(Commission for Africa creata da Tony Blair il 26 febbraio 2004 – immagine tratta da http://www.britishhighcommission.gov.uk)
E' apparso su "La Repubblica" del 31 luglio scorso un
articolo decisamente interessante e provocatorio, ormai motivo di polemiche e discussioni. L'autore, l'americano-nigeriano UZODINMA IWEALA, critica senza mezzi termini l'ormai più che consolidata "abitudine" occidentale di speculare mediaticamente e, perchè no, economicamente sulle azioni di aiuto e sulle operazioni e manifestazioni in favore dei paesi del sud del mondo, in questo caso del continete africano. L'Africa ha una sua chiara identità e una forza propria, una sua voce e una sua gente, capace di risollevarsi anche da sola, consapevole delle proprie difficoltà, ma anche e soprattutto delle proprie potenzialità. La riflessione che ne nasce ruota in sintesi, a mio paere, intorno a quanto segue. Se lo stereotipo di un'Africa povera e in ginocchio ha facilmente alimentato smobilitazioni "unilaterali" e poco ponderate da parte di personaggi influenti e dello spettacolo, con al seguito tutto lo strascico di campagne mediatiche e di proselitismo volontario e involontario, il tentativo di riscatto di un continente tanto amato quanto dimenticato, della rappresentazione del suo popolo e della sua propria volontà e autosufficienza, è sufficiente a demolire l'importanza e ad annullare la necessità dell'aiuto proveniente da "nord" in direzione "sud del mondo"? A mio parere UZODINMA IWEALA non desidera puntare il dito contro il concetto puro della cooperazione e dell'aiuto umanitario, quanto scagliarsi contro i meccanismi e le regole che sopra a tali concetti si sono piano piano costruiti, nonchè contro la generale percezione dell'intero sistema diffusa ad ampio raggio. Per dare l'idea di quanto lontana dalla realtà e dal vissuto della gente (africana in questo caso) sia tale visione occidentaleggiante dell'aiuto "al prossimo", vi inviterei a riflettere sulla differenza sostanziale che intercorre tra due avvenimenti tanti importanti quanto contrapposti e differentemente conosciuti: il G8 e il forum sociale mondiale. Come citato anche nell'articolo in questione, nell'ultima riunione degli 8, si è discusso di "Come salvare l'Africa", tra potenti del mondo e un gruppo di celebrità, mentre, aggiungo io, nell'ultimo forum sociale mondiale a Nairobi (su questo blog: "
Un mondo diverso è possibile: parole e volti dal forum sociale mondiale di nairobi kenya"), prima di tutto si è ascoltato, ci si è messi all'ascolto gli uni degli altri, si è ascoltata l'Africa e in Africa e con l'Africa si sono cercate vie risolutive condivise e possibili. Insomma mi pare che non serva tanto fare tabula rasa di tutto, quanto prendere in mano il problema e piano piano provare a risolverlo dalla radice, ripensando il sistema degli aiuti, sfoltendo ciò che deteriora e distorce e valorizzando e implementando ciò che invece può dare in mano ai primi veri protagonisti delle vicende africane la possibilità, le capacità e la libertà di agire di per sè stessi verso un futuro migliore. Certo questo a volte significa anche, per noi occidentali, sapere fare dei grossi passi indietro! E chi ritiene, secondo il principio del "meglio poco che niente", che cinema e valanghe di investimenti comunque alla fine sensibilizzino in lungo e in largo e pure velocemente, pensi un poco alla durata effimera di questi slanci emotivi così appariscenti e rifletta su quanto invece non sia forte il desiderio "africano" di pensare più in là del momento presente! Penso con sempre più forza che il ruolo che noi occidentali possiamo giocare nei confronti dei fratelli africani debba essere per forza paragonabile a quello di un compagno di viaggio che offre fiducia e del quale potersi fidare, che condivide e che ascolta e nel quale ritrovare un fratello e non una figura manageriale…
"CARO OCCIDENTE SMETTI DI SALVARE L'AFRICA"
L'AUTUNNO scorso, poco dopo il mio ritorno dalla Nigeria, mi sono sentito chiamare da una disinvolta studentessa, una bionda che portava intorno alla vita un filo di perle africane intonate ai suoi occhi azzurri. "Salviamo il Darfur!" gridava la ragazza da dietro un tavolo coperto di opuscoli che esortavano gli studenti a mobilitarsi subito: "Take Action Now! Stop Genocide In Darfur!". Data la mia avversione per la facilità con cui gli studenti dei college si imbarcano nelle cause più in voga, stavo passando oltre; ma la ragazza mi ha bloccato gridando: "Non vuole aiutarci a salvare l'Africa?".
A quanto pare, in questi ultimi tempi l'Occidente, oppresso dai sensi di colpa per la crisi che ha creato in Medio Oriente, si rivolge all'Africa per redimersi. Studenti idealisti, celebrità come Bob Geldof e politici come Tony Blair si sentono investiti della missione di portare la luce nel Continente Nero. E atterrano qui per partecipare a seminari e programmi di ricerca, o per raccogliere bambini da adottare – un po' come i miei amici di New York quando prendono la metropolitana per andare al canile municipale a cercare un randagio da portarsi a casa. Questa la nuova immagine che l'Occidente dà di se stesso: una generazione sexy e politicamente attiva, che per diffondere il verbo privilegia i paginoni dei rotocalchi con in primo piano la foto di qualche celebrità, su uno sfondo di africani stremati. E non importa se a volte le star impegnate nei soccorsi hanno volti emaciati – sia pure volontariamente – quanto quelli degli affamati che vogliono soccorrere.
L'aspetto più interessante è forse il linguaggio usato per descrivere quest'Africa da salvare. Ad esempio, la campagna pubblicitaria di "Keep a Child Alive" ("Mantieni in vita un bambino"), che ha scelto lo slogan "Io sono africano", presenta le foto di celebrità occidentali, per lo più di pelle bianca, con la faccia dipinta di "segni tribali", sotto la scritta "I am African" in lettere cubitali; e in basso, in caratteri più piccoli: "Aiutaci a fermare la strage". Ma per quanto benintenzionate, le campagne di questo genere promuovono …
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