Immigrazione
Non riempirò le pagine di questo stimato sito web con vuota retorica propagandistica. Cercherò soltanto di dare forma concreta ad un problema che parecchi stigmatizzano e identificano unicamente con alcuni aspetti della vita giornaliera. Ho definito l’immigrazione un problema, perché credo che vada affrontato. La piaga che accompagna gli uomini non è tanto il ricordo degli eventi tristi, quanto l’oblio di quelli significativi. Forse molti si aspettavano un atteggiamento diverso da parte degli italiani nei confronti dei nuovi immigrati. Perlomeno sarebbe ben accetta una manciata di solidarietà per quegli individui che condividono, seppur in una diversa cornice temporale, un destino comune a quello dei nostri nonni. Nessuno tiene più in conto del contratto che legava il nostro Governo con i proprietari dei bacini della Ruhr: per ogni italiano mandato a lavorare nelle cave, si ricevevano tot chili di carbone. E i nostri connazionali stanno ancora là, vittime di una tratta operata da un paese che non poteva sfamarli tutti; restano là, a idealizzare una nazione di cui hanno una falsa coscienza comune che non trova spazio neppure nei più diffusi stereotipi; il Veneto, terra generosa di flussi migratori, ha dato i natali a parecchi di quegli xenofobi che fino a pochi mesi fa stavano al Governo, a capo di un partito che alimenta un’ingiustificata spirale d’intolleranza facendo leva sui bassi sentimenti della gente comune. Diciamoci la verità, in fondo è bello scoprirsi un po’ razzisti, ridere dei difetti di pronuncia di chi viene qua non per imparare una nuova lingua bensì per sfamare le bocche dei propri familiari, ostentare la propria agiatezza a chi non arriva a fine mese, attribuire non alla propria mancanza di iniziativa, bensì alla presenza dell’immigrato, la carenza di opportunità di lavoro. E’ anche facile, tutto sommato. L’Italia è piena di stranieri laureati in giurisprudenza che esercitano la professione. L’Italia pullula di extracomunitari acquattati dietro l’angolo pronti a stuprare le italiane indifese. Eppure le statistiche dicono che solo il 3% degli stupri viene effettuato da sconosciuti (il che non implica neppure una certa nazionalità), e che le scuole sono piene di ragazzi indietro di uno o due anni perché non vedono riconosciuti i propri titoli di studio. E’ vero, l’immigrazione di massa porta problemi come la criminalità organizzata, ma nessuno si ricorda di quella terra di puritani trasformata in bordello multietnico anche a causa della mafia siciliana? Vogliamo davvero far finta che la colpa sia soltanto tutta da una parte? Nessuno, poi, si chiede come mai la criminalità nasca sempre dagli strati sociali più bassi.
Venendo da un paesino abbastanza piccolo, ho cominciato a sentire la multietnicità sulla mia pelle soltanto negli ultimi mesi, da quando cioè mi sono trasferito a Roma. Effettivamente anche io sono diventato diffidente nei confronti di zingari e venditori ambulanti, poiché quando vado in giro non rinuncerei mai alla mia circospezione al prezzo del portafogli o del cellulare. Ma il passo che alcuni compiono da quella che può essere considerata una legittima diffidenza ad un razzismo “in nuce” è l’indifferenza nei confronti dell’altro. Certo, nessuno si ferma a chiacchierare con tutti gli estranei che gli si parano davanti; non è questo ciò che il buon senso reclama. Basterebbe soltanto concedere quella dignità che ciascuno di noi pretende sia rispettata dal prossimo. Basterebbe una frazione di umanità in più, quando è richiesta.
Il “melting pot” di cui molti si riempiono la bocca, la fusione di tutte le culture in un unico grande crogiuolo in cui chiunque si possa riconoscere, sono solo utopie senza senso: l’altro non è mai migliore. E’ il principio base dell’Illuminismo, teoria vecchia di trecento anni. Ma come dicevo qualche riga più sopra, il cancro dell’umanità è proprio la facile dimenticanza.
