set
28
2007
2

Nove piccoli Comuni su Dieci sono DOP

prodotti_tipici435.jpg

Questo è quanto si evince dalle relazioni finali della VII Conferenza Nazione dell'ANCI dedicata ai piccoli Comuni.
La ricerca è stata effettuata sui comuni che contano meno di 5.000 abbitanti e ha dimostrato che tre municipitalità su quattro sono territorio di riferimento per gli allevamenti di bestiame che portano alla produzione di latte e salumi DOP, mentre nel 60%, sempre dei piccoli Comuni, troviamo le aziende che producono i 38 oli italiani di Denominazione d'Origine Protetta.

Questi grandissimi risultati sono possibili grazie all'impegno di 400.000 imprese agricole che attraverso il loro lavoro riescono a salvaguardare le colture tradizionali ponendo massima attenzione anche a problematiche quali la salvaguardia e la tutela del territroio dal dissesto idrogeologico e il mantenimento delle tipicità alimentari.

Questi dati ci permettono di analizzare anche un altro dato…L'incremento costante del "Turismo enogastronomico e ambientale" che è in continua crescita e che nel 2006 ha chiuso con un fatturato di 5 miliardi di euro. Per il 2007, invece, notizie confortanti arrivano dalla legge, di recente approvzione, "Sostegno e valorizzazione dei piccoli comuni" che permetterà a tutte queste municipalità di indicare, con della cartellonistica stradale posta al di sotto del nome del Comune, quale siano il prodotti agroalimentare tipici che caratterizzano il territorio comunale.

Sicuramente per i 4 milioni di turisti enogastronimici sarà più semplice ed immediato raggiungere i luoghi dove vengono prodotti i 4372 prodotti tipici nazionali censiti dalle Regioni.

Written by Stefano in: Ambiente |
set
26
2007
2

AFROSCOPIA: Scambiando… s’impara (Bologna 14 ott 2007)

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Bologna, 14 Ottobre 2007, Sala Centofiori, Via Gorky, 10 – Ore 9,30 – 19,00

Amani Onlus Ong, Karibu Africa e Centro Studi Donati organizzano un convegno di approfondimento su temi socioculturali del continente africano. Il convegno si aprirà alle 9.30 con l'esibizione del gruppo Danze Meticce – Tammurriate, tarantelle e pizziche si  intrecciano a poesie e proverbi della saggezza popolare, ritmiche mediorientali, mahgrebine, fino a raggiungere le poliritmie tribali dell’Africa Occidentale – (www.danzemeticce.com)

Relatori: Marco AIME, Mara MABILIA, Anna Maria GENTILI, Fabrizio FLORIS, Raymon DASSI, John ONAMA, KIZITO

Moderano: Raymon DASSI, Pier Maria MAZZOLA

Durante la pausa lavori si potranno gustare pietanze etniche preparate dall' Associazione Ada&Ser

La giornata si concluderà alle 18.30 con lo spettacolo: All’ombra dei rami sfacciati carichi di fiori rosso vermiglio, scritto e interpretato da Gabriella Ghermandi, Musiche di Alessandro Sorrentino – (www.gabriella-ghermandi.it)

INGRESSO LIBERO – E’ richiesta adesione entro l'8 Ottobre 2007 a: afroscopia@fastwebnet.it

info: 02 48951149 – email: afroscopia@fastwebnet.it

Locandina: pdf_ico_small.jpg

Written by admin in: Appuntamenti |
set
25
2007
3

L´etichetta Destra-Sinistra oggi

Anzitutto vorrei salutare per la prima volta tutti i responsabili del blog, oltre a tutti i bloggers. Davanti all’input di Alberto “Ecco perchè non sono e non posso essere nè di sinistra nè di destra”, mi viene da scrivere questo. Se non ci si sente nè di destra nè di sinistra è a mio parere un buon segnale: anzi ottimo, se non ci si identifica totalmente con nessun partito. La maggioranza delle persone si dice di destra o sinistra, di quel partito o di un altro, senza saperne di preciso i motivi, senza conoscerne a fondo i programmi etc. Perchè si vota a destra o a sinistra? Motivi familiari, tradizione, luogo geografico dove si vive… gli studi a riguardo sono vastissimi e le tesi numerose, ma questo non è il punto.

