Sembra davvero uno scenario già visto quello che ormai da diversi mesi si impone al centro delle notizie che contano nelle relazioni internazionali: un paese nemico della democrazia che, con ambizioni di egemonia mondiale, sfida l’intera comunità internazionale degli Stati. Simili agli atteggiamenti con cui si poneva la Germania nazista di Hitler, simili alle beffe che Saddham Hussein si è fatto per anni delle Nazioni Unite, le mosse dell’Iran di Ahmadinejad sono all’origine dell’ennesima tegola che si sta abbattendo sull’area mediorientale, come se in quelle zone di problemi non ce ne fossero già abbastanza. Quello che fa paura è che, come i “predecessori” di Ahmadinejad sono riusciti, almeno in parte, a perseguire senza ostacoli i loro rispettivi progetti politico-egemonici, sembra che lo stesso Ahmadinejad sia sulla buona strada per riuscire nel suo, aspirazione che comunque almeno per il momento si manifesta per la sua natura panislamista. Hitler, senza che alcuno muovesse un dito, ha allargato progressivamente i confini del suo impero, inglobando popoli e sterminando razze ed etnie. La politica dell’appeasement di Chamberlain e di chi, come lui, sosteneva la necessità del dialogo con un pazzo, è stata una delle concause che hanno originato la seconda guerra mondiale.
Saddham Hussein, dal canto suo, non fu da meno: l’aiuto economico delle petromonarchie arabe e degli Stati Uniti gli hanno conferito i mezzi necessari per portare a termine vittoriosamente la prima guerra del Golfo, (che vedeva contrapposto il “suo” Iraq all’Iran teocratico di Khomeini) per poi, seguendo la china scivolosa di chi quando vince per la prima volta al casinò non si accontenta più, invadere il Kuwait nel 1990, cadendo però miseramente grazie all’intervento di una coalizione capeggiata dagli stessi U.S.A.. Il problema poi è che nessuno ha rimosso Saddham (evidentemente agli Stati Uniti andava bene così) e questi ha potuto continuare indisturbato nella sua politica di eccidio, sterminando durante la sua lunga dittatura 2 milioni di persone tra cui minoranze curde e sciite. Per scalzarlo si è dovuti ricorrere, solo nel 2003, alla scusa delle armi di distruzione di massa che non sono state trovate. Lui, Saddham Hussein, è stato alla fine individuato ed arrestato ma la situazione attuale in Iraq può dirsi tutt’altro che pacificata.
Il pericolo costituito dall’Iran è rafforzato da un programma che prevede l’arricchimento dell’uranio e l’attivazione del ciclo nucleare “a scopi civili”, secondo quanto afferma da mesi il Presidente Ahmadinejad. Pregiudizievole ma, a detta di tutti gli esperti di geopolitica, fondato è il timore che Ahmadinejad voglia installare sul territorio iraniano centrali nucleari a scopo militare, non fosse altro perché tale possibilità conforterebbe molto l’opportunità di realizzare l’elemento precipuo della sua agenda: l’eliminazione fisica, la cancellazione dalla cartina geografica dello Stato di Israele.
Se a tutto ciò si aggiunge il programma già avviato che mira a preparare migliaia di kamikaze pronti a farsi saltare in aria in missioni suicide, le carte di Ahmadinejad sono scoperte. Le sue brame reali sono sotto gli occhi di tutti. Proprio ieri il rapporto stilato dal direttore generale dell’AIEA, El Baradej, fa registrare il risultato negativo delle pressioni che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha fatto sull’Iran per convincere il suo Presidente ad abbandonare i suoi piani. La situazione, insomma, si sta ripetendo: Ahmadinejad, come Saddham, si fa beffe dell’ONU; Ahmadinejad, come Hitler all’epoca, si burla della comunità internazionale degli Stati, i quali auspicano una soluzione distensiva e pacifica degli eventi.
Notizia dell’ultim’ora è la rivelazione portata alla luce da un satellite israeliano lanciato dalla Russia che fotograferebbe la presenza di centrali nucleari sul territorio iraniano.
