lug
23
2006
2

Uno “pseudo-patriottismo”

Fa molto discutere – è ciò che si apprende da giornali e telegiornali – la sentenza della Commissione Disciplinare della F.I.F.A. in merito al caso della testata di Zidane a Materazzi durante la finale del Campionato del Mondo di calcio appena concluso. Due giornate a Materazzi e (solo) tre a Zidane. Queste le pene comminate. Tuttavia, come già accennato, tale delibera ha scatenato severe polemiche per un giudizio che appare sproporzionato in relazione a quanto realmente successo sul campo e quindi fin troppo benevolo nei confronti del fuoriclasse francese. Dai commenti rilasciati da diversi calciatori, dirigenti o personale comunque interno al mondo del calcio (Guido Rossi, Giacinto Facchetti, Paolo Maldini, Gianni Rivera, lo stesso Materazzi, ma anche molti giornalisti sportivi e persino il Ministro Melandri) emerge, se pur con differenti gradazioni di giudizio, un atteggiamento di presa di distanze dal verdetto F.I.F.A., cui vengono contrapposte le seguenti asserzioni: a) le pene comminate sono sproporzionate fra chi ha insultato, provocando la reazione, e chi ha reagito; b) la punizione inflitta a colui che ha fatto la provocazione (Materazzi) costituirebbe un “pericoloso precedente” in quanto “da ora a ogni fallo di reazione bisognerà andare a cercare il perché sia avvenuto e chiunque potrà appellarsi” (parole dello stesso Materazzi). Personalmente non condivido la ratio di tutto questo pseudo orgoglio nazionalista, che è tipico di noi italiani solo nei momenti in cui scende in campo la Nazionale di calcio. Non mi pare questa la sede adatta per discorrere intorno al tema della “morte della patria” o comunque del fatto che un genuino patriottismo o un vero attaccamento alla nostra bandiera sarebbe molto più comprensibile e direi doveroso in altri momenti quando, per esempio, in ballo c’è una missione dell’esercito italiano all’estero o una scelta audace nella politica estera italiana. Ritengo anche che il gesto di Zidane sia deprecabile e (forse) per nessuna ragione al mondo giustificabile. Ma ritengo altresì che le ingiurie di Materazzi siano deprecabili nella stessa misura: sinceramente stento a comprendere (ci provo, ma proprio non ci riesco) l’atteggiamento di molti calciatori, giornalisti o altri personaggi influenti interni al mondo del calcio che fa passare Materazzi per vittima. Materazzi per me non è la vittima. Materazzi lo conosciamo bene dacché gioca nel nostro campionato e, anche se ci tengo a dire che non è corretto avere pregiudizi (ma è pur sempre umano), va ricordato che egli non è uno stinco di santo, non si è mai contraddistinto per il fair play, anzi al contrario… Dunque ribadisco, non comprendo chi lo giustifica o, peggio ancora, chi giustifica l’intera vicenda commentando (come è stato fatto in queste ultime due settimane) che “tanto in campo i giocatori se ne dicono di tutti i colori”. Chiedo che mi venga perdonata la presunzione, ma queste, francamente, sono chiacchiere da bar, e dei peggiori bar. Addurre una siffatta motivazione, giustifica nient’altro se non un sistema marcio a cui a me pare dovrebbe essere legittimo ribellarsi. Certo non con le testate, alla maniera di Zidane. Mi riferisco al sistema che effettivamente esiste e viene tacitamente e passivamente sopportato per cui realmente “in campo i giocatori se ne dicono di tutti i colori”. E’ dunque per questo motivo che Zidane va criminalizzato e fatto passare per carnefice e Materazzi per vittima? Pessimo, a mio parere. Zidane ha sbagliato e dunque passi pure che egli sia il carnefice. Ma Materazzi è l’Aizzatore, il Provocatore, l’Esasperatore degli animi. Secondo me coloro che sostengono che il rapporto fra le pene inflitte ai due è sproporzionato ai danni di Materazzi, sbaglia di grosso nel giudizio e pecca di ciò che io battezzo come pseudo-patriottismo. Un patriottismo effimero che dura solo l’attimo di una partita della Nazionale. Zidane ha sbagliato anche perché quell’immagine è stata vista da centinaia di milioni di persone nel mondo tra cui anche moltissimi bambini, che rappresentano la fetta dell’opinione pubblica maggiormente impressionabile e condizionabile dal potere dei media. Ma – dico io – se un calciatore deve essere l’esempio, ebbene, nemmeno Materazzi lo è stato, ma questo discorso nessuno lo fa. In Italia tutti difendono il “povero” Materazzi (è stato addirittura aperto un sito che raccoglie firme per chiedere che la sanzione a lui inflitta venga annullata) e incolpano la “belva” Zidane. Zidane, è vero, è stato una belva: un colpo recato allo sterno con la forza e con la ferocia che tutti hanno visto poteva provocare guai molto seri a Materazzi, che, per fortuna, non ha riportato. Ma le parole di Materazzi, le sue ingiurie rivolte alla madre ed alla sorella di Zidane sono peggio da un punto di vista morale, offendono la dignità di una persona. Se queste cose accadono in ogni partita, poiché “tanto in campo i giocatori se ne dicono di tutti i colori”, il sistema è marcio. Perché nessuno si ribella? Zidane è colpevole sì, colpevole di essersi ribellato (barbaramente, è vero) a questo marcio sistema di buonismo in cui purtroppo si accetta di tutto. Perfino l’arbitro spesso ne diviene vittima e, se tutto va bene, si becca del “cornuto”. Certo è buonsenso dell’arbitro non sventolare cartellini rossi a destra e a manca ogni qual volta un giocatore gli dà del “cornuto”. Ma quando un giocatore inizia ad esprimersi in una certa maniera, offendendo con parolacce (e spesso ricorrendo a bestemmie, non è il caso di Materazzi, almeno stando alla versione ufficiale di Zidane, mai smentita da Materazzi, o meglio, smentita affermando di non avergli detto nulla) gli affetti familiari di un suo collega sul rettangolo di gioco ripreso da centinaia di telecamere che proiettano il suo labiale sul televisore di centinaia di persone al mondo, compresi moltissimi bambini, questo a mio parere è troppo.