Il vero punto è il seguente: non c’è più (sempre ammesso che ci sia stata) una sostanziale differenza tra destra e sinistra. O meglio: tale etichetta non serve più a nulla, anzi talvolta confonde un pò le idee. Blondet (giornalista e soprattutto provocatore) scrisse un articolo, a mio parere abbastanza esplicativo e condivisibie, dal titolo: “La sinistra fa la destra. E la destra? Nulla”. Prendiamo ad esempio la scuola del ministro Fioroni: italiano, geografia, tabelline, esami di riparazione… Anche a mio parere come per Blondet, molto bene (specialmente se confrontata con la riforma Moratti “computer ed inglese”, managerialità berlusconiana da quattro soldi), ma cos’è questa se non una “restaurazione”.

Come ha già citato Alberto il liberismo economico è un altro esempio. Monetarismo e sinistra non sono più termini incompatibili. Esistono banchieri “di sinistra”…ah….ah (vd. Profumo-Unicredit).

Altro esempio ancora già citato giustamente da Alberto è la sicurezza. Per far ingurgitare alla sinistra una svolta in senso repressivo (che, si badi bene, può essere del tutto necessaria, anche se mi viene perlomeno da sorridere quando davanti a diffuse macroscopiche violazioni di legalità si concentra l’attenzione contro il lavavetri di turno) Amato, come ricorda Blondet, utilizza l’argomento tipicamente leninista dell’evitare “il risveglio delle forze della reazione”. L’etichetta è comoda. L’idea è così passata.

Per una volta (ma solo per una volta, tengo a sottoilineare) sono d’accordo con un Agnelli (Gianni): in Italia solo la sinistra può fare la destra.

E con il partito democratico? Cioè, voglio dire, una volta che sarà andato in porto il progetto, che sarà divenuto segretario Veltroni etc etc… che senso avrà parlare di destra-sinistra? Per quella che ormai chiamano “la casta” avrà ovviamente un senso che è il seguente: una bella etichetta per vendere un pessimo prodotto. Ma per noi confusi elettori? Come discernere? Come capire? Chi votare? Votare? Sapete, se l’alternativa è tra X e X… Dovremo scegliere un partito democratico che si ispira direttamente al PD americano (ma qualcuno, una volta per tutte mi può spiegare la differenza SOSTANZIALE tra repubblicani e democratici americani, tra Bush e Kerry etc? Perchè io non la vedo e non l’ho mai vista. Vedo la stessa visione del mondo, la stessa visione interna del loro paese. Solo qualche piccola sfumatura su temi tra l’altro portati avanti in maniera contraddittoria all’interno degli stessi due partiti). In alternativa qualche agglomerato di “destra” senza la minima idea sul futuro del paese (lo si capisce benissimo già ora). Infine una  “sinistra” radicale che dal punto di vista umano, sociale, economico e politico porterebbe il paese semplicemente allo sfascio.

Io non invito certo a non votare, anche se ovviamente è perfettamente lecito andare in spiaggia con Panebianco… (penso però che alle prossime elezioni quel tale andrà al mare senza il professore). Dico solo che occorre prendere coscienza della situazione, del fatto che le scelte, al di là delle etichette, si stiano restringendo sempre più.

Queste riflessioni nascono come detto dall’argomentazione saggiamente provocatoria di Alberto Gasparetto e dalla discussione via e-mail che ne è scaturita. Colgo allora l’occasione offertami dalla mail di Riccardo Giannone per precisare che anche per me ovviamente la semplificazione è assolutamente necessaria in politica, tanto più a livello partitico: anzi, questa è uno dei principali compiti dei partiti. Dice Bryce che “i partiti creano l’ordine dal caos di una moltitudine di elettori”.

Senza dubbio vero. Occorre però vigilare. A questa semplificazione se ne accompagna un’altra, non deputata alla strutturazione del voto. Sto parlando della semplificazione alla quale assistiamo ogni giorno guardando i TG, qualunque TG, alla semplificazione del dibattito politico attraverso i cosiddetti sound bites, attraverso le etichette come “destra-sinistra” appunto. Si perdono la complessità dei problemi e le loro diverse sfumature. A volte si perde addirittura il problema.

