lug
30
2007
2

Vicenza, 5-9 Agosto: ricordiamo Hiroshima e Nagasaki

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Segnalo queesto importante appuntamento organizzato da Beati i costruttori di pace, Centro interconfessionale per la pace (CIPAX) – Pax Christi e Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR) – GAVCI.

Per maggiori informazioni:

Tel. 049/8070522 – Tel./fax 049/8070699 – e-mail: beati@libero.it

Guarda il programma dettagliato delle manifestazioni che si svolgeranno a VICENZA in piazza Matteotti davanti al palazzo Chiericati.

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lug
25
2007
2

Il fondamentalismo islamico: reazione o rivoluzione? Resistenza o terrorismo?

Lunedì mattina, accendendo la tv come faccio di solito per seguire la rassegna stampa e qualche notizia di telegiornale, mi sono imbattuto in una breve “lezione” televisiva di Giovanni Sartori, politologo di fama mondiale, sul tema “Democrazia e islam”, trasmessa durante la puntata di Uno Mattina Estate.

Mi sono trovato d’accordo con Sartori circa l’aspetto storico – per così dire oggettivo – per il quale la profonda differenza esistente fra l’islam e l’Occidente, fra islam e cristianità, consiste nel diverso ruolo che gioca il fattore religioso: per l’islam rappresenta un forte collante che produce una ben definita identità (che in molti casi è ben più rilevante di quella etnico-nazionale); l’Occidente invece ha conosciuto ed è stato investito nel corso degli ultimi secoli (a partire dal ‘600) da un continuo processo di secolarizzazione che ha reso l’elemento della religione sempre più debole. In merito si veda la mia opinione nell’intervento intitolato “Sul velo islamico”.

Sartori ha successivamente preso le mosse da un quesito – fra islam e cristianesimo, a quale dei due è corretto attribuire la scintilla espansionistica che comporta la reazione dell’altro? – per arrivare a sostenere la propria posizione. Citando uno storico insigne, Arnold Toynbee, Sartori ha dichiarato che a scatenare tale scintilla è stato l’Occidente. Dunque, sempre secondo Sartori, tutto ciò che l’islam fa, il modo in cui si comporta e anche il fenomeno terroristico, si possono considerare come una reazione alla vena imperialistica dell’Occidente.

Tuttavia non condivido l’idea per la quale la responsabilità del comportamento dell’islam sia da addebitarsi in toto all’imperialismo occidentale. Posizione, questa, che rende eccessivamente labile il confine fra terrorismo e resistenza e che, finendo per considerare il terrorismo stesso mera resistenza, banalizza sensibilmente la gravità del fenomeno. Mi spiego meglio.

All’Occidente si possono in qualche maniera addebitare delle “responsabilità” che riguardano il suo tentativo sia diretto che indiretto (sia per sua volontà che per via del fenomeno della globalizzazione) di esportare i propri modelli politici, economici, culturali presso altri popoli, altre culture, altre civiltà. E spesso tale atteggiamento appare una costrizione percepita come arrogante da parte di chi ne viene fatto oggetto. Si pensi allora alla proclamazione degli “asian values” nei primi anni 90 del secolo scorso da parte di alcuni Paesi dell’Estremo Oriente, tra cui la Cina, come fiera risposta identitaria; si pensi anche alla forte resistenza opposta dall’islam stesso a recepire certi modelli occidentali.

Il fondamentalismo ed il terrorismo islamico agiscono dunque anche per reazione a tutto ciò. Dico anche perchè, tuttavia, ritengo che un approccio che consideri questi ultimi due fenomeni come mera reazione sia anzitutto errato da un punto di vista storico e conduca in secondo luogo a giustificare il terrorismo stesso. Non si può dimenticare infatti che l’islam, al pari del cristianesimo – oggi lo si identifica meglio con l’Occidente col suo contenitore di valori e princìpi “universali” – è una delle tre grandi religioni monoteistiche che percepisce se stessa come universale e come unica depositaria della Verità. Quindi, fenomeni come il fondamentalismo e come la sua appendice più violenta, che è il terrorismo di matrice islamista, vanno letti non solo come reazione ma come manifestazione – certo, portata alle estreme conseguenze da una interpretazione appunto fondamentalista della religione – della stessa civiltà islamica e quindi come approdo abbastanza naturale. Lo jihad è lo sforzo per affermare Dio e tale concetto è onnipresente nel Corano. Se le mie rudimentali conoscenze di islam non mi ingannano, mi sembra che affermare Dio per un musulmano sia una attività normale, per un islamista è addirittura un dovere (una sorta di sesto pilastro) da persegiure anche con la lotta armata. Ecco perchè nello slang comune, la parola jihad è impropriamente tradotta come “guerra santa”. Cambia la strategia fra un musulmano ed un islamista, ma l’obiettivo è il medesimo: affermare la superiorità della propria religione.

