. E cosi con il nostro special RED 912( diciamo l'aereo presidenziale dell'ICRC) abbiamo volato per 2 ore tra temporali e paesaggi incantevoli. Non possiamo volare molto alto perciò i cumuli nembi abbiamo dovuto affrontarli direttamente passandoci in mezzo e facendo lo slalom: entusiasmante. L'altro giorno siamo stati "presi in consegna" dai militari perché ci accusarono di esser decollati da una zona proibita. Quindi 2 ore in caserma tra discussioni e rischi di crisi diplomatiche. Alla fine tante scuse e partenza per un posto nel nord Darfur.Di nuovo ripenso a quanto sono fortunato. In due grossi camion( difficili da fregare)siamo passati tra zone desertiche, montane e steppose fino a raggiungere una scuola abbandonata con alcuni feriti dentro che ci aspettavano da giorni. Dopo averli operati abbiamo dovuto affrontare il ritorno con una certa apprensione perché siamo passati attraverso un corridoio neutrale, una terra di nessuno, dove magari qualcuno non sapeva delle nostre intenzioni. E' andata bene, sicuramente sapevano chi eravamo.

Ma il bello è arrivato dopo, carichiamo il nostro aereo, felici di rientrare a casa; dal parcheggio puntiamo verso la pista di terra rossa battuta, massima potenza dei motori e a metà pista, un colpo, saltato il motore dx.Un po' di spavento al pensiero che mancava una manciata di secondi ad essere in aria. Quindi attesa in mezzo al niente per l'altro aereo. Anche qs è straordinario.

Ho nella mente un'immagine tragica ma al tempo stesso ammirevole. Vicino ad uno dei posti dove siamo stati ci sono diversi campi profughi. In uno di questi, il più grande, c'è un bar. Decidiamo di premiarci con un coca. Salgo a piedi il piccolo argine e mi trovo di fronte la sconvolgente immagine di 50.000 persone ammassate in un terreno grande poco più di 2 stadi. Ora capisco perché tutti i villaggi attorno sono disabitati, è troppo rischioso rimanere scoperti in una piccola capanna, è meglio fare parte di una massa! E la mia ammirazione sta' alla capacità organizzativa di qs gente, hanno il panificio, bar negozietti. Ma non ospedali o centri clinici. Non ci sono organizzazioni internazionali, troppo rischioso. Ogni tanto WFP scarica cibo ma nient'altro. C'è un postazione dell'African Mission in Sudan dell'ONU ma hanno troppa paura di uscire dal loro compound.Sono lì per monitorare le armi e eventuali aggressioni, ma non possono intervenire. Classico atteggiamento del cazzo dell'ONU. (Qualcuno li aveva proposti al premio Nobel, dopo essere stati testimoni passivi del genocidio del Ruanda, bella faccia tosta di chi ha fatto la proposta…)Anche noi non possiamo dire che siamo medici… altrimenti non riusciremmo a salvarci. Immaginate che nella strada di ritorno ce ne sono altri 2 refugee camp. Saremmo assaliti. Abito a Nyala, la capitale del Darfur. Casa non male che condivido con l'amministratore e un tunisino. Buon personale cucina internazionale, tanto caldo e la cosa divertente è che quando non funziona nessuna comunicazione, significa che stanno combattendo fuori città. Allora dal vicino aeroporto vedi alzarsi gli elicotteri da guerra e i 2 jet. Alla fine queste teste di cazzo dopo aver scaricato vigliaccamente tutta la merceria bellica ci volano sopra i tetti per segno di vittoria.!! Coglioni, mi fanno solo incazzare di più perché le conseguenze delle loro azioni le vediamo solo noi dopo qualche gg sul campo. Per ora mi prodigo molto bene nella cucina. Quando mi stancherò di fare il chirurgo di guerra… posti per aprire un ristorante italiano ce ne sono molti nel mondo.

Vi abbraccio tutti e vi auguro buona estate

Mauro

Ps: utimo aggiornamento: stiamo partendo per una missione dove opereremo 50 feriti. La cosa strana è che come sempre la burocrazia e la scarsa volontà interferiscono con la voglia di dare il massimo. E' da un giorno che tra green e red light il mio team si sta stressando per l'attesa. Perchè noi saremo lì a lavorare senza sosta perché ci danno il permesso di rimanere solo 2 gg. Dopodiché se ricominciano a sparare l'UN non ci spedirà l'elicottero per riprenderci. 

1 commento

  1. Colleen scrive:

    the internation community should be more proactive in dealing with the situation in Darfur. we should not only send food aids but we also need to influence the political policies in the Darfur region `

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