Sicurezza, giustizia, equità, etc. sono concetti. Dietro di essi  vi è e vi è stato un dibattito filosofico-politico vastissimo. Vi è stata poi una storia dove “destra” e “sinistra” hanno fatto proprio quello o  quell’altro concetto. Si è allora stabilito per esempio che la sicurezza fosse un tema di destra, la giustizia sociale di sinistra etc. Parlando da un punto di vista strettamente filosofico, queste distinzioni lasciano (e hanno sempre lasciato) il tempo che trovano. Cosa sono se non convenzioni, assunti frutto di contingenze storico-politiche? Non se ne voglia negare l’utilità. L’etichetta ha per molto tempo onorato il suo compito “semplificatore-strutturatore di voto”.

Oggi però non sembra più essere così. In realtà già da un pò di tempo. Si pensi all’inedito laburismo di Tony Blair. Le etichette Dx-Sx possono confondere. Possono illuderci di avere davanti a noi diverse opzioni. Credo sia veramente arrivato il momento di ragionare prescindendo dalle appartenenze politiche (partitiche), con un occhio certo alla filosofia politica, ma con un approccio molto pragmatico. Esempio. Credo che per combattere l’illegalità occorra iniziare dai lavavetri? Benissimo. Voterò chi contrasta il fenomeno. Non occorre che mi “impacchettino” la cosa e me la vendino per quello che non è. Chiamiamo le cose con il loro nome e, se proprio vogliamo continuare ad usare sgualcite etichette, che almeno siano le etichette corrette. Per continuare la metafora: a quel punto però sarebbe chiara la drastica riduzione delle opzioni, le etichette sarebbero quasi tutte uguali. Diverrebbe palese il grave danno alla comprensione dei problemi, alla loro risoluzione nonchè alla rappresentanza politica. Ecco il motivo del loro permanere.

Written by Francesco Rossi in: Varie |
set
25
2007
14

Ecco perchè non sono e non posso essere nè di sinistra nè di destra

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Ernesto Galli della Loggia, in un editornale del Corriere di domenica 23 settembre riesce a tirare fuori quello che ho sempre pensato, quello che ho sempre ritenuto di sapere riguardo la sinistra italiana. E lo dico precisando che è da un bel pò di tempo che non oso definirmi più nemmeno di destra, vista anche la vergognosa e ridicola opposizione che secondo me la destra sta facendo da un anno e mezzo a questa parte.

E ciò non deve far credere al lettore che io stia delirando, ma semplicemente penso di avere le mie idee e di credere in determinati valori a prescindere da destra e sinistra, come insegnano Galli della Loggia e Angelo Panebianco.

Anzi, dirò di più. La penso proprio come Angelo Panebianco quando dice che "se io non mi riconosco in un partito, non avrò semplicemente una formazione per cui andare a votare…andrò al mare!" 

Quando pronuncia questa asserzione carica di provocazione sarcastica, Panebianco (su cui si attaglia, ironia della sorte, una sua stessa “chicca”, cioè “anche nelle situazioni più tragiche l'uomo è in grado di dare vita a siparietti di irresistibile comicità”, Corriere 19 settembre 2006) ha perfettamente ragione secondo me e non deve stupire che questo modo di pensare provenga da chi frequenta Scienze politiche. Come se uno di Scienze politiche dovesse essere obbligato a rispettare regole non codificate, nè per grazia di Dio imposte da nessuno e cioè quelle secondo cui "abbiamo versato il sangue per avere il diritto di voto…quindi dobbiamo votare" oppure “è l’ultimo diritto che ci è rimasto”. 

Per quanto mi riguarda, sono divenuto abbastanza insensibile a questi slogan.  

Desidero quindi suggerire almeno due motivi (due tra tanti) che mi rendono molto problematico definirmi di destra o di sinistra. E’ opinione diffusa che, per esempio, la giustizia sociale sia un valore di sinistra, mentre, sempre per esempio, la legalità sia un valore di destra. Ripeto, questi sono solo due tra i tanti motivi…

Primo. La giustizia sociale sarebbe di sinistra. A me non sembra proprio che le cose stiano così: se così fosse, infatti, allora io saeri di sinistra, una grande corrente di Alleanza nazionale (l’unico vero partito che possa definirsi di destra fra i partiti democratici italiani) pure. Ricordo che nelll’opera intitolata “Teoria generale della politica”, Norberto Bobbio afferma che il pensiero filosofico politico della sinistra sia la predicazione dell’egualitarismo, il quale egualitarismo è un concetto storicamente socialista  ed è per questo motivo che io ritengo l’egualitarismo (che si intende più che altro secondo un’ottica economicista) un principio in antitesi con la giustizia sociale. “Giustizia sociale” non dovrebbe significare che siamo tutti uguali quanto agli obiettivi, cosa che invece è predicata dall’egualitarismo, ma che siamo uguali in un senso più rawlsiano: quanto alle opportunità, che devono essere, quelle sì, uguali per tutti. Ma le opportunità riguardano le situazioni di partenza non quelle di approdo (la teoria di Rawls consentiva comunque di "recuperare" il socialismo – per utilizzare un termine che mi aveva suggerito l'amico Alessandro – affermando oltre al principio di libertà, anche quello di differenza)