Citando l’antropologo Claude Levi Strauss, il sociologo Enzo Pace riconosce una vena di intolleranza che percorre tutto l’islam e che come conseguenza ha l’«annientamento del prossimo, considerato come testimonio di un’altra fede e di un’altra condotta» (Enzo Pace, “Islam e Occidente, ediz. Lavoro 1995, pag. 7). Tale aspetto viene notevolmente enfatizzato dalla difficoltà per l’islam tutto a separare dimensione politica e sfera religiosa.

Nicola Matteucci, scienziato e filosofo della politica di notevole spessore, che ha curato la voce “resistenza” nel Dizionario di politica, inquadrando il fenomeno in senso stretto nei movimenti di opposizione attiva e passiva sorti in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale, afferma: «come indica, dal punto di vista lessicale, il termine stesso, si tratta più di una reazione che di una azione, di una difesa che di una offesa, di una opposizione che di una rivoluzione». Dedica quindi un paragrafo alla “Resistenza europea al nazismo”. Ora, per sintetizzare il problema pongo un quesito cruciale che è sorto frequentando il corso di Studi strategici all’Università di Bologna: qual è il discrimine fra via Rasella e Nassirya? Io ritengo che dal punto di vista dell’”occupato”, sembrerebbe pacifico ammettere che non v’è alcuna differenza, ma per quanto possa nausearmi la fondatezza dell’idea del progetto di pace e di diffusione della democrazia sbandierato dagli Stati Uniti, occorre un minimo di pragmatismo ed ammettere che qualche differenza fra le SS e i Carabinieri esiste. Qualche differenza fra il nazismo e l’Italia (ma anche gli Stati Uniti stessi) pure. Almeno formalmente gli americani e la coalizione che li ha seguiti sono “amici” della popolazione, poichè i nemici sono altri (lo era Saddam, lo è ancora al-Qaeda: in realtà secondo me il vero nemico degli USA è un altro, l'Iran ma giustificherò eventualmente questa posizione in futuro); per il nazismo la popolazione italiana, la resistenza italiana, era un nemico.

Sono, in sintesi ed in definitiva, due gli elementi per cui non condivido l’interpretazione di Sartori: a) il comportamento ed il modo di relazionarsi dell’islam non possono essere considerate solo come reazione al comportamento ed al modo di relazionarsi dell’Occidente; b) l’argomento utilizzato da Sartori è pericoloso perchè confonde resistenza e terrorismo, e ci porta inevitabilmente ad abbassare le difese di fronte ad un nemico di cui non percepiamo più la forma.

Alberto Gasparetto

lug
21
2007
2

Ecco come sto dalla parte dei Rom

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Di seguito riporto uno stimolante articolo pubblicato nell'interessante blog "http://liberopensiero.blogosfere.it". Qualche mese fa si era discusso in questo "nostro" blog della tematica "immigrazione", incrociando trasversalmente i problemi della sicurezza e dell'integrazione (VEDI); la riflessione che segue mette in luce più da vicino una problematica legata alla nostra concezione, di noi italiani, della cultura ROM, analizzando alcuni nodi cruciali che permangono in particolare a livello giuridico. Una delle piste proposte, che tento di riassumere: sino a che punto, come e verso chi (sempre tra i ROM) concentrare gli sforzi diretti all'affermazione della legalità? Come sempre auspico che ne possa nascere una discussione costruttiva.
 
ECCO COME STO DALLA PARTE DEI ROM

Ho sempre difeso i Rom – da questo giornale (La Repubblica NdR) come nelle discussioni pubbliche – dagli attacchi razzisti cui spesso sono stati sottoposti. A volte mi sono sentito accusare di “stare dalla parte dei Rom”, come se fosse una colpa e non un merito stare dalla parte dei più emarginati. Tutto questo perché ho cercato di trattare la questione dei nomadi con equilibrio, cercando di distinguere tra ladri e onesti. Ma quando si parla di nomadi purtroppo, a volte anche le persone all’apparenza più ragionevoli perdono la calma, e tendono all’equazione “Rom uguale criminali”. Stare dalla parte degli zingari però, vuol dire stare anche dalla parte di chi vuole risolvere davvero i problemi:

