Prosegue Il Dibattito Sul Velo Islamico
Torna più attuale che mai la questione del velo islamico, in particolare con due interventi odierni che si possono trovare nelle più comuni rassegne stampa. Io ho visitato quella del Senato, al sito:
http://www.senato.it/notizie/RassUffStampa/070924/index.htm
Due sono i contributi, uno di Magdi Allam sul Corriere, intitolato “Il velo non è un diritto ma un’imposizione”, l’altro di Renzo Guolo, “Ai confini del velo”.
Diciamo che, pur esprimendo due pareri fortemente contrastanti, da un lato mi ritrovo molto in quello che dichiara Magdi Allam, perchè effettivamente io, avendo a cuore la parità uomo-donna, non sopporto l'idea che è sottesa all'indossare il velo: la superiorità dell’uomo rispetto alla donna, la negazione di una realizzazione completa della dignità umana della donna. Con questo non intendo affermare che Guolo non abbia la mia sensibilità, tutt'altro. Va tenuto presente infatti, come asserisce quest’ultimo, che molte donne indossano il velo come motivo di autoaffermazione identitaria. Tuttavia sono convinto che la scelta apparentemente libera e senza condizionamenti operata dalla donna musulmana sia in realtà veicolata da un’impostazione di pensiero tipicamente musulmana, aspetto questo che rende quella scelta meno volontaria. Dò, per queste motivazioni, ragione ad Allam.
D’altra parte, l’aspetto che mi rende più vicino all’approccio “guolese” riguarda il mio scetticismo nei confronti di un eventuale divieto imposto per legge. Come sostiene il sociologo trevigiano infatti, tale soluzione finirebbe per produrre ancor più separatezza e scontro fra religioni o civiltà. L’alternativa migliore, che tra l’altro riflette la posizione che ho sostenuto nel post intitolato “Sul velo islamico”, consisterebbe allora in quella che Guolo auspica essere la “trasformazione culturale”: quella rivoluzione nel pensiero dominante da noi che, tramite la forza della laicità delle nostre istituzioni, deve imporsi sui fondamentalismi religiosi. Si tratta di un progetto che deve godere non solo di un formale avallo della politica, ma deve concretizzarsi nella volontà (politica, appunto) di promuovere una integrazione senza scontri, condita con l’obiettivo di sensibilizzare gli immigrati, in tal caso musulmani, ai princìpi che fondano la nostra società: parità uomo-donna, libertà di manifestazione del pensiero, laicità delle istituzioni, eccetera. Tuttavia “laicità” non deve equivalere alla peggior variante del relativismo etico, che considera titolari del diritto alla sopravvivenza anche quelle istanze fondamentaliste che impongono come dovere religioso il velo alle donne o considerano legittime le azioni terroristiche di Hamas o Hezbollah (ne sono portatori, ad esempio, il movimento di cui fanno parte Qaradawi e Ramadan: e su questo punto secondo me torna ad avere ragione Allam).
Da ultimo, intendo precisare come secondo me la questione del velo non debba configurarsi come problema relativo alla laicità dello Stato italiano (che richiama la sfera della religione) ma come problema relativo alla parità uomo-donna (che si inscrive quindi entro una dimensione più giuridica), poichè il significato del velo non riguarda tanto la religione, ma rinvia ad una tradizione culturale che si è imposta col tempo e che è propagandata come religiosa da quei movimenti fondamentalisti che riescono ad imporsi come legittimi di fronte alle istituzioni dei Paesi europei (per esempio il movimento cui ho fatto riferimento qualche riga sopra).
La dimensione giuridica del problema deve passare attraverso una sua soluzione culturale.
Alberto Gasparetto