Secondo. La legalità sarebbe un valore di destra. Bene. Il governo Berlusconi, pur avendo promosso una legge, la Bossi-Fini, che restringe la possibilità di ingresso in territorio italiano ai soli possessori di un contratto di lavoro, e pur avendo una sua ala (la Lega nord in particolare) incentrato molto dei suoi slogan sulla xenofobia, giocando sui sentimenti della gente, ha agito in maniera totalmente irresponsabile, non effettuando i dovuti controlli che andavano fatti, incoraggiando in tal modo l’immigrazione clandestina (che poi ha provveduto a regolarizzare in scaglioni uno dei quali, se non ricordo male, comprendeva addirittura 700.000 immigrati clandestini in una volta sola!) per questo oggi ci ritroviamo con una situazione immigratoria in stato d’emergenza. Non solo, ma la recente vicenda che ha coinvolto molti sindaci di Sinistra impegnati nella difesa della legalità (Cofferati a Bologna, Domenici a Firenze in particolare) dimostra proprio che si può essere di sinistra pur avendo a cuore un problema come la sicurezza e la legalità.

Vi dò un altro motivo: il liberalismo ed il liberismo sarebbero princìpi di destra, ma le vicende italiane degli ultimi anni dimostrano che non è così. Mi persuade ciò che dice Panebianco (editoriale del Corriere di due settimana fa, commento al libro di Alesina e Giavazzi) e cioè che il liberismo non sia nè di destra nè di sinistra, tuttavia le liberalizzazioni (se pur parziali e forse classiste) che ha fatto la sinistra dimostrano che questi non sono sicuramente concetti di destra. Non solo. Esistono numerosi intellettuali liberali di sinistra: Habermas, Rawls, Sartori, Bobbio (anche se due di questi sono morti) e chi più ne ha, più ne metta! 

Ho concluso. Spero di incoraggiare un intenso dibattito poichè ritengo che, soprattutto di questi tempi (si veda il fenomeno Grillo), sia salutare e stimolante discorrere del discredito della politica e della crisi di consenso che ne è alla base.

Alberto Gasparetto
set
24
2007
2

Prosegue il dibattito sul velo islamico

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Torna più attuale che mai la questione del velo islamico, in particolare con due interventi odierni che si possono trovare nelle più comuni rassegne stampa. Io ho visitato quella del Senato, al sito: 

http://www.senato.it/notizie/RassUffStampa/070924/index.htm 

Due sono i contributi, uno di Magdi Allam sul Corriere, intitolato “Il velo non è un diritto ma un’imposizione”, l’altro di Renzo Guolo, “Ai confini del velo”.

Diciamo che, pur esprimendo due pareri fortemente contrastanti, da un lato mi ritrovo molto in quello che dichiara Magdi Allam, perchè effettivamente io, avendo a cuore la parità uomo-donna, non sopporto l'idea che è sottesa all'indossare il velo: la superiorità dell’uomo rispetto alla donna, la negazione di una realizzazione completa della dignità umana della donna. Con questo non intendo affermare che Guolo non abbia la mia sensibilità, tutt'altro. Va tenuto presente infatti, come asserisce quest’ultimo, che molte donne indossano il velo come motivo di autoaffermazione identitaria. Tuttavia sono convinto che la scelta apparentemente libera e senza condizionamenti operata dalla donna musulmana sia in realtà veicolata da un’impostazione di pensiero tipicamente musulmana, aspetto questo che rende quella scelta meno volontaria. Dò, per queste motivazioni, ragione ad Allam.

