Il Fondamentalismo Islamico: Reazione O Rivoluzione? Resistenza O Terrorismo?


Lunedì mattina, accendendo la tv come faccio di solito per seguire la rassegna stampa e qualche notizia di telegiornale, mi sono imbattuto in una breve “lezione” televisiva di Giovanni Sartori, politologo di fama mondiale, sul tema “Democrazia e islam”, trasmessa durante la puntata di Uno Mattina Estate.

Mi sono trovato d’accordo con Sartori circa l’aspetto storico – per così dire oggettivo – per il quale la profonda differenza esistente fra l’islam e l’Occidente, fra islam e cristianità, consiste nel diverso ruolo che gioca il fattore religioso: per l’islam rappresenta un forte collante che produce una ben definita identità (che in molti casi è ben più rilevante di quella etnico-nazionale); l’Occidente invece ha conosciuto ed è stato investito nel corso degli ultimi secoli (a partire dal ‘600) da un continuo processo di secolarizzazione che ha reso l’elemento della religione sempre più debole. In merito si veda la mia opinione nell’intervento intitolato “Sul velo islamico”.

Sartori ha successivamente preso le mosse da un quesito – fra islam e cristianesimo, a quale dei due è corretto attribuire la scintilla espansionistica che comporta la reazione dell’altro? – per arrivare a sostenere la propria posizione. Citando uno storico insigne, Arnold Toynbee, Sartori ha dichiarato che a scatenare tale scintilla è stato l’Occidente. Dunque, sempre secondo Sartori, tutto ciò che l’islam fa, il modo in cui si comporta e anche il fenomeno terroristico, si possono considerare come una reazione alla vena imperialistica dell’Occidente.

Tuttavia non condivido l’idea per la quale la responsabilità del comportamento dell’islam sia da addebitarsi in toto all’imperialismo occidentale. Posizione, questa, che rende eccessivamente labile il confine fra terrorismo e resistenza e che, finendo per considerare il terrorismo stesso mera resistenza, banalizza sensibilmente la gravità del fenomeno. Mi spiego meglio.

All’Occidente si possono in qualche maniera addebitare delle “responsabilità” che riguardano il suo tentativo sia diretto che indiretto (sia per sua volontà che per via del fenomeno della globalizzazione) di esportare i propri modelli politici, economici, culturali presso altri popoli, altre culture, altre civiltà. E spesso tale atteggiamento appare una costrizione percepita come arrogante da parte di chi ne viene fatto oggetto. Si pensi allora alla proclamazione degli “asian values” nei primi anni 90 del secolo scorso da parte di alcuni Paesi dell’Estremo Oriente, tra cui la Cina, come fiera risposta identitaria; si pensi anche alla forte resistenza opposta dall’islam stesso a recepire certi modelli occidentali.

Il fondamentalismo ed il terrorismo islamico agiscono dunque anche per reazione a tutto ciò. Dico anche perchè, tuttavia, ritengo che un approccio che consideri questi ultimi due fenomeni come mera reazione sia anzitutto errato da un punto di vista storico e conduca in secondo luogo a giustificare il terrorismo stesso. Non si può dimenticare infatti che l’islam, al pari del cristianesimo – oggi lo si identifica meglio con l’Occidente col suo contenitore di valori e princìpi “universali” – è una delle tre grandi religioni monoteistiche che percepisce se stessa come universale e come unica depositaria della Verità. Quindi, fenomeni come il fondamentalismo e come la sua appendice più violenta, che è il terrorismo di matrice islamista, vanno letti non solo come reazione ma come manifestazione – certo, portata alle estreme conseguenze da una interpretazione appunto fondamentalista della religione – della stessa civiltà islamica e quindi come approdo abbastanza naturale. Lo jihad è lo sforzo per affermare Dio e tale concetto è onnipresente nel Corano. Se le mie rudimentali conoscenze di islam non mi ingannano, mi sembra che affermare Dio per un musulmano sia una attività normale, per un islamista è addirittura un dovere (una sorta di sesto pilastro) da persegiure anche con la lotta armata. Ecco perchè nello slang comune, la parola jihad è impropriamente tradotta come “guerra santa”. Cambia la strategia fra un musulmano ed un islamista, ma l’obiettivo è il medesimo: affermare la superiorità della propria religione.

Citando l’antropologo Claude Levi Strauss, il sociologo Enzo Pace riconosce una vena di intolleranza che percorre tutto l’islam e che come conseguenza ha l’«annientamento del prossimo, considerato come testimonio di un’altra fede e di un’altra condotta» (Enzo Pace, “Islam e Occidente, ediz. Lavoro 1995, pag. 7). Tale aspetto viene notevolmente enfatizzato dalla difficoltà per l’islam tutto a separare dimensione politica e sfera religiosa.

Nicola Matteucci, scienziato e filosofo della politica di notevole spessore, che ha curato la voce “resistenza” nel Dizionario di politica, inquadrando il fenomeno in senso stretto nei movimenti di opposizione attiva e passiva sorti in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale, afferma: «come indica, dal punto di vista lessicale, il termine stesso, si tratta più di una reazione che di una azione, di una difesa che di una offesa, di una opposizione che di una rivoluzione». Dedica quindi un paragrafo alla “Resistenza europea al nazismo”. Ora, per sintetizzare il problema pongo un quesito cruciale che è sorto frequentando il corso di Studi strategici all’Università di Bologna: qual è il discrimine fra via Rasella e Nassirya? Io ritengo che dal punto di vista dell’”occupato”, sembrerebbe pacifico ammettere che non v’è alcuna differenza, ma per quanto possa nausearmi la fondatezza dell’idea del progetto di pace e di diffusione della democrazia sbandierato dagli Stati Uniti, occorre un minimo di pragmatismo ed ammettere che qualche differenza fra le SS e i Carabinieri esiste. Qualche differenza fra il nazismo e l’Italia (ma anche gli Stati Uniti stessi) pure. Almeno formalmente gli americani e la coalizione che li ha seguiti sono “amici” della popolazione, poichè i nemici sono altri (lo era Saddam, lo è ancora al-Qaeda: in realtà secondo me il vero nemico degli USA è un altro, l'Iran ma giustificherò eventualmente questa posizione in futuro); per il nazismo la popolazione italiana, la resistenza italiana, era un nemico.

Sono, in sintesi ed in definitiva, due gli elementi per cui non condivido l’interpretazione di Sartori: a) il comportamento ed il modo di relazionarsi dell’islam non possono essere considerate solo come reazione al comportamento ed al modo di relazionarsi dell’Occidente; b) l’argomento utilizzato da Sartori è pericoloso perchè confonde resistenza e terrorismo, e ci porta inevitabilmente ad abbassare le difese di fronte ad un nemico di cui non percepiamo più la forma.

Alberto Gasparetto

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