Pensieri sull’autodeterminazione
Chi non ha, almeno una volta nella vita, sentito parlare di autodeterminazione dei popoli? Negli ultimi anni queste poche parole sono diventate una sorta di onnipresente litania, una sorta di mantra continuamente scandito a giustificazione di un qualsivoglia atto teso a ledere, a prevaricare o ancora ad affermare un diritto. Nella fattispecie i diritti a cui, in questo caso, si fa riferimento riguardano i popoli, o meglio, un popolo in mezzo ad altri. Ma vediamo più da vicino cos’è realmente il diritto di autodeterminazione. Come la parola stessa sembra suggerire, questo è una pretesa mossa da un popolo (dove per popolo si intende in generale, un gruppo specifico di esseri umani che possiedono caratteristiche comuni, come nazionalità, colore della pelle o cultura) di prendere possesso di qualcosa che esso sente proprio. Questo “qualcosa” può esplicitarsi in varie e molteplici forme, la più classica delle quali, nonché la più conosciuta, risulta essere quella legata alla richiesta di riconoscimento che una data comunità muove nei confronti di un territorio che sente essere proprio per natura.
E’ esattamente sulla base del concetto della proprietà per natura che questo articolo vuole sondare alcuni aspetti che riguardano un avvenimento della più stretta attualità: la crisi internazionale relativa al nucleare coreano.
La comunità internazionale nella sua interezza ha percepito il test nucleare portato a compimento dalla Corea del Nord come una minaccia, come un avvenimento non ammissibile e profondamente contrario alla morale. Per avere però una visione d’insieme più completa bisogna retrodatare l’analisi all’inizio vero e proprio della vicenda. Si può dire che la crisi coreana inizia con il fallimento dei negoziati a sei relativi a quello che fino a qualche anno fa non era altro che un progetto di un programma per la costruzione di un ordigno atomico. Successivamente alla rottura dei negoziati la Corea del Nord ha continuato con lo sviluppo di tale programma sino ad arrivare agi esiti che il 9 ottobre del corrente anno si sono resi visibili al mondo intero. La domanda che sorge spontanea è la seguente: perché la comunità internazionale vuole impedire a priori lo sviluppo di un programma nucleare autonomo da parte di un qualsivoglia paese? Certamente la questione relativa al nucleare nella penisola coreana è assai delicata, così come quella dell’Iran, ma va comunque affrontata. Si cercherà di farlo partendo da una posizione largamente differente da quelle da cui si è fin ora partiti, quella, appunto, dell’autodeterminazione.
Assumiamo ad esempio che esista nel mondo un gruppo di persone rispondenti alle caratteristiche necessarie per rendere possibile una loro identificazione come popolo. Immaginiamo che ad un certo punto della loro esistenza queste riescano a dar vita ad uno Stato autonomo ed indipendente riconosciuto dagli altri Stati attraverso il principio di autodeterminazione. Completata la costruzione delle infrastrutture interne necessarie al funzionamento dell’apparato statale le autorità governative decidono di avviare un programma volto a ricercare nuove fonti di energia. Questo passaggio non sarebbe altro che un estrinsecazione del principio di autodeterminazione dei popoli. Può sembrare bizzarro, ai limiti del paradossale, ma, specialmente negli Stati a governo democratico quanto detto sopra risponde a verità. Il popolo, per mano dei suoi rappresentanti, decide di intraprendere il progetto di cui sopra. Fin qui nulla di strano. L’anomalia comprare qualora un altro Stato o la comunità internazionale vogliano bloccare tale progetto. Si tratterebbe infatti si una lesione volontaria di un diritto internazionalmente statuito, specialmente quando oltre ad avere la pretesa di bloccare l’attività in questione si minaccia l’ipotetico paese di sanzioni, arrivando addirittura ad ipotizzare l’intervento militare. La violazione però non si avrebbe nel caso in cui i paesi in questione arrivassero, tramite un dialogo vero e costruttivo (non un tentativo coercitivo non-fisico che non lascia spazio a concessioni di sorta) teso a trovare una soluzione che riesca a soddisfare entrambe le parti in causa.
Si è visto quindi come anche la ricerca scientifica gli esperimenti ad essa legati (in questa sede non si ritiene opportuno discutere dei fini) quando condotti da un’entità statale possono essere considerati come delle naturali espressioni del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Con questo non si vogliono assumere posizioni giustificative, né prendere pericolose posizioni a difesa di questo o quello Stato sposandone i fini e gli obbiettivi, si vuole solamente osservare come la libertà dei popoli di determinare da sé il proprio destino passi anche attraverso la loro capacità di proporre e portare a termine progetti di varia natura.