L’ONU sembra andare a sbattere per l’ennesima volta contro il muro poiché all’interno del Consiglio di Sicurezza ci sarebbe, sulla questione, una contrapposizione fra chi auspica una risoluzione (Russia e Stati Uniti in particolare) che congeli il progetto iraniano e chi ha già annunciato di porre il veto (Cina) sostenendo la necessità di proseguire con l’attività diplomatica. Se emerge una tale realtà proprio in questa sede, il CdS cadrebbe vittima del sistema che da sempre imbriglia la sua attività (ragion per cui spesso ha incontrato difficoltà per muovere anche un solo dito). Se le cose dovessero prendere questa piega, ho paura che si vada incontro all’ennesima catastrofe, con gli Stati Uniti decisi ad impedire ad ogni costo che l’Iran persegua il suo progetto e con l’Iran che per il momento agisce solo con i paraocchi. La guerra è sempre l’extrema ratio, ma ad ogni modo la possibilità di ricorrervi va tenuta lontana finché è possibile. La situazione è quanto mai realmente appesa ad un filo.
Alberto Gasparetto
30
2006
Iran, nucleare: siamo sull’orlo del precipizio.
29
2006
25 aprile, una sola parola: vergogna!
Gli episodi che tutti noi abbiamo visto alla televisione il 25 aprile, in occasione della manifestazione che avrebbe dovuto onorare la memoria di quel lieto evento che segnava la svolta della più triste pagina della storia italiana, devono essere ricordati a monito per l’elevato significato di antidemocraticità dato che fatti come quelli in questione disgraziatamente troppo spesso accadono, venendo però strumentalmente taciuti. Mi riferisco tanto ai fischi ed agli insulti rivolti all’ex ministro dell’Istruzione e dell’Università Moratti, quanto alle bandiere israeliane e americane che sono state bruciate ad opera dei soliti settori di quella estrema sinistra che ora siederà anche in Parlamento. Rispetto al primo fatto, il Professor Ernesto Galli della Loggia ha manifestato, in un editoriale del 26 aprile sul Corriere della Sera, tutto il suo sentimento di rifiuto e di repulsione verso quello che lui stesso ha definito “una violenta, indecorosa gazzarra”. La colpa dell’ex Ministro Moratti – secondo Galli della Loggia – sarebbe quella di “stare politicamente nel centrodestra; per giunta come ministro dell’Istruzione e dell’Università del governo Berlusconi, cioè in un ruolo che per lungo tempo è stato oggetto di una vera e propria demonizzazione ad opera dei settori più beceri e massimalisti della sinistra italiana che da decenni, ahimé, si annidano per l’appunto nelle scuole e negli atenei della Repubblica”. Galli della Loggia ha chiuso l’editoriale con una considerazione che andrebbe presa sul serio: “Finché l’antifascismo dei democratici non saprà prendere le distanze dall’antifascismo «militante», da questa sua contraffazione intollerante e violenta, e non saprà farlo a voce alta, esso sarà sempre vittima, anche elettorale, del suo ricatto politico. È così, mi chiedo, è mostrando una simile timidezza ideologica che si crede di poter costruire il Partito democratico? […] i gruppi dirigenti del centrosinistra commetterebbero un grave errore a non capire che è proprio su questioni come questa che essi si giocano la possibilità di convincere e di raccogliere intorno a sé una parte del Paese più vasta di quella che li ha votati”.
Personalmente ritengo che gli interrogativi che Galli della Loggia auspica che i dirigenti del centrosinistra si pongano, siano i medesimi che aleggiano nella mente di tanti elettori moderati che hanno votato Prodi alle recenti elezioni Politiche. Infatti sono fermamente convinto che un elettore moderato che con il suo voto ha preferito dare la fiducia a Prodi poiché non si riconosceva nel programma politico del centrodestra, non si riconosca d’altra parte per nulla nemmeno in certi discorsi, slogan, atteggiamenti e manifestazioni che certa sinistra spesso e volentieri fa. Non serve a niente che i dirigenti del centrosinistra si scusino (e si limitino a questo, nel caso di Prodi molto timidamente) per ciò che è successo, non serve a nulla che ogni volta la persona da cui ci si aspettano le mosse più coraggiose, Fausto Bertinotti, si limiti a condannare tutt’altro che fermamente le violenze esercitate da una fetta del suo steso elettorato. Perché è bene dirlo chiaramente, soprattutto perché se ne rendano conto, se non l’hanno già fatto (ma allora sarebbe grave), quegli elettori moderati che hanno votato centrosinistra: una fetta dell’elettorato dei partiti di estrema sinistra è rappresentata dalla sinistra no-global. Quella che si associa alle manifestazioni no-tav e spesso si rende protagonista del degenerare della situazione in tafferugli e violenze con le forze dell’ordine; quella che ha devastato automobili, vetrine di negozi e quant’altro nella città di Milano poche settimane fa; quella che nel 2001 ha fatto anche di peggio alla città di Genova in occasione del vertice G8 e, per poco, si ripeteva l’anno successivo nella città di Firenze; quella che, quando un esponente del centrodestra che si chiama Borghezio o Calderoli, prepara un sit-in e blocca il suo comizio che, per quanto possa essere intriso di sentimento xenofobo (i sociologi direbbero comunque che questo è un pregiudizio), ha comunque diritto di essere liberamente tenuto (siamo o no in democrazia? c’è o no la libertà di espressione?); quella, infine, grazie alla quale il governo Prodi ha ottenuto (macché) la maggioranza dei voti alle Politiche e governerà per cinque anni.
