Il Pregiudizio Necessario


Ieri sera sono accaduti fatti molto gravi a Catania. Guardando e riguardando le immagini, mi è venuto alla mente l’intervento di Angelo Panebianco sul Corriere del 13 agosto 2006 intitolato “Il compromesso necessario”. E l’ho riconsiderato sotto un altro punto di vista. Infatti, sebbene il presupposto da cui prende le mosse l’articolo del professore bolognese (la condanna o meno della tortura in “determinate” situazioni: e non è materia in cui voglio addentrarmi) sia in sè differente dalla guerriglia urbana che si è scatenata ieri sera, entrambi rinviano al medesimo concetto, allo stesso assunto di fondo: in “determinate” circostanze lo Stato di diritto non è in grado di salvaguardare il nucleo fondamentale di garanzie per cui è preposto; in altre parole, durante la Guerra scatenata dal Nemico (che in questo determinato momento storico per noi occidentali è incarnato dall’Islam politico) o durante una guerra urbana come quella catanese, decadono le garanzie costituzionali tipiche di uno stato di diritto, il quale è – come Panebianco ha secondo me correttamente precisato – solo uno strumento, fragile quanto si vuole, che è utile a regolare i rapporti all’interno di una società in circostanze pacifiche. Cosa poteva fare un giovane ventenne di nome Mario Placanica a Genova nell’estate del 2001 quando si è visto minacciato da un altrettanto giovane Carlo Giuliani che stava per lanciargli addosso un estintore che probabilemente gli avrebbe tolto la vita? Purtroppo quella volta accadde il peggio, ma in quel particolare frangente cosa può fare lo Stato, cosa possono fare le istituzioni, che effetto può avere una prescrizione costituzionale che garantisce (solo a parole in tal caso) il diritto alla vita, il più fondamentale di tutti?

Non è semplice dare una risposta a tutti questi quesiti. Ci sono implicazioni etiche che sono troppo grandi per noi uomini. Ma in una hobbesiana guerra di tutti contro tutti, il singolo non ha più alcuna tutela, deve pensare a salvare la vita e ciò – che lo si voglia o no – a spese della vita di colui che mette in pericolo quella degli altri. E non c’è religione, non v’è ideologia che possa opporsi a tale legge, nemmeno l’”ideologia della legalità” e dei diritti umani, propria di quei “neofiti” (mi approprio dei termini di Panebianco) che fino al 1989 nemmeno sapevano cosa fosse. Tuttavia una risposta può e deve darla la politica. Io mi ritengo un liberale. Ma penso che le libertà, per essere garantite pienamente debbano in certi casi essere limitate (è lo stato d’eccezione). La politica insomma deve limitare l’accesso agli stadi, deve avere il pregiudizio (nel senso proprio di presunzione) di ritenere tutti gli ultras, tutti, delinquenti. Qualche ultras lo conosco anch’io; anche se non è molto scientifico generalizzare, tutti gli ultras che conosco ammettono che vanno allo stadio non per guardare la partita ma per “fare altro”. Guardando le curve degli stadi alla domenica pare che sia molto spesso più o meno così. Non è tollerabile.

Alberto Gasparetto

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