Altra considerazione che si desidera proporre è la seguente, in caso di controversie riguardanti aspetti delicati della vita internazionale come quelli relativi all’autodeterminazione dei popoli, i progetti ad essa allacciati e le questioni che in essa si inseriscono (ad esempio i negoziati per la questione del nucleare) solamente un organo a livello internazionale potrebbe essere abilitato a decidere come, quando e in che misura intervenire: l’Organizzazione delle Nazioni Unite; questo in quanto all’interno del suo statuto, all’articolo 1 paragrafo 2° viene menzionata l’autodeterminazione come motore per promuovere la pace e la stabilità tra i popoli.
Visto quanto scritto si vuole concludere dicendo che il diritto all’autodeterminazione dei popoli esiste e si esprime anche attraverso la ricerca scientifica e gli esperimenti ad essa legati, ma nel caso in cui la comunità internazionale, o una parte di essa dovessero affermare che uno Stato sta eccedendo in quelle che sono le proprie possibilità (anche se questo presenta a motivazione del suo agire giustificazioni basate sul diritto all’auto-decisione) l’unico organo competente a decidere in materia risulta essere l’ONU e non una parte, per quanto influente, della collettività internazionale.















3 commenti
COMPLIMENTONI!! bello questo blog…diverso da tutti quelli stra pieni di cazzate ma soprattutto geniale e informativo!
bel lavoro ragazzi continuate così..
salutoni..da una che some giovanni ha partecipato allo youth summit!!
elisabetta
Autodeterminazione è uno di quei termini che, insieme a sovranità nazionale, sono croce e delizia della comunità internazionale. Se da un lato rappresentano il punto più alto per lo stato di diritto di uno stato dall´altro sono i più formidabili bastoni tra le ruote nell´interventismo umanitario o nella semplice denuncia, basti pensare al sistema ONU, concepito per salvaguardare la sovranità nazionale in un mondo ancora diviso in colonie e dominions. Ora per decidere se in darfur è in corso un genocidio bisogna aspettare che George Clooney vada al palazzo di vetro, intanto Belgrado esce pulita da Srebrenica.
Avete mai sentito parlare del R2P? Scusate l´acronimo ma è un vezzo che trovo simpatico, parlo della RESPONSIBILITY TO PROTECT. Nè diritto, nè obbligo, nè libertà , bens´ responsabilità . E´ un´idea proposta da Gareth Evans presidente dell´Internatiolnal Crisis Group (sito internet favoloso come anche le newsletter che vi consiglio). Unpasso avanti o un´altra utopia?
arrivederci al prossimo post intelligente ed intrigante, keep up the good work.
Credo che la responsibility to protect possa essere un’opportunità molto importante, se gli stati la intenderanno non tanto come espressione delle prerogative che la sovranità nazionale garantisce loro, quanto come una visione nuova, la presa di coscienza che uno stato non può più limitarsi a guardare ciò che succede all’interno dei propri confini, ma deve andare oltre.
Intendo dire che la R2P (per usare l’acronimo) può essere un’iniziativa molto positiva se verrà messa in atto come una responsabilità seria di agire nel caso, ad esempio, di violazioni estese dei diritti umani, se sarà un cambiamento rispetto alla situazione odierna in cui, troppo spesso, ci si gira dall’altra parte pur di non vedere.
C’è la necessità che gli stati inizino a prendersi questo tipo di responsabilità e ad agire a livello internazionale, ma sulla base di una solida legittimazione, che sia democratica e basata su norme di diritto internazionale.
Secondo me, il rischio più grosso dell’idea della R2P è che gli stati strumentalizzino il principio, che dicano di agire sulla base di questa responsabilità anche quando dispiegano le proprie forze in via unilaterale, nel caso in cui non ci sia la disponibilità a farlo da parte di organizzazioni regionali o delle Nazioni Unite. E questo, temo, rischierebbe di trasformarsi in un’ennesima giustificazione poco chiara, una sorta di nuovo intervento umanitario.
Quindi, a mio avviso, ben venga la responsabilità di proteggere a livello internazionale nel caso in cui uno stato non sia in grado o non voglia agire per proteggere gli esseri umani nel proprio territorio, ma solo con regole chiare, che evitino quello che troppe volte abbiamo visto finora.
Certo è, che bisogna vedere se gli stati saranno disposti a fare una scelta simile. Sarebbe sicuramente un bel passo avanti, ma resta da capire se i nostri governi sono pronti a compierlo.
Per chi volesse leggere qualcosa sulla R2P c’è un bel documento all’indirizzo http://www.iciss.ca/pdf/Commission-Report.pdf E’ davvero molto lungo, ma abbastanza chiaro, almeno per averne un’idea e una definizione.