Se ogni volta i dirigenti della Sinistra prendono le distanze da fatti incresciosi commessi “da pochi delinquenti” (è così che sovente si eufemizza) e sulla stessa scia li segue anche Bertinotti, per quale motivo poi quest’ultimo candida a concorrere nella sua lista un soggetto che di quei (assai numerosi) malviventi è uno dei capi?
Un elettore moderato del centrosinistra che votando Prodi ha espresso volontà di cambiamento può dirsi veramente felice di una compagine (se pur minoritaria ma, proprio per questo, potenzialmente ricattatoria) che è parte della coalizione di Governo per cui ha votato? Può sentirsi veramente rappresentato da certi elementi davvero pericolosi per la democrazia? Sono quelli del 25 aprile i primi risultati del cambiamento annunciato dalla sinistra? Il problema è gravissimo, tanto più alla luce del fatto che è paradossale, anacronistico e pericoloso che esistano ancora partiti che adottino come simbolo la falce ed il martello e che aspirino a rifondare il comunismo. E’ come se esistesse un partito che adottasse la svastica e fosse denominato “Rifondazione nazista”. Il solo leggerlo mette i brividi. Evidentemente non è così per una fetta dell’elettorato italiano che vale anche oltre dieci punti percentuali.
Un’altra questione rilevante secondo me è la seguente: si è anche solo parzialmente accennato ai reali artefici della vittoria sul nazifascismo, vale a dire gli americani? Risposta affermativa: quando tutti hanno visto bruciare le bandiere americane. Perché, è vero, tanto merito bisogna riconoscere ai partigiani (dei quali, mi dispiace, ma solo una parte minoritaria era di fede comunista), ma la verità storica non può essere tenuta nascosta o meglio strumentalizzata da coloro che da 60 anni detengono il monopolio della festa del 25 aprile. L’anno scorso, in occasione del sessantesimo anniversario dalla Liberazione, la visita in Italia di Bush, cioè del Presidente di quella nazione che la Sinistra odia, è stata fatta passare sotto silenzio.
Desidero aggiungere un’ultima “chicca” che mi piacerebbe tanto se l’ambasciatore israeliano in Italia leggesse, dopo ciò che ha detto con riguardo alle bandiere israeliane bruciate: Sua Eccellenza Gol, lei ha definito la gente che ha bruciato le bandiere del Suo Paese “fascisti di sinistra”. La devo correggere: quella gente va chiamata col suo nome, cioè comunisti. Se proprio vuole, il corrispettivo di comunisti a destra non è fascisti, ma nazisti. La storia insegna così. Non c’è poi da scandalizzarsi se si scopre che i comunisti sono antisemiti tanto quanto i nazisti: sono per natura atei (non che per questo voglia fare un’associazione fra atei ed antisemiti) e già Carl Marx era antisemita o meglio, sicuramente antigiudaico.
Alberto Gasparetto.
27
2006
Afroscopia: indagine su un continente al di sotto di ogni aspetto
Vi segnalo un’occasione da non perdere.
AMANI Ong Onlus organizza a Bologna, con il patrocinio dell’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, una conferenza dal titolo “Indagine su un continente al di sotto di ogni aspetto”, nel giorno di domenica 14 maggio 2006, Aula Absidale di S. Lucia Via de Chiari, 25/a.
Di seguito il programma dell’intera giornata:
Mattino, dalle ore 9,30
Saluto di benvenuto
Roberto Grandi (Pro Rettore per le Relazioni Internazionali e docente di Comunicazione pubblica e Comunicazioni di massa presso l’Università di Bologna)
Presentazione della Giornata
Gian Marco Elia (presidente Amani Onlus ONG)
Culture, etnie, identità. Africa “autentica”, Africa “moderna”.