con Don Colmegna e il suo coraggioso Patto di Legalità quindi, efficace strada per l’integrazione dei Rom nella nostra società. Un Patto di successo, che non prevede legislazioni “speciali” di alcun tipo, ma un dialogo e una convivenza basati non solo sul buonismo dei diritti, ma anche su precisi doveri. Il nomade tredicenne arrestato per sedici volte – e altrettante volte scarcerato sempre in poche ore – pone un altro grosso problema. Sono infatti troppi i bambini dai 9 ai 14 anni che si dedicano alla criminalità. Mi pare purtroppo inutile, con la legislazione vigente, continuare a “giocare a guardie e ladri” con questi bambini per mandarli in prigioni con le ruote girevoli. Non si risolve certo così la questione. Anzi, diventa un incentivo per gli adulti ad usarli come manovalanza criminale. Un meccanismo dannoso non solo per i borseggiati, ma per gli stessi bambini, che invece di andare a scuola si ritrovano “educati” all’illegalità nelle strade. Per il bene di una minoranza come quella Rom – che di tutto ha bisogno tranne che di far crescere le giovani generazioni nel crimine – c’è bisogno di regole che facciano uscire i bambini da questo circolo vizioso. Nuove leggi che li tirino subito e definitivamente via dalle strade, prima che la situazione degeneri e si arrivi a provvedimenti eccessivamente repressivi perché dettati dall’emozione.

In attesa di queste norme, mi pare doveroso intanto cercare di concentrare l’attenzione nel colpire i mandanti di questi crimini: i genitori (che lasciano i figli delinquere) e gli adulti che solitamente stanno dietro a queste baby gang. Di fronte all’utilizzo dei minori a fini criminali abbiamo delle leggi più che soddisfacenti. Gli articoli 111 e 112 del Codice Penale parlano chiaro:(…) Se chi ha determinato altri a commettere il reato ne è il genitore esercente la potestà, la pena è aumentata fino alla metà (…)”.  Oppure: “(…)  La pena è aumentata fino alla metà per chi si è avvalso di persona non imputabile o non punibile (…).”

Applichiamo intanto la legge vigente sugli adulti insomma, con tutte le aggravanti del caso. Senza sconti o giustificazioni “sociologiche”. Per stare veramente “dalla parte dei Rom” infatti, non bisogna difenderli anche quando commettono reati: farlo, non vuol dire stare dalla loro parte, ma da quella dei criminali.

Davide Romano – http://liberopensiero.blogosfere.it

lug
19
2007
2

Idealismo vs realismo nella polveriera palestinese

Partiamo innanzitutto dalle dichiarazioni rilasciate lunedì scorso dal Ministro degli Esteri Massimo D’Alema alla festa dell’Unità a San Miniato, in provincia di Siena. In sintesi, egli afferma l’idea – che segue la scia della posizione elaborata dai dieci ministri dell’Unione Europea – secondo la quale trattare con Hamas, e di conseguenza anche con Hezbollah, costituirebbe un dovere da parte dei governi occidentali volto a sottrarre questi movimenti all’ombrello di al-Qaeda e a normalizzare la gravissima situazione palestinese. Questa posizione ha trovato e trova sostegno in altri autorevoli esponenti della maggioranza di governo, come Piero Fassino e Oliviero Diliberto, così come trova dei detrattori, come ad esempio in Clemente Mastella.

Hamas e Hezbollah sono due movimenti “islamonazionalisti”, cioè elevano l’islam a fattore di mobilitazione nazionale; Hamas in particolare è un movimento di liberazione nazionale che lotta per la redenzione della terra di Palestina, per la rifondazione del califfato islamico e concepisce la politica in senso strettamente schmittiano: il suo Nemico acerrimo è lo Stato di Israele che, come suole ammonire il Presidente dell’Iran Ahmadinejad da almeno due anni, va cancellato dalla cartina geografica.

Al-Qaeda è invece un movimento che non opera in un territorio circoscritto ma volge la propria azione in una dimensione globale. Il suo Nemico principale è l’Occidente, causa di decadenza dello stesso mondo islamico per via dell’imitazione di modelli politici, economici e culturali da parte dei cosiddetti “governanti empi”, vale a dire i regimi dei Paesi musulmani che si sono distaccati dalla retta via.

Sono differenze queste in nome delle quali l’Occidente non dovrebbe ingenuamente abbassare le difese, come invece le dichiarazioni “buoniste” alla D’Alema tendono a fare. L’enfatizzazione di differenze negli obiettivi di due distinti movimenti islamisti che hanno tuttavia come ingrediente ideologico fondamentale e comune l’antioccidentalismo, comporta un errore di valutazione che ci rende più vulnerabili e meno realisti, più idealisti e meno capaci di distinguere chi vuole farci la guerra.