Vinicio















4 commenti
Ciao Lorenzo,
devo dire che il tuo articolo solleva un argomento veramente importante, di cui tra l’altro ho discusso anche poco tempo fa con un amico. Condivido con te il tema del “ricordo”, del non dimenticare, tuttavia quando sento parlare di immigrazione, quando incontro delle persone immigrate, quando provo a riflettere un po’ sul problema, ciò che sempre, e in questi ultimi anni sempre più, mi pare fondamentale, non è tanto il “capire l’altro perchè anche noi un tempo…”, quanto il capire, e quindi conoscere ed entrare in relazione con, l’altro, in quanto ora mio vicino, mio collega, persona che ora vive nel mio stesso territorio, per un motivo ben preciso: pensiamo alla sua di storia, pensiamo a chi è la sua persona, a cosa ha da dire, a me personalmente, la sua presenza qui in Italia. Lo dici anche tu ad un certo punto che molti sono qui per “per sfamare le bocche dei propri familiari”. Non voglio imbarcarmi in un discorso pietistico, soltanto condividere con te la preoccupazione per la realtà immigrata italiana, affrontata spesso per stereotipi e stigmi, e la necessità , a mio parere, di provare sempre più spesso a vestire i panni dell’africano, del kurdo, dell’albanese (…) che ci troviamo davanti, pronti (noi) a fare un passo indietro nei confronti di politici che troppo facilmente cavalcano i tormentoni dell’immigrazione clandestina e della criminalità , dell’insicurezza sociale, della sicurezza a tutti i costi richiesta dal problema immigrazione. Penso infine questo: ogni gruppo sociale porta in sé delle zone d’ombra, in cui si insinuano i componenti meno “corretti” dello stesso, tuttavia ogni gruppo sociale che si incontri con un altro, maggiore per numero, non è mai indifferente alla risposta che riceve da quest’ultimo, una risposta che dovrà essere costruttiva (spero di aver usato semanticamente bene il termine, Sigmund), cioé capace di creare opportunità per cui queste persone non si ritrovino costrette alla deriva anche da noi. Per cogliere, concludendo, il tuo “invito” a non essere retorici, voglio chiedere a chiunque legga (a me stesso prima di tutto, ben s’intende): quante volte ad un “vuccumprà ” che ci suonava al campanello, ABBIAMO chiesto (mi limito a questo) il nome? Ecco un punto di partenza…
Mamma mia! Un blog dove si parla e non si urla!! Incredibile. Costo di far figurazze amare mi fiondo nella discussione. Caro Lorenzo, ho 58 anni e sono stato emigrante. Per fortuna la mia migrazione si è limitata alla Toscana. Dopo quattro anni mio padre è tornato nel Veneto dove vivo tuttora. In quella occasione ci fu una osmosi di esperienze: mio padre era un bracciante agricolo ed in Toscana c’era andato per fare lo stesso mestiere. Non ti dico quante cose ha imparato dai vignaioli fiorentini, ma anche lui portò notevoli esperienze personali che vennero subito sfruttate dai locali. Certo, in questo caso la matrice culturale, difficoltà di circolazione di idee a parte, era davvero molto affine. Mi chiedo se, traslando ai giorni nostri una simile esperienza non si possa trovare una strada da percorrere per stabilire un contatto. Questi non deve per forza essere pensato in chiave mercantilistica, la matrice accomunante potrebbe essere l’appartenenza alla specie umana… Sono fermamente convinto che l’indifferenza porta esattamente là dove ci indica Dany: una seconda deriva per gente che alle spalle ne ha già almeno una. La prossima volta sarò più sintetico, prometto
Ciao a tutti.
Io penso che l´articolo di Lorenzo così come gli interventi di Dany e Ziotibia siano densi di sentimento. L´immigrazione, così come la pace, la guerra, il petrolio, l´acqua, è un problema proprio perchè pone degli interrogativi. Ed effettivamente se a tali interrogativi noi, come società italiana e occidentale, rispondiamo con un atteggiamento di chiusura, le cose non possono essere risolte pacificamente, ma si finirebbe per trasformare lo scontro di civiltà , che la nostra società sta vivendo, in una guerra dalla forma indefinita. Mi spiego meglio. Trovo un non so che di dissonante fra la politica di apertura delle frontiere, largamente attuata da parte dei nostri governi di destra come di sinistra negli ultimi 15 anni, e la conseguenza immediata che da questa dovrebbe derivare, cioè la volontà politica di integrare gli immigrati. Certo, non so se questa volontà politica che è mancata sia comunque maggiore della volontà di integrarsi da parte degli immigrati stessi, così come non so se la prima è causa della seconda, fatto sta che, appunto, la mia percezione è che ad una politica di apertura non ne abbia fatto seguito una di integrazione ed oggi molti immigrati vivono segregati in “ghetti” sociali, da cui fanno difficoltà ad