Marco Aime (docente di Antropologia culturale -Università di Genova)
Religioni a confronto nell’Africa contemporanea e loro peso nella cultura e nello sviluppo.
fr. Kipoy Pombo (docente di Antropologia filosofica e Religioni tradizionali africane -Università Urbaniana- Antropologia culturale e sociologica al Teresianum di Roma)
Interventi del pubblico e domande ai relatori
Pomeriggio, dalle ore 14,30
Le guerre in Africa: troppe, tribali, insensate… Oppure no?
Giovanni Carbone (docente di Scienza politica -Università degli Studi di Milano)
Cause della povertà in Africa: endogene? Esterne?… Qual è il posto del continente in un mondo globalizzato?
Jean Léonard Touadi (giornalista e conferenziere)
Interventi del pubblico e domande ai relatori
Andare in Africa, come e perché. Conclusioni della giornata.
P. Renato Kizito Sesana (missionario comboniano a Nairobi; giornalista; socio fondatore di Amani Onlus ONG)
Moderatori:
Fabrizio Floris (dottore di ricerca in Sociologia dei fenomeni territoriali ed internazionali; docente all’Università di Torino)
Pier Maria Mazzola (giornalista)
La giornata si chiuderà alle ore 18 con l’intervento musicale di: Mikrokosmos – Coro Multietnico di Bologna diretto dal M° Michele Napoletano – www.mikrokosmos-cm.it
ATTENZIONE: Ingresso libero. E’ cortesemente richiesta adesione da inviare entro l’8 Maggio 2006 a: afroscopia@fastwebnet.it
Per guardare il volantino completo con ulteriori informazioni e contatti CLICCA QUI o il link sottostante:

27
2006
Politica Internazionale al Sacco
Segnalo una bella iniziativa che sta per partire all’Università di Padova.
Gentili membri della comunità universitaria, L’Osservatorio studentesco sulla politica internazionale “Altiero Spinelli” – associazione culturale indipendente di studenti costituita presso la Facoltà di Scienze politiche – desidera invitarvi a partecipare al primo incontro del café internazionale “Politica internazionale al sacco”. L’incontro avrà luogo mercoledì 3 maggio 2006 dalle 12,30 alle 14,00 presso l’aula N della Facoltà di Scienze Politiche. All’introduzione del dott. Mirko Sossai (LUISS – Roma), seguirà un dibattito animato – nelle nostre intenzioni – da docenti, studenti e studentesse di Scienze politiche, Giurisprudenza e anche di altre Facoltà, nonché rappresentanti dell’associazionismo padovano.
“Politica internazionale al sacco” nasce come momento di scambio e riflessione su temi di attualità internazionale e vede anzitutto la partecipazione di giovani ricercatori (i quali sono chiamati ad introdurre brevemente il tema del giorno) e di studenti e studentesse della nostra associazione nella veste di discussants-facilitatori del dibattito. Quest’ultimo – che non a caso si tiene all’ora di pranzo – intende svolgersi in maniera informale. Sul sito internet dell’iniziativa, http://ospi-spinelli.blogspot.com/ é possibile reperire lo schema della presentazione “magistrale” (con una serie di riferimento bibliografici) ed il calendario dei prossimi appuntamenti di “Politica internazionale al sacco”. L’iniziativa viene ospitata dalla Facoltà di Scienze politiche e gode del supporto del Dipartimento di studi internazionali.
Augurandoci di poterla incontrare mercoledì prossimo o in una prossima occasione, la invitiamo anche – se riterrà opportuno – ad estendere questo invito ai vostri colleghi e alle vostre colleghe, ai collaboratori e collaboratrici, agli studenti e alle studentesse.
26
2006
Politica prezzi benzina!
Riporto qui di seguito un messaggio che sta girando via mail. Lo ritengo interessante, ma anche bisognoso di un’ettenzione maggiore ai meccanismi economici dell’OPEC, che di sicuro agisce tramite complesse manovre di mercato. Comunque l’idea c’è… che ne pensate? E’ realizzabile o si devono considerare altre variabili? Siete tutti invitati a discuterne nei commenti… vi aspetto!
COME AVERE LA BENZINA A META’ PREZZO
Siamo venuti a sapere di un’azione comune per esercitare il nostro potere nei confronti delle compagnie petrolifere. Possiamo far abbassare il prezzo della benzina ai colossi del petrolio, senza dover rinunciare ad acquistare benzina!!! Anche se non hai la macchina per favore fai circolare il messaggio agli amici. E’ un’idea geniale! Si sente dire che la benzina aumenterà ancora fino a 1.40 euro al litro. Possiamo far abbassare il prezzo solo se ci muoviamo insieme, in modo intelligente e solidale. Ecco come. Posto che l’idea di non comprare la benzina un determinato giorno ha fatto ridere le compagnie (sanno benissimo che, per noi, si tratta solo di un pieno… differito, perché alla fine ne abbiamo bisogno!), c’è un sistema che invece li farà ridere pochissimo, purché agiamo in tanti. La parola d’ordine è: colpire il portafoglio delle compagnie senza lederci da soli. I petrolieri e l’OPEC ci hanno condizionati a credere che un prezzo che varia tra 0,95 e 1 euro al litro sia un buon prezzo, ma noi possiamo far loro scoprire che il prezzo conveniente é la metà. Ormai i consumatori hanno scoperto che possono incidere moltissimo sulle politiche delle aziende, e basta decidere di usare il potere che abbiamo. La proposta è che, da qui alla fine dell’anno, non si compri più benzina delle due più grosse compagnie, SHELL e ESSO, che peraltro ormai formano una compagnia soltanto. Se non venderanno più benzina, saranno obbligate a calare i prezzi. Se queste due compagnie calano i prezzi, le altre dovranno per forza adeguarsi. Per farcela, però dobbiamo essere milioni di NON CONSUMATORI di benzina ESSO e SHELL, in tutto il mondo. Questo messaggio, proveniente dalla Francia, è stato inviato a una trentina di persone; se ciascuna di queste aderisce e a sua volta lo trasmette a… diciamo una decina di amici, siamo a trecento. Se questi fanno altrettanto, siamo a 3000, e così via. Di questo passo, quando questo messaggio sarà arrivato alla… settima generazione”, avremo raggiunto e informato trenta milioni di consumatori! Inviate dunque questo messaggio a dieci persone, chiedendo loro di fare altrettanto. Abbiamo calcolato che, se tutti sono abbastanza veloci nell’agire, potremmo sensibilizzare circa 300 milioni di persone in otto giorni. E’ certo che, ad agire così, non abbiamo niente da perdere, non vi pare?
22
2006
BIOGAS, SOLUZIONE A PIà™ PROBLEMI
Le recenti vicissitudini riguardanti il gas metano importato hanno confermato la generale carenza di energia rispetto alla domanda. Associate alla necessità di rispettare gli accordi del protocollo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni inquinanti, hanno manifestato in maniera ancor più pressante l’esigenza di orientarsi a nuove fonti energetiche rinnovabili. In occasione del convegno di lunedì 6 marzo dal titolo “Energia dall’agricoltura. Elettricità e calore fornito da biogas e biomasse legnose” organizzato dal Comune di Godeva di Sant’Urbano in occasione dell’antica Fiera paesana, sono state presentate alcune prospettive concrete per l’utilizzo di biogas, biomasse legnose, biodisel e oli v vegetali per la produzione di energia elettrica da parte delle aziende agricole. A dimostrazione è stata portata l’esperienza di un’azienda zootecnica dotata di un impianto per la produzione di energia elettrica da biogas in provincia di Bologna oltre all’intervento di Sandro Piccinini, ricercatore del Centro Ricerche produzioni agricole di Reggio Emilia e dell’amministratore delegato Uniconfort Srl di Padova, Devis Zinetti.
“Negli ultimi anni il settore agricolo e forestale sta acquisendo un ruolo maggiore nel comparto energetico grazie al progressivo affermarsi di nuove tecnologie che consentono agli imprenditori agricoli di produrre energia pulita e rinnova bile. Rimangono ancora alcuni aspetti normativi da chiarire e risolvere per un settore che potrà avere un concreto sviluppo”, commenta Mario Berton, presidente di Aiel (Associazione italiana energie agroforestali) di Padova, presente al convegno.
“Parliamo di forme organizzate di imprese che hanno lo scopo finale di generare reddito per l’imprenditore, che in questo caso è l’agricoltore, il cui settore produttivo non è quello agroalimentare ma quello energetico. Il tema delle imprese agrienergetiche oggi appare ancora più ricco di opportunità e di interesse anche per il fatto che la questione energetica rappresenta un elemento strategico delle politiche di sviluppo e ambientali. Sono sempre più numerosi gli esperti internazionali che stimano una riduzione delle riserve complessive di petrolio con tempi più ridotti