Io ritengo eccessivo chiedere che venga ritirata la sanzione inflitta a Materazzi. Materazzi il quale – riprendo la sua ormai celeberrima frase citata sopra – sostiene che “da ora a ogni fallo di reazione bisognerà andare a cercare il perché sia avvenuto e chiunque potrà appellarsi”, essendosi instaurato un “pericoloso precedente”. Pericoloso forse per lui, che viene chiamato in causa quale diretto provocatore.
La decisione della F.I.F.A. non mi sembra dunque così sproporzionata, ma ad ogni modo non mi pare il caso di sollevare questioni come se in ballo ci fosse la ragion di Stato.
Non vorrei passare per l’avvocato difensore di Zidane, anche se, viste le ragioni che ho sostenuto, non mi pare. Ho paura, ma rimango comunque convinto delle mie idee, di essere l’unico che la pensa così.

Alberto Gasparetto

lug
22
2006
3

CONTRO QUALE POVERTA?

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Pochi giorni fa è stato pubblicato il rapporto 2006 della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) sui PVS. Il rapporto parla di un sensibile miglioramento dell’economia dei Paesi in Via di Sviluppo dal punto di vista Macroeconomico: questo risultato è dovuto all’afflusso di investimenti diretti dai paesi industrializzati (per un valore di 10.7 miliardi di dollari), dall’aumento degli aiuti, dall’aumento della domanda e delle esportazioni di materia prime. Fin qui i dati e i calcoli sui grandi numeri; ma l’analisi più attenta, quella sull’impatto sociale della situazione, mostra una realtà di profonda diseguaglianza, segnata da una tendenza ad investire solo su certe materie prime (petrolio) e solo in quei paesi che garantiscono approvvigionamenti (Angola, Guinea Equatoriale, Sudan, Yemen, Ciad, Mauritania). L’inserimento di questi paesi nei grandi circuiti finanziari mondiali ha permesso migliori prestazioni macroeconomiche, ma ha creato fratture sociali e reso più vulnerabile anche l’economia :le ricette di Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, e WTO vanno verso la privatizzazione dei servizi, lasciando alle multinazionali il compito di erogare servizi di carattere pubblico e creando un sistema economico che non reinveste sul territorio (quindi assenza di un tessuto industriale medio-piccolo fondamentale per l’occupazione e la concorrenza del mercato). Lo UNCTAD chiede ai paesi sviluppati di sostenre la creazione di infrastruture e di servizi energetici, nonchè di impostare finanziamenti per la creazione di pic cole e medie attività che facciano da collegamento tra popolazione rurale e Multinazionali.
Dal rapporto possiamo cogliere forte la denuncia di una lotta alla povertà che si fa sempre su un solo fronte e mai su tutti quelli interessati: si nota come i programmi non possano arrivare da nessuna parte senza tenere conto del benessere della popolazione e della questione sociale.
Ancora una volta, le politiche di aggiustamento strutturale mostrano la loro insufficienza (e talvolta la loro predisposizione a favorire interessi occidentali e mai locali).
Ancora oggi assistiamo a un gioco politico che pesa sul futuro dei giovani nei PVS, che non è capace di creare sviluppo ma rischia, al contrario, di fomentare rivolte e instabilità.
Questa politica non può che portare all’aumento dei fenomeni di migrazione, a maggiori tensioni nelle aree in questione (che già oggi non sono pienamente governabili) con possibili nuovi coinvolgimenti militari, a nuove crisi internazionali umanitarie.
Molti leader occidentali (in particolare Tony Blair) hanno sostenuto che il nuovo secolo sarebbe stato dedicato allo sviluppo dell’Africa: ancora oggi il Medio-Oriente occupa tutta la scena internazionale senza che, peraltro, si possano scorgere possibili soluzioni; intanto il “continente nero” continua ad essere instabile e a produrre guerre, civili o tra Stati, e migrazioni forzate.
Viene perciò di nuovo spontaneo chiedersi contro quale povertà si stia oggi spendendo la comunità internazionale, e viene fin troppo facile pensare che essa si occupi ancora troppo dei bilanci, e troppo poco delle persone.