Credere che Hamas possa scendere a patti dopo un periodo di un anno e mezzo di esperienza di governo (parte del quale in coabitazione con Fatah) o, peggio, credere che possa essere sottratto all’influenza di al-Qaeda, risulta essere una posizione smentita non solo da autorevoli analisti di politica internazionale come ad esempio Angelo Panebianco (Corriere 19 luglio) e Fiamma Nirenstein (Giornale 19 luglio), ma anche dagli eventi: Hamas non ha mai riconosciuto lo Stato di Israele, nè i precedenti accordi sottoscritti dall’ANP. Inoltre gli stessi comprovati legami fra Hamas e al-Qaeda annichiliscono la tesi di chi tiene fermamente separati i due movimenti in nome di differenze solo nominali.

L’argomento per cui cercare il dialogo con Hamas è la via da percorrere rispetta – è vero – il principio della legittimità sul piano interno di un movimento democraticamente eletto, ma non fa i conti con le esigenze o anche solo con i discorsi di carattere realista. Già altri prima di me, infatti, hanno notato come anche Hitler era salito al potere con metodi democratici; tuttavia è noto come tanto il nazismo quanto Hamas siano ”partiti” dichiaratamente avversari della democrazia, dello stato di diritto e di cose simili. Come ci si può fidare, come si può pensare di trattare con un movimento fortemente antioccidentale e pervaso di una forte carica antiisraeliana non solo de jure (nello Statuto fondativo), ma anche de facto? Non si comprende poi come esponenti che provengono da una cultura politica come quella comunista usino argomenti idealisti, dimenticando come il comunismo stesso nasca come ideologia fortemente realista nelle relazioni internazionali.

L’atteggiamento che l’Europa sta seguendo rischia di accantonare leader moderati come Abu Mazen, e finisce per legittimare movimenti islamisti in crisi, ma sempre in cerca di consenso. Ne è una prova la recente diffusione del video di Osama Bin Laden, allo scopo di rilanciare su scala globale il “martirio”, di cui ha dato notizia anche Renzo Guolo (Repubblica 16 luglio).

Occorre fermezza da parte dei leader europei: la pretesa superiorità dei valori occidentali affermata più volte – a torto o a ragione non spetta a me stabilirlo – e invisa ad altre culture dovrebbe perdere la propria vena di arroganza che queste stesse altre culture percepiscono, per sottolineare tuttavia almeno una delle differenze che intercorrono fra l’Europa (non dico l’Occidente, si badi bene) ed il fondamentalismo islamico nella sua versione più cruenta che è il terrorismo: i valori della vita e della pace, questi sì superiori ed universali.

Alberto Gasparetto

lug
18
2007
2

La disfatta della Comunità  Internazionale in Rwanda e nei Grandi Laghi: dagli errori alla riforma!

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Quella che segue vuole essere una lettera di critica diretta ma documentata e spero costruttiva rispetto all’operato delle Nazioni Unite e della Comunità Internazionale prima, durante e dopo il genocidio delRwanda del 1994. L’intento è quello di far riflettere il lettore su questioni difficilmente affrontate e con informazioni nuove e spesso nascoste; non voglio semplicemente contestare un modello, quello delleNazioni Unite, che peraltro ritengo antiquato ma provare a stimolare con queste provocazioni una veloce trasformazione, una ristrutturazione delle Nazioni Unite secondo nuovi paradigmi e modalità difunzionamento. Proverò con 4 situazioni differenti a spiegare l’imbarazzante operato della comunità internazionale in Rwanda…..
 
CONTINUA… 
 
‘Tu sei il capo delle operazioni di peacekeeping,
cosa puoi fare se mi sparano?’…
‘Scriverò un rapporto alle Nazioni Unite,
questo è il mio lavoro’.
(dal testo)
Leggi il testo integrale in formato pdf: pdf_ico_small.jpg
 
lug
11
2007
2

Nord Uganda: i ragazzi di Operazione Colomba!

