Esperienza Di Missione A Migoli (tanzania)


Salve! Appena di ritorno da una seconda esperienza in terra di missione vi racconto la mia esperienza.

Quando due anni fa ho lasciato la terra africana, ho chiesto al Signore un dono: quello di ritornare in quei luoghi assieme alle persone a me più care. Ed è così che ho condiviso la mia nuova esperienza, come se fosse una perla preziosa, con mia moglie Tatiana e mia sorella Agata. Le giornate a Migoli iniziano sempre nel migliore dei modi: la Santa Messa, al termine della quale ci si prepara per celebrarla nuovamente in un altro dei diciassette villaggi della missione catanese. Al ritorno, ad attendere il sacerdote, c’è sempre una lunga fila di persone bisognose, le quali espongono i loro problemi, che noi occidentali non potremmo nemmeno immaginare. Nonostante tutto, nella mentalità africana, prima di chiedere qualsiasi cosa, vale a dire prima di pensare a se stessi, c’è sempre la delicatezza di chiedere all’altro come sta, se hai dei problemi, e solo dopo viene fatta la richiesta, che nella maggior parte dei casi consiste in un minimo sostentamento per sfamare i propri figli.

Nel villaggio di Migoli, un grande insegnamento mi è stato dato da un ragazzo ritardato ed epilettico, di nome Chungu (che in lingua swahili significa dolore), il quale, anche se parla a stento, ha una spiritualità eccezionale: prima di mangiare con una fatica indescrivibile si fa il segno della croce e chiude per qualche attimo gli occhi in segno di ringraziamento. Dalle sue ore passate a fissare un crocifisso dipinto sul muro ho imparato veramente tanto…

Un’altra importante testimonianza mi è stata donata in occasione del tragitto verso un altro villaggio. In quell’occasione, eravamo una trentina di persone in una jeep, strette come sardine e sbattute ripetutamente a causa dei continui sobbalzi del mezzo, dovuti al terreno molto scosceso. Mi chiedevo il perché era venuta tanta gente, a differenza delle altre volte, e pensavo tra me che forse era un modo per farsi una gitarella, per impegnare il tempo. Ma mi sbagliavo: erano venuti, pur soffrendo, per testimoniare su come hanno incontrato il Signore nella loro vita ai loro fratelli di un altro villaggio e per celebrare la Santa Messa. E noi che abbiamo tante chiese a portata di mano, in cui si celebra messa anche più volte al giorno, ci lamentiamo piagnucolando che non abbiamo il tempo per andarci!

Una cosa che è messa a dura prova in questa terra è sicuramente la pazienza. Siamo ormai abituati a fare così tante cose nell’arco della nostra giornata che, quando abbiamo del tempo per stare da soli con noi stessi, cadiamo in crisi. Stare da soli con sé stessi non è sinonimo d’isolamento, ma al contrario, chi ci riesce ritrova dentro di sé la profondità dei suoi sentimenti, basilare per l’equilibrio personale. Sono fondamentali tali pause per interrogarci su noi stessi e diventare padroni delle nostre attività, anziché schiavi delle nostre abitudini. “L’empio fugge anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone” (Proverbi 28,1).

So che le parole sono inadatte ad esprimere i forti sentimenti interiori provati in questi giorni, ma c’è come un fuoco che arde dentro di me, che anche se volessi non riuscirei a soffocare. Ho vissuto in prima persona quella realtà e ormai mi sono compromesso: non posso non pensare ogni giorno, in ogni mia azione, a liberarmi del superfluo e tentare di vivere nella semplicità e nella condivisione.

Andando in terra di missione, si ha la voglia di agire concretamente, per esempio distribuendo delle caramelle, o vestendo un bimbo coperto di stracci. Ma dobbiamo chiederci per chi lo facciamo veramente: per loro o per noi stessi? Se scaviamo nella nostra anima, sappiamo che ciò ci gratifica, ma se vediamo con gli occhi di quei bambini, ci rendiamo conto che ciò che vogliono non sono degli oggetti materiali, ma ciò che dobbiamo donare è noi stessi! Siamo pronti a fare vera missione? Doniamo noi stessi, il nostro calore, il nostro amore… E se qualcuno di loro sbaglia, e cerca di approfittarne, perdoniamolo, perché è la povertà che lo spinge a questo. Bene, rimbocchiamoci allora le maniche e pensiamo alle loro condizioni di vita, a testimoniare la loro semplicità e umiltà con l’esempio: solo così saremo veri missionari.

Joe Commoner
http://www.joecommoner.it/

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Ciao! Sono Mario, e devo ringraziarti, leggi e scoprirai perchè, sono il vice presidente dell’associazione doniamo senza promettere, insieme a dei ragazzi della stessa associazione ed in collaborazione con il comune, abbiamo organizzato, due serate dal titolo “insieme per Migoli”, dove abbiamo avuto come ospiti Don Ezio Coco e Don Salvatore Ricceri, che hanno illustrato nel corso della serata, quello che è la vita in quei posti e quanto quella realtà grida aiuto,
ho curato direttamente la direzione artistica delle serate, che cominciava con una sigla che metteva a confronto il nostro ed il loro mondo, poi ce stata la lettura della bottiglia d’acqua di Khalil Gibran accompagnata da un sottofondo musicale, poi le esperienze dei missionari, e poi di nuovo poesia… e qui che io ti ringrazio, perchè leggendo la tua testimonianza ho scritto un pezzo che sarà pubblicato nel mio libro che dovrebbe essere in uscita nei primi mesi del 2008, il pezzo ha come titolo “lettera da Migoli” ho immaginato che fosse Chungu a scrivermi, lo stesso Chungu che ha colpito te e a commosso me Quando Don Salvatore mi ha mostrato una sua foto e mi ha parlato di lui, poesia che ha commosso i presenti in sala, anche se sono stati davvero pochi, Grazie mille….