D’altra parte, l’aspetto che mi rende più vicino all’approccio “guolese” riguarda il mio scetticismo nei confronti di un eventuale divieto imposto per legge. Come sostiene il sociologo trevigiano infatti, tale soluzione finirebbe per produrre ancor più separatezza e scontro fra religioni o civiltà. L’alternativa migliore, che tra l’altro riflette la posizione che ho sostenuto nel post intitolato “Sul velo islamico”, consisterebbe allora in quella che Guolo auspica essere la “trasformazione culturale”: quella rivoluzione nel pensiero dominante da noi che, tramite la forza della laicità delle nostre istituzioni, deve imporsi sui fondamentalismi religiosi. Si tratta di un progetto che deve godere non solo di un formale avallo della politica, ma deve concretizzarsi nella volontà (politica, appunto) di promuovere una integrazione senza scontri, condita con l’obiettivo di sensibilizzare gli immigrati, in tal caso musulmani, ai princìpi che fondano la nostra società: parità uomo-donna, libertà di manifestazione del pensiero, laicità delle istituzioni, eccetera. Tuttavia “laicità” non deve equivalere alla peggior variante del relativismo etico, che considera titolari del diritto alla sopravvivenza anche quelle istanze fondamentaliste che impongono come dovere religioso il velo alle donne o considerano legittime le azioni terroristiche di Hamas o Hezbollah (ne sono portatori, ad esempio, il movimento di cui fanno parte Qaradawi e Ramadan: e su questo punto secondo me torna ad avere ragione Allam).

Da ultimo, intendo precisare come secondo me la questione del velo non debba configurarsi come problema relativo alla laicità dello Stato italiano (che richiama la sfera della religione) ma come problema relativo alla parità uomo-donna (che si inscrive quindi entro una dimensione più giuridica), poichè il significato del velo non riguarda tanto la religione, ma rinvia ad una tradizione culturale che si è imposta col tempo e che è propagandata come religiosa da quei movimenti fondamentalisti che riescono ad imporsi come legittimi di fronte alle istituzioni dei Paesi europei (per esempio il movimento cui ho fatto riferimento qualche riga sopra).

La dimensione giuridica del problema deve passare attraverso una sua soluzione culturale.

Alberto Gasparetto

set
21
2007
2

Dal XV CONVEGNO del Centro E. Balducci di Zugliano

 centro-balducci_zugliano_convegno-2007.jpg

Si è concluso domenica scorsa il XV Convegno del Centro E. Balducci di Zugliano (UD). Giornate ricche, testimonianze vive e profonde… Anche quest'anno don Pierluigi di Piazza e le molte persone di Zugliano e dintorni che hanno collaborato sono riusciti a creare uno spazio di incontro tra culture e religioni diverse, tra popoli e realtà lontani tra loro ma, come si è scoperto un'altra volta, comunque in sintonia e in profonda comunione. Nell'attesa della pubblicazione degli atti del Convegno consiglio di prendere comunque contatto o conoscenza della realtà del Centro Ernesto Balducci, attraverso l sito internet innanzitutto (http://www.centrobalducci.org), ma anche attrverso le molte pubblicazioni che ha prodotto in questi anni (reperibili nel sito nella sezione "Pubblicazioni")

TEL. 0039 0432 560699 – FAX 0039 0432 562097 -E-MAIL: segreteria@centrobalducci.org

Written by Daniele in: Appuntamenti, Esperienze |
set
20
2007
2

L’Assemblea Generale dell’ONU approva la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni

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Riporto un'importante notizia citando un articolo pubblicato su http://unimondo.oneworld.net. Al di là della positività del fatto in sè, della carica di entusiasmo naturale e del tutto giustificata delle popolazioni indigene, non esiterei tuttavia ad attendere con pazienza i primi risultati concreti. Non sarebbe la prima volta che si grida per un fuoco di paglia (si pensi a diverse dichiarazioni o convenzioni elaborate in sede ONU che ancora incontrano grosse difficoltà nell'essere implementate in maniera uniforme ed efficace in tutto il mondo: contro la discriminazione, in favore dei lavoratori migranti, lo stesso Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali… per non parlare poi del mai nato Trattato Internazionale per il controllo del traffico di armi leggere e non, tanto voluto dalla società civile organizzata quanto snobbato e temuto dai paesi più potenti del pianeta). Il solo fatto che si stia parlando di una Dichiarazione, dal valore quindi del tutto non vincolante, lascia intendere il peso reale dell'evento. Essere pessimisti in questo momento sarebbe comunque un errore: un primo passo è comunque stato fatto, e sempre da quello si comincia… Insomma vedremo… come sempre l'invito per tutti è quello di tenere sotto controllo gli sviluppi della situazione, non lasciarla al prevedibile prossimo silenzio dei media, ma tenerla viva informandosi e magari anche informando. 

