Idealismo vs realismo nella polveriera palestinese

Partiamo innanzitutto dalle dichiarazioni rilasciate lunedì scorso dal Ministro degli Esteri Massimo D’Alema alla festa dell’Unità a San Miniato, in provincia di Siena. In sintesi, egli afferma l’idea – che segue la scia della posizione elaborata dai dieci ministri dell’Unione Europea – secondo la quale trattare con Hamas, e di conseguenza anche con Hezbollah, costituirebbe un dovere da parte dei governi occidentali volto a sottrarre questi movimenti all’ombrello di al-Qaeda e a normalizzare la gravissima situazione palestinese. Questa posizione ha trovato e trova sostegno in altri autorevoli esponenti della maggioranza di governo, come Piero Fassino e Oliviero Diliberto, così come trova dei detrattori, come ad esempio in Clemente Mastella.

Hamas e Hezbollah sono due movimenti “islamonazionalisti”, cioè elevano l’islam a fattore di mobilitazione nazionale; Hamas in particolare è un movimento di liberazione nazionale che lotta per la redenzione della terra di Palestina, per la rifondazione del califfato islamico e concepisce la politica in senso strettamente schmittiano: il suo Nemico acerrimo è lo Stato di Israele che, come suole ammonire il Presidente dell’Iran Ahmadinejad da almeno due anni, va cancellato dalla cartina geografica.

Al-Qaeda è invece un movimento che non opera in un territorio circoscritto ma volge la propria azione in una dimensione globale. Il suo Nemico principale è l’Occidente, causa di decadenza dello stesso mondo islamico per via dell’imitazione di modelli politici, economici e culturali da parte dei cosiddetti “governanti empi”, vale a dire i regimi dei Paesi musulmani che si sono distaccati dalla retta via.

Sono differenze queste in nome delle quali l’Occidente non dovrebbe ingenuamente abbassare le difese, come invece le dichiarazioni “buoniste” alla D’Alema tendono a fare. L’enfatizzazione di differenze negli obiettivi di due distinti movimenti islamisti che hanno tuttavia come ingrediente ideologico fondamentale e comune l’antioccidentalismo, comporta un errore di valutazione che ci rende più vulnerabili e meno realisti, più idealisti e meno capaci di distinguere chi vuole farci la guerra.

Credere che Hamas possa scendere a patti dopo un periodo di un anno e mezzo di esperienza di governo (parte del quale in coabitazione con Fatah) o, peggio, credere che possa essere sottratto all’influenza di al-Qaeda, risulta essere una posizione smentita non solo da autorevoli analisti di politica internazionale come ad esempio Angelo Panebianco (Corriere 19 luglio) e Fiamma Nirenstein (Giornale 19 luglio), ma anche dagli eventi: Hamas non ha mai riconosciuto lo Stato di Israele, nè i precedenti accordi sottoscritti dall’ANP. Inoltre gli stessi comprovati legami fra Hamas e al-Qaeda annichiliscono la tesi di chi tiene fermamente separati i due movimenti in nome di differenze solo nominali.

L’argomento per cui cercare il dialogo con Hamas è la via da percorrere rispetta – è vero – il principio della legittimità sul piano interno di un movimento democraticamente eletto, ma non fa i conti con le esigenze o anche solo con i discorsi di carattere realista. Già altri prima di me, infatti, hanno notato come anche Hitler era salito al potere con metodi democratici; tuttavia è noto come tanto il nazismo quanto Hamas siano ”partiti” dichiaratamente avversari della democrazia, dello stato di diritto e di cose simili. Come ci si può fidare, come si può pensare di trattare con un movimento fortemente antioccidentale e pervaso di una forte carica antiisraeliana non solo de jure (nello Statuto fondativo), ma anche de facto? Non si comprende poi come esponenti che provengono da una cultura politica come quella comunista usino argomenti idealisti, dimenticando come il comunismo stesso nasca come ideologia fortemente realista nelle relazioni internazionali.

L’atteggiamento che l’Europa sta seguendo rischia di accantonare leader moderati come Abu Mazen, e finisce per legittimare movimenti islamisti in crisi, ma sempre in cerca di consenso. Ne è una prova la recente diffusione del video di Osama Bin Laden, allo scopo di rilanciare su scala globale il “martirio”, di cui ha dato notizia anche Renzo Guolo (Repubblica 16 luglio).

Occorre fermezza da parte dei leader europei: la pretesa superiorità dei valori occidentali affermata più volte – a torto o a ragione non spetta a me stabilirlo – e invisa ad altre culture dovrebbe perdere la propria vena di arroganza che queste stesse altre culture percepiscono, per sottolineare tuttavia almeno una delle differenze che intercorrono fra l’Europa (non dico l’Occidente, si badi bene) ed il fondamentalismo islamico nella sua versione più cruenta che è il terrorismo: i valori della vita e della pace, questi sì superiori ed universali.

Alberto Gasparetto

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