 

Tra i link di questo blog trovate Operazione Colomba.  La scorsa estate, durante il viaggio tra l'Uganda e la Repubblica Democratica del Congo ho avuto il dono d'incontrare i ragazzi di Operazione Colomba che vivono nel Nord Uganda. E' stata una testimonianza forte che mi sono portata a casa e che ancora oggi mi richiama alla Fedeltà verso quella terra, quel viaggio, la gente…

Voglio segnalarvi l'ultima parte di Diario scritta da Ramona che si trova li in questo momento…io non ne sono uscita "indenne" Smile !  Buona Lettura. f

Diario dal Nord Uganda

Più le settimane passano e più vorrei saper rispondere in modo chiaro e univoco ai miei perchè. E qua tutto ti pone di fronte ad un perchè, ogni differenza e ogni osservazione a cui non ero abituata. Tutto ti impone di interrogarti. Ma più vado a fondo e più i fili li vedo fitti e intrecciati. E spesso provo a seguirne uno con il pensiero e mi rendo conto che o ho perso la strada o c’è qualche gatto che si morde la coda o che tutti siamo causa e conseguenza di qualcosa. Ed è complesso riuscire a lasciarsi vivere profondamente dalle differenze, farne parte per poterle comprendere, ma non abituarsi, non perdere la capacità di porsi domande, tenere la propria capacità critica sul confine sottile tra ragione ed emozione.

Mi colpisce la nostra incapacità di prendersi il tempo di creare relazioni, di salutare con qualcosa di più che un semplice cenno, di aspettare le loro risposte senza suggerirgli cosa dire. E di guardare agli altri, agli africani, con l'atteggiamento oscillante tra la dolcezza un po' mielosa della mamma con il suo bambino, e il fastidio e la sufficienza un po' superiore di fronte alle incapacità altrui.

… continua …

…per avere maggiori informazioni su Operazione Colomba visitate il sito http://www.operazionecolomba.com/ 

Written by fabiana in: Diritti Umani, Esperienze, Varie |
lug
06
2007
3

IL PAESE MANCATO

 

Da alcune settimane si è tornati a parlare di "Genova 2001", il primo G8 del ventunesimo secolo passato alla storia per la carica di violenza (e l'omicidio di Carlo Giuliani) che ha colpito decine di manifestanti inermi, molti dei quali torturati nella caserma di Bolzaneto o massacrati nella scuola "Diaz" occupata in accordo col Governo e l'Amministrazione Comunale. Le dichiarazioni dell'ex Vice Capo del primo reparto mobile di Roma, Michelangelo Fournier, hanno reso tardiva giustizia, dopo anni di denuncie quasi inascoltate, alle vittime e al "Comitato Verità e Giustizia per Genova": Fournier ha parlato in Tribunale (poichè imputato egli stesso per le violenze alla Diaz) di "macelleria", e ha descritto uno scenario da azione di polizia politica in stile sovietico o nazista. In tempi di crisi della politica esiste solo l'imbarazzo della scelta tra i possibili motivi di delusione dei semplici cittadini: legge elettorale, discussioni nel governo, riottosità dell'opposizione, sprechi, missioni militari di dubbia utilità ai fini della "pacificazione", ecc…..io, come motivo di sdegno verso lo Stato cui appartengo non posso che scegliere questo: l'Italia è paese membro del Consiglio Diritti Umani dell'ONU e porta avanti in quella sede la "moratoria contro la pena di morte"; eppure questo stesso paese vive qualcosa che è più di uno scandalo, è paura: che fine ha fatto il diritto alla libera manifestazione del proprio pensiero? (art. 21 Costituzione), che fine ha fatto lo Stato di diritto ? Il Governo non ha molto da dire (fatta eccezione per alcune forze politiche che hanno chiesto una Commissione d'Inchiesta), l'opposizione per consuetudine acritica sostitene le forze dell'ordine, l'ex Capo della Polizia sotto inchiesta per queste vicenda viene promosso Capo di Gabinetto del Ministero dell'Interno (con conseguenti proteste dei Prefetti che hanno denunciato -pur non essendo pacifisti- la deriva poliziesca del ministero).

Su De Gennaro io chiederei solo prudenza (che non significa certo una promozione): al momento il suo stato di servizio è lodevole, in quanto negli anni novanta è stato protagonista dei primi grandi arresti di mafia legati al traffico di droga tra Italia e USA (la cosiddetta "Pizza Connection").Occorre attendere il responso della magistratura, dunque. Così come occorrerà attendere per verificare le responsabilità dei manifestanti sotto processo in altri procedimenti giudiziari.

Non occorre invece attendere di più per capire che va ripensato il concetto di sicurezza, che occorre una presa di posizione politica per sancire in via definitiva l'avversione dello Stato verso ogni repressione delle manifestazioni pacifiche (poichè di questo si tratta dato che al momento nessuna delle vittime pare appartenesse ai Black Block): se questa presa di posizione non ci sarà (e al momento non c'è) l'Italia resterà un  paese mancato. 

Written by rawls in: Diritti Umani |
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