pdf_ico_small.jpg CLICCA QUI per visualizzare il rapporto completo.

lug
15
2006
2

ANCHE LA MOLDOVA RIFIUTA LA PENA DI MORTE

Dopo la svolta delle Filippine è arrivata anche quella della Moldova. A giugno il parlamento nazionale ha rimosso il terzo comma dell’art.24 della Costituzione che rendeva possibile la condanna alla pena capitale in circostanze straordinarie. Amnesty International ha salutato la scelta politica e ha chiesto al governo di ratificare il protocollo alla Convenzione europea sui diritti fondamentali. La Moldova ha compiuto un altro importante passo avanti il 30 giugno inserendo il reato di tortura nel prorpio codice penale, e sottoscrivendo una dichiarazione del Consiglio d’Europa contro la violenza sulle donne. Restano tuttavia dubbi sulle disposizioni del Codice Civile relative alla diffamazione che pare creino problemi alla libertà di stampa, inoltre l’Aassemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha chiesto una verifica sulle procedure contro gli oppositori politici; resta infine senza soluzione il problrema dell’autoproclamata, ma non riconosciuta dalla comunità internazionale, Repubblica del Dnestr.

lug
14
2006
3

La cooperazione sanitaria in Angola: dialogo con un medico in missione

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(scuola di Damba – Nord Angola)
CLICCA sulla foto per guardarne delle altre

Riporto un confronto che ho avuto modo di avere con un medico italiano che ormai da anni opera in Angola e che ben conosce le dinamiche in cui il paese africano è inserito… A voi l’invito di riflettere e di commentare in questo blog le vostre opinioni.

1) Come membro di un’organizzazione non governativa, quanto (o quanto poco) difficile è stato inserirsi in un contesto umano e socio-politico come quello angolano?
Come membro di un’organizzazione è stato molto difficile, qui la gente ha una diffidenza profonda verso tutto quanto arriva da fuori, dall’Europa (identificata spesso con il Portogallo, antico colono). Quasi tutti pensano che sia un interesse economico forte a muovere persone e cose, e come dargli torto visto che tutti conoscono l’ammontare (a volte scandaloso) degli stipendi dei vari cooperatori, specie delle agenzie delle Nazioni Unite.
Come persona è stato più facile, la gente di stima e ti accetta nella misura in cui lavori con sim-patia (etimologicamente) preoccupandoti dei tuoi malati, della loro storia, e non solo dei segni e sintomi della malattia che è solo l’occasione per incontrarli.

2) Come è visto, a tuo parere, da parte del governo attuale, l’operato delle ONG sul territorio?
Secondo me l’operato delle ONG sul territorio è visto come una particella folcloristica e quasi irrilevante nel mare magnum dei problemi che l’Angola sta affrontando, cosciente o incoscientemente, nel suo dopoguerra. Questo a prescindere dal fatto che ciò sia vero (nella maggioranza dei casi) o falso (in poche eccezioni). L’operato è praticamente incontrollabile, le ONG fanno riferimento molto di più ai finanziatori che non al Governo locale, per cui alla fine l’impressione è che i due attori viaggino su binari paralleli che si incontrano raramente, quando ad uno dei due serva qualcosa di pratico; il resto è pieno di tanti sorrisi formali, ma di poca collaborazione reale.