Dopo ventidue anni di negoziati e accesi dibattiti, l’Assemblea Generale dell'Onu ha approvato ieri la "Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni", un documento non vincolante che mira proteggere i diritti di circa 370 milioni di appartenenti ai popoli indigeni nel mondo. Hanno votato a favore 143 nazioni, 11 si sono astenute e quattro – Australia, Nuova Zelanda, Canada e Stati Uniti – hanno votato contro. "I paesi oppositori sono tristemente noti per il pessimo trattamento riservato ai loro popoli indigeni. In passato, la Commissione Onu per l'eliminazione della discriminazione razziale (CERD) ha emesso ammonimenti e procedure di azione urgente nei confronti di Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti" – commenta Survival International nell'evidenziare che, nonostante la serie di cambiamenti apportati al testo, la Dichiarazione ha comunque continuato ad avere il sostegno della maggior parte delle organizzazioni indigene.

[CONTINUA] 

Written by Daniele in: Diritti Umani |
set
14
2007
2

Medici con l’Africa CUAMM – Mozambico: 16 nuovi medici per una nuova speranza

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Quando si parla di cooperazione o di cooperazione allo sviluppo non sempre si intendono le stesse cose e non sempre si fa riferimento ad un'idea comune di "collaborazione" e di "aiuto", sopratutto in ambito internazionale. Sebbene i grandi media e le più importanti organizzazioni internazionali sovente ci abituino a pensare ad un modello di cooperazione incentrato sul mero assistenzialismo e impregnato (magari a volte anche involontariamente) di un inutile paternalismo, strascico forse ancora di un colonialismo strisciante, a volte basta scavare un poco più a fondo nella realtà della cooperazione internazionale per ritrovare esempi importanti di "aiuto disinteressato al prossimo".

Formare medici per rispondere agli enormi bisogni sanitari delle Province Centro-Nord del Mozambico, estremamente carenti di personale sanitario qualificato. Con questo obiettivo dal 2004 Medici con l’Africa Cuamm supporta l’attività didattica della Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica di Beira, con due medici impegnati a fianco degli studenti. Essenziale è l’integrazione del lavoro tra l’Università e l’Ospedale Centrale di Beira, secondo ospedale del paese, che svolge funzioni di clinica universitaria (teaching hospital) per la neonata Facoltà di Medicina. Il 25 agosto si raccolgono i primi frutti di quest’impegno, con la laurea dei primi sedici medici.

È in partenza oggi, mercoledì 22 agosto, la delegazione che parteciperà alle cerimonia di consegna delle lauree. Semi di speranza per gli enormi bisogni sanitari del paese, questi primi medici sono il frutto dell'impegno di Medici con l'Africa Cuamm, che ha supportato la loro formazione anche grazie al sostegno della solidarietà veneta. La cerimonia si svolgerà alla presenza delle massime autorità locali. La delegazione padovana, guidata da don Luigi Mazzucato, direttore di Medici con l'Africa Cuamm, è composta dal dottor Roberto Saro, segretario generale della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e dal dottor Giovanni Putoto, responsabile della Struttura Interaziendale di Formazione e Progetti Internazionali dell'Azienda Ospedaliera di Padova.

Come studenti, i sedici nuovi medici hanno svolto il tirocinio pratico previsto dal quinto e sesto anno del Corso di Studi presso l’Ospedale Centrale di Beira, seguiti dagli operatori di Medici con l’Africa Cuamm e beneficiando del “Programma di integrazione tra attività clinica e didattica nell’ospedale universitario di riferimento regionale” finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Di importante supporto, in questo processo di crescita per l’intero sistema sanitario locale, anche il ruolo dell’Azienda Ospedaliera di Padova e della Regione Veneto. L’Azienda sostiene l’Ospedale Centrale di Beira, con particolare riguardo, negli anni, ai servizi di laboratorio e pediatria. La Regione ha siglato nel 2005 un protocollo d’intesa con la Provincia di Sofala con l’obiettivo di rafforzare i rapporti sanitari tra il Veneto e la provincia africana, in ordine alle strutture e alla formazione professionale del personale medico e paramedico. Un impegno a tutto tondo, quindi. Per essere “con l’Africa” dall’interno del sistema sanitario, investendo nella formazione come motore concreto di sviluppo.

articolo tratto da http://www.saporidisociale.it 

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