uscire, sia per la naturale xenofobia che tutti noi abbiamo verso di loro (non bisogna avere paura di dire la verità ), sia perchè questi sono refrattari ad un´idea di integrazione. E´ il problema dello scontro delle civiltà . Civiltà , culture, tradizioni, usi, costumi, abitudini, riti differenti che trovano problematico il convivere insieme. Lo scontro c´è ed è inevitabile. Si tratta di superarlo. Il problema della politica è cercare di capire come. C´è chi ci prova utilizzando la carta della concessione del voto amministrativo (ma, al pari dell´onda della paura cavalcata dalla Lega, è una mera strategia elettorale). Secondo me questa non è la soluzione adatta. Forse io non so nemmeno quale sia la soluzione. Fatto sta che le cose vanno male, la politica non pare essere realmente interessata a questi problemi. Il governo di centrodestra aveva promesso maggiore sicurezza, controllo delle frontiere, poliziotti di quartiere, insomma si era fatto paladino della cultura della legalità , come è tipico di un governo di destra, giocando sulle paure degli italiani verso il diverso, verso lo straniero. Ma ci ha mentito. Il governo di centrosinistra, invece, ha promosso anch´esso più sicurezza, condita con la cultura dei diritti umani, del dialogo con e del rispetto verso l´altro, come la sinistra fa da un pò di tempo a questa parte. Ma anch´esso ci ha mentito. Diversi extracomunitari, non tutti per fortuna, vivono segregati socialmente, il che per intenderci non vuol per forza dire che vivono in determinati quartieri delle città italiane (certo, è anche così), ma vuol dire innanzitutto che per loro la mobilità sociale è caratterizzata da un forte attrito. Il dialogo, il rispetto, l´apertura sono sempre fatti positivi per un “forestiero”. Anche la promozione della cultura della legalità lo è (e lo è per tutti, anche per noi italiani). Ma un governo civile degno di questo nome non può, per motivi di ovvia convenienza politica nonché di strategia elettorale, votare un indulto per liberare le carceri sovraffollate. Ci raccontano che non ci sono soldi, RAGAZZI, ci stanno prendendo in giro, tutti, da destra a sinistra! La legalità non è un tema di destra, così come i diritti umani non sono di sinistra. Anche perchè oggi non ci sono più destra e sinistra, non ci sono più fascismo e comunismo, ci sono valori che trascendono le ideologie. La legalità , il rispetto della dignità e della vita altrui, la tolleranza, l´apertura mentale possono essere alcuni antidoti alla deriva alla quale porta l´indifferenza di cui Dany parla.
Alberto
Caro Alberto, concordo pienamente sulle posizioni “astute” della politica nei confronti del tema emigrazione: come posso dimenticare le lacrime dell’allora aspirante presidente del consiglio per la tragica collisione in mare tra una vedetta della Guardia di Finanza ed un barcone di Albanesi? Atteggiamenti ambigui non mancano nella sponda opposta. Il tema allora è qui: mi pare di capire che tutti siamo disposti ad accogliere, il problema è “come”. Chi viene in Italia non lo fa per le sue bellezze paesaggistiche o per le sue glorie culturali. Nella stragrande maggioranza dei casi lo fa per fame. Ma anche questo va sfatato. Ci sono molti (troppi!!) furbi tra gli immigrati. E’ verissimo che stentano a trovare una sistemazione. Pensate a quali soprusi è sottoposto un giovane italiano che cerca lavoro… e cercate di immaginare cosa può accadere a chi arriva dall’estero. Però ribadisco la mia affermazione di prima. Lo faccio con il contributo di un esempio: nel comune dove vivo è in atto una crescita esponenziale di cittadini extracomunitari, in particolare magrebbini. Tutti conoscono alla perfezione le tortuosità della nostra burocrazia e ci nuotano dentro benissimo. Ho la sensazione che abbiano alle spalle una esperienza molto approfondita: nutro serie perplessità sulle burocrazie nordafricane. Il problema è che a questo ritmo diventeranno troppi anche per una popolazione che finora si è comportata con esemplare correttezza nei loro confronti. Li vedi ogni giorno a chiedere mille forme di assistenza e di garanzie in Municipio, molti sono perfettamente integrati, ma altrettanti finiscono ben presto per prendersi i pochi benefici che riescono ad arraffare e poi quanto a doveri ti piantano in asso. A questo io, amministratore locale, mi trovo nella simpaticissima situazione di dover spiegare come sono andate le cose. Mi tengo sul fumoso perchè è in atto proprio in questi giorni una azione di monitoraggio per poter desumere dalle cifre reali la portata effettiva del problema. Vi terrò informati degli sviluppi. Qui in pubblico non è possibile dire proprio tutto, se quanto esposto non vi basta il mio indirizzo mail è mcmil@email.it
Un saluto a tutti, zio tibia