3) Quali sono stati e quali sono ora i rapporti che (eventualmente) avete (come Cuamm) con l’OMS in ambito “Angola”?

Pochi, l’OMS è un gigante che sta quasi solo in capitale, più frequenti sono stati i rapporti con le sue agenzie, specia WFP, UTCAH, e UNICEF. Una volta ha chiesto al Cuamm di realizzare un progetto verticale sul problema delle Neglected Diseases che è attualmente in corso, e lo ha finanziato, con tante perplessità e ritardi.

4) Come agisce l’OMS concretamente sul territorio nel quale voi operate?
In provincia c’è un consulente OMS in Direzione Sanitaria Provinciale, che non conta assolutamente niente nella vita sanitaria quotidiana. Invece l’OMS diviene leader durante le emergenze, es. durante l’epidemia di febbre emorragica di Marburg, soprattutto perché riesce a muovere i più grandi esperti mondiali su qualsiasi argomento. L’integrazione però di tali esperti con le autorità locali è stata estremamente problematica.

5) Ritieni che questa grande organizzazione internazionale sia nella sua struttura e nel suo operato efficiente? Suggeriresti qualche modifica? (non ti chiedo nulla di complicato… vai a ruota libera se hai qualche idea)
La mia impressione è che il piano di elaborazione intellettuale dell’OMS sia troppo accademico, sta diventando scientificamente sempre più elaborato ma è completamente slegato dalla realtà quotidiana che è fatta di problemi molto più banali, di insufficienze molto meno nobili di quelle a cui tanti scienziati seduti dietro un tavolo danno quotidianamente una soluzione perfetta. Difficile dire se sia efficiente o meno, ho anche dei dubbi se sia efficace, penso comunque che gli mancano sentinelle più periferiche, oramai è fatto solo di persone che vivono incollate ad uno schermo di computer, e che si alimentano solo di power point e seminari.

6) L’Angola, per quanto conosci, come e quanto tutela (o cerca di tutelare) il diritto alla salute? (anche concretamente)

In Angola siamo nel periodo preelettorale, quindi la salute è il cavallo sul quale qualsiasi demagogia deve salire e cavalcare. Penso che in buona fede stiano investendo tantissimo in salute, cioè che a livello istituzionale la scelta di considerare la salute un diritto fondamentale sia stata fatta in piena coscienza e sincerità, il problema è che manca nella maniera più completa la capacità di analizzare la realtà e di selezionare le priorità. L’idea di fondo è che basta allocare più risorse oggi perché da domani questo si trasformi in maggiore salute della gente.

7) Quali sono i problemi più pesanti che si trova ad affrontare in questo ambito?
La rete sanitaria è in gran parte distrutta per la guerra, la popolazione è in continuo movimento, manca un censimento che chiarisca chi (e quanti) sta dove e come, la rete stradale è pessima, la lobby urbana è molto più potente di quella rurale e periferica, le strategie centrali riflettono i dubbi mondiali (OMS in testa) su ciò che sia meglio, prevenzione o cura, interventi verticali o orrizontali, pubblici o privati, et.. La conseguenza di tutto ciò è spesso il caos più totale.

8- Secondo te, (prendila con le pinze) l’operato di numerose ong sul territorio africano, quanto comoda ai governi locali, nel senso di una cessione di responsabilità, di oneri e di costi economici ad attori non statali? Quanto questa dinamica potrebbe pesare sul processo di affermazione del diritto alla salute anche in africa?
In teoria questa è una affermazione giusta, in pratica, almeno in Angola, è diventata secondo me, un luogo comune. Nel senso che gli angolani ( e soprattutto i dirigenti) sono così presuntuosi, vanitosi, permalosi e amanti del potere che è più facile che siano irritati da una ONG che lavorasse bene, piuttosto che gradire una cessione di responsabilità….. Può anche succedere che l’impegno di una ONG, quando concentrato nello spazio e massivo nelle risorse, diventi quantitativamente rilevante, tanto da creare tentazioni di “sfruttamento” da parte delle autorità, in genere purtroppo è così disperso, casuale e mal organizzato da influire ben poco sull’affermazione del diritto alla salute degli africani.

9) Da dove deve cominciare, in maniera particolare, lo sforzo per affermare il principio delle salute per tutti e quali devono essere le tappe necessarie al suo “cammino”? (sempre con particolare riferimento a quello che hai vissuto in Angola)
Domanda difficile, la stessa domanda sarebbe difficile negli Stati Uniti che pure è il paese più potente del mondo, perché investe discorsi più globali sulle leggi del mercato; la salute se è un diritto del cittadino, deve essere responsabilità del Governo (quindi tutta pubblica) eppure le tendenze nel mondo sono in direzione opposta. In Angola la salute è ancora tutta pubblica, quindi in linea di principio è un diritto acquisito, ma manca in gran parte della popolazione la coscienza stessa di essere popolazione di uno stato sovrano e autosufficiente, cioè quasi tutta la popolazione rurale vive ai margini della società, non ha voce. Pensare alle comunità periferiche che diventino attori coscienti della propria salute è ancora un’utopia, ci resta solo sperare in dirigenti illuminati ed in segmenti della società capaci di diffondere messaggi di rottura e di crescita nella periferia: le ONG potrebbero far parte di questi segmenti (così come la Chiesa), ma più spesso non lo sono e si confondono volentieri con la parte soddisfatta della società.

10) Ci sono problemi di tipo politico-internazionale nell’operato del governo che rallentano lo sviluppo sociale del paese? Si possono comprendere vivendo accanto alla popolazione per anni, oppure sono sconosciuti ai più? (interessi di altri paesi, investimenti in armi, mancanza di trasparenza…)
Anche questo rischia di diventare un luogo comune: in questo momento c’è una classe dirigente davanti ad un compito immane, che è quello di ricostruire un sistema sanitario dopo una guerra che l’ha distrutto completamente, così come ha distrutto la fiducia della gente, la sua capacità di guardare al futuro, la sua voglia di solidarietà. Il fatto che in questa classe dirigente possano prevalere interessi particolari, spesso su base familiare, (=corruzione) non è l’unica chiave di lettura delle inefficienze. Si può essere corrotti ed efficienti, così come si è spesso onesti e completamenti inefficenti; la realtà è che il compito è davvero immane e che tutti gli attori coinvolti, comprese ahimé le ONG, non sono spesso preparati a dare risposte adeguate. Si improvvisa, si ascolta poco la gente, anzi ce ne si distacca richiudendosi in recinti culturali chiusi e poveri che non producono alcuna idea creativa.

lug
07
2006
2

Ancora sulle elezioni in RD del Congo…

Da MISNA

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 7/7/2006 8.41
MONITORAGGIO ELEZIONI: ANCHE “BEATI I COSTRUTTORI DI PACE”

