La Stucchevole Contraddizione Del “manifesto Degli Intellettuali Liberal” Americani
La pubblicazione del “Manifesto degli intellettuali liberal” (che in Italia è avvenuta su “la Repubblica” del 18 ottobre 2006) rappresenta, secondo chi scrive, più una mossa politicamente orientata in vista delle midterm elections che non l’intenzione più disinteressata da parte di un gruppo di professori di enunciare i principi e di tracciare le linee della propria ideologia di appartenenza. Ed il manifesto non è - sempre secondo chi scrive - scevro di una grossa contraddizione, anche se non mancano elementi di critica verso l’attuale amministrazione americana, oggettivamente condivisibili (ad esempio la questione della tortura).
L’enorme ambiguità che rilevo sta nell’aperta condanna rivolta alla politica estera del Governo Bush, con particolare riferimento alla guerra in Iraq del 2003 che, si afferma, essere stata una debacle, oltrechè un’azione illegale, stando al diritto internazionale, ed illegittima secondo quel principio su cui si fonda il diritto internazionale stesso che è il consenso degli Stati.
La questione è molto semplice. Si asserisce infatti che per i “liberal”, la guerra talora può essere giustificata: gli stessi “liberal” si sono schierati - come dichiarano nel “Manifesto” - a favore degli interventi in Bosnia, in Kosovo ed in Afghanistan. In tale maniera ammettono implicitamente di condividere l’assunto di fondo della dottrina dello iustum bellum, che ammette in certi casi, esaurite tutte le altre vie pacifiche di risoluzione delle controversie, il ricorso all’uso della forza militare, in vista della salvaguardia di determinati principi o valori che si ritengono fortemente minacciati. Ed è proprio questa la linea di tendenza che pare essere stata assunta dalla comunità internazionale negli ultimi anni: legittimazione dell’uso della forza per finalità umanitarie. Ne è memore Danilo Zolo, nel suo “Chi dice umanità” (Einaudi, 2000), dove prende le distanze da tale atteggiamento, condiviso invece da illustri giuristi come Antonio Cassese, Bruno Simma, Micheal Glennon e da un autorevolissimo filosofo liberale come Jurgen Habermas, atteggiamento che peraltro trova preciso fondamento presso quella dottrina liberale che è il “pacifismo giuridico” di Hans Kelsen.
Per tornare al “Manifesto”, dicevo che i “liberal” americani hanno appoggiato gli interventi in Bosnia, in Kosovo ed in Afghanistan. Ebbene, la contraddizione sta nel fatto che - lo si voglia o no - gli interventi in quei tre Paesi sono stati tanto illegali quanto quello in Iraq nel 2003. Certo, forse, anzi sicuramente hanno ricevuto una legittimazione più ampia, ma ciò giustifica forse la collocazione su due piani diversi di fenomeni analoghi, per di più guerre, cioè azioni esplicitamente condannate dal diritto internazionale? (Così commenterebbe Zolo oggi: il libro è del 2000, ma tale ragionamento si può evincere facilmente dai suoi discorsi). Quelli in Bosnia, Kosovo ed Afghanistan erano interventi illegali poichè contravvenivano sia al combinato disposto dagli articoli 39-42 della Carta delle Nazioni Unite, che prevede il ricorso all’uso della forza autorizzato dal Consiglio di Sicurezza in caso di aggressione o minaccia di aggressione, sia all’unica deroga contemplata dall’articolo 51 che prevede il diritto all’autotutela individuale o collettiva (legittima difesa, self-defense).
Il ricorso alla motivazione umanitaria, allora, è solo strumentale, serve ai teorici dello iustum bellum, o meglio ai leader politici che ricorrono a tale dottrina, per fondare eticamente un intervento armato (altrimenti proibito dal diritto internazionale) e quindi per legittimarlo nell’arena internazionale.
Il problema del consenso, forte ad esempio nella guerra in Kosovo ma debolissimo in quella in Iraq, è da addebitarsi, secondo chi scrive, alle motivazioni invocate per ricorrere all’uso della forza: nel primo caso si è giocato sui sentimenti dell’opinione pubblica occidentale, peraltro plagiata, come testimonia Zolo, da una diffusione unilaterale e parziale delle immagini e delle notizie tramite i mezzi di comunicazione occidentali: ciò ha evidentemente colpito i cuori di noi occidentali ed è stato semplice per i governi che hanno partecipato all’intervento (ben 24) giustificare la propria scelta. La guerra andava fatta affinchè si evitasse il ripetersi di un evento orribile in Europa a distanza di 50-60 anni, il genocidio, altrimenti detto “pulizia etnica”.
Nel secondo caso, invece, i promotori dell’intervento si sono impantanati in un fango di motivazioni che erano palesemente inverosimili. Le armi di distruzione di massa (che non c’erano: che Saddam aveva sicuramente usato ma che nel 2003 non c’erano), i legami tra Saddam ed al-Qaeda (mai provati) e quindi la necessità di identificare il Raìs come il nemico degli Stati Uniti ed il responsabile degli attentati dell’11 settembre 2001, intraprendendo un’azione bellica caratterizzata dal tentativo fallimentare di adattare le categorie della guerra classicamente intesa ad una nuova tipologia di guerra, quella asimmetrica. Insomma, una serie di motivazioni che non hanno convinto l’opinione pubblica occidentale - perchè male mascheravano le reali intenzioni degli Stati Uniti - e quindi non hanno dato motivo ai governi occidentali (tranne quello britannico) di insabbiarsi in un terreno da cui sarebbe poi stato difficile uscire. Ma alla prova dei fatti, poco, se non nulla, intercorre fra la guerra in Iraq e gli interventi sui quali i “liberal” si dichiarano d’accordo (almeno giuridicamente e quindi legalmente) Anche in Iraq esisteva una situazione di emergenza per la tutela dei diritti umani. Si potrebbe sostenere che questa fosse meno “attuale” di quella del Kosovo che, nel 1999, cioè al momento dell’intervento, era in corso, mentre in Iraq andava avanti da molti anni: il primo genocidio, quello di Tujial, per il quale peraltro Saddam è stato condannato a morte, risale all’anno 1980. Ma se paragoniamo i due scenari, la situazione irachena è di gran lunga la peggiore sia per il numero delle vittime, sia per l’efferatezza dei crimini di cui si è macchiato il Governo di Saddam, sia, come si è appena detto, per la durata in carica del governo stesso e quindi per il protrarsi nel tempo della commissione dei crimini. Il problema è che agli Stati Uniti è mancata la volontà di destituire Saddam già ai tempi della seconda Guerra del Golfo. Forse Saddam non rappresentava una minaccia per gli interessi geostrategici americani nel lungo periodo e per gli equilibri nel Medioriente. Pare allora pressochè indiscutibile, secondo chi scrive, la strumentalizzazione a fini elettorali dell’uso che è stato fatto della questione della guerra in Iraq nel “Manifesto” da parte degli intellettuali “liberal”: una guerra da sempre stigmatizzata come imperialista e di egemonia (lo è, ma alla stregua del nobile intervento umanitario in Kosovo del 1999) e da sempre osteggiata fortemente dall’antiamericanismo e dalla cosiddetta società civile (a ragione, ma una ragione parziale, proprio perchè le stesse critiche non sono state mosse all’intervento in Kosovo) perchè percepita come “sbagliata”. Il tema della guerra in Iraq è stato di cruciale importanza per l’esito delle elezioni in quanto - come osservano i giornali - l’esito del voto delle midterm elections va interpretato come una sorta di referendum sulla politica estera di Bush.
I “liberal” americani, a cui parte degli intellettuali della destra e della sinistra moderate in Italia guardano, pensano forse che una guerra è legittima solo se fondata su un forte consenso della comunità internazionale e non anche invece - come pensa chi scrive - se le ragioni che spingono alla guerra e quindi le motivazioni che la legittimano sono buone, eticamente accettabili e condivisibili? La volontà generale di cui parlava Rousseau non è la volonta della maggioranza (leggi forte legittimazione internazionale), ma il bene comune (leggi tutela della pace, della sicurezza e dei diritti umani fondamentali).
Alberto Gasparetto