Una delegazione dei ‘Beati i costruttori di pace’ composta da 65 persone parteciperà alla missione internazionale di monitoraggio delle elezioni presidenziali e legislative in Repubblica democratica del Congo, previste per il 30 luglio. “Siamo convinti che non siano solo i progetti economici a dare un contributo per stabilire l’uguaglianza tra i popoli: la nostra missione elettorale è un contributo politico, pur essendo consapevoli dei nostri limiti. Non è un gesto temerario e opereremo in condizioni di sicurezza” dice alla MISNA don Albino Bizzotto, 67 anni, promotore di ‘Beati i costruttori di pace’, l’associazione con sede a Padova attiva da oltre vent’anni nella risoluzione non-violenta dei conflitti e nella difesa dei diritti umani.
“Ostacolate da chi ha grandi interessi – aggiunge il sacerdote – queste elezioni sono particolarmente attese dalla popolazione. I congolesi stanno lavorando con grande coscienza e la speranza della gente trova risposta anche nei progetti di formazione e di educazione civica” come quelli promossi dalla Chiesa cattolica locale e dalle altre confessioni religiose. L’ultima volta che nell’allora Zaire si andò a votare era il 1962, anche se a dicembre dell’anno scorso si è svolto un referendum “che ha avuto una partecipazione sorprendente” ricorda don Bizzotto. Le elezioni – con 33 candidati alla presidenza e circa 10.000 aspiranti deputati per i 500 seggi del Parlamento – dovrebbero chiudere in modo definito la transizione successiva al conflitto del 1996-2003. In queste settimane i partecipanti alla missione dei ‘Beati i costruttori’ – in gran parte con precedenti esperienze in Africa e nel Sud del mondo in progetti di solidarietà o con studi universitari in diritto internazionale umanitario – stanno terminando la formazione in Italia: 26 coppie di osservatori saranno dispiegati in altrettante località del Nord e Sud Kivu, nell’est del paese. “È senz’altro la zona meno sicura e più frastagliata dal punto di vista politico e militare, dove diversi gruppi armati non hanno ancora accettato l’integrazione nell’esercito governativo” sottolinea don Albino. Che precisa: “L’interposizione della società civile nelle zone di conflitto è un dato di fatto consolidato. Dal punto di vista della prudenza abbiamo preso ogni precauzione possibile: nei giorni scorsi siamo andati a visitare tutte le località dove verranno dispiegati i nostri osservatori”. Da Bukavu a Beni e Butembo, gli italiani svolgeranno lo stesso compito degli inviati dell’Unione Europea, della Fondazione Carter o di altri organismi internazionali. “Andremo anche in alcune zone dove le agenzie dell’Onu ce lo hanno sconsigliato per mancanza di sicurezza: le speranze più grandi si registrano laddove la paura è maggiore. Saremo al fianco della popolazione, considerando la nostra vita come quella di chi vive lì” prosegue il fondatore dei ‘Beati’, già impegnati in Congo nel 2001 con il ‘Simposio internazionale per la pace’.
La sfida per garantire un effettivo diritto di voto agli oltre 25 milioni di elettori registrati – su una popolazione superiore ai 50 milioni – è enorme: si calcola che la comunità internazionale spenderà circa 400 milioni di euro per la gestione della consultazione su un territorio pari a due terzi dell’Europa. L’impegno della comunità internazionale – secondo alcuni – rischia di trasformarsi in un’ingerenza dettata dai forti interessi per le risorse naturali dell’ex-Zaire, già saccheggiate in modo sistematico durante la guerra e ancora oggi sfruttate senza beneficio diretto dei congolesi. “In un paese così ricco – aggiunge il sacerdote – ci sono senz’altro molti appetiti. Dispiace che interferenze o eccessi di protagonismo abbiano avuto spazio, per esempio, nella scelta delle date del voto: ritengo apprezzabile lo sforzo dell’Ue nel supporto alla costruzione di istituzioni locali. L’aiuto internazionale potrebbe servire a scoraggiare azioni violente o brogli elettorali”. Ma soprattutto, conclude don Bizzotto, “noi saremo al fianco della società civile locale e della popolazione, che sta lavorando e ripone grandi speranze in queste elezioni”.

[EB]

Copyright © MISNA

articolo tratto da www.misna.org

lug
07
2006
2

La Regione Veneto sostiene le elezioni libere e democratiche nella Repubblica Democratica del Congo e la missione dei 60 osservatori-volontari italiani

E’ stata presentata una mozione al Consilgio Regionale del Veneto SULLE ELEZIONI LIBERE E DEMOCRATICHE NELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO.
Di seguito i firmatari e il documento integrale in formato pdf.

CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO – OTTAVA LEGISLATURA

MOZIONE N. 46 – SULLE ELEZIONI LIBERE E DEMOCRATICHE NELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

presentata il 29 giugno 2006 dal Consigliere Zabotti (primo firmatario) e dai Consiglieri Variati, Causin, Bettin, Pettenò, Silvestrin, Fontanella, De Boni, Zanon, Caner, Atalmi, Tiozzo, Bonfante, Gallo, Cancian, Azzi, Marchese, Foggiato, Michieletto, Degani, Berlato Sella, Donazzan, Grazia, Franchetto, Trento e Frigo.

pdf_ico_small.jpg CLICCA QUI per leggere il testo intregrale della mozione.

lug
03
2006
2

COSTRUIRE PONTI DI PACE: A LEZIONE DALLA BOSNIA. Serata con Daniele Bombardi

Segnalo alla vostra attenzione l’incontro organizzato dal gruppo Kairòs di Ceggia (VE)

“COSTRUIRE PONTI DI PACE: A LEZIONE DALLA BOSNIA”

che si terrà mercoledì 12 luglio alle ore 20.45 presso l’Auditorium della Biblioteca Comunale di Ceggia.
Protagonista dell’incontro sarà Daniele Bombardi – giovane ciliense per un anno Casco Bianco a Mostar – che ci guiderà nella conoscenza della difficile convivenza tra popoli e culture diverse in Bosnia Erzegovina attraverso immagini, filmati, suoni e parole.

Siete invitati a inoltrare l’invito a tutti i giovani che sapete interessati e sensibili alla tematica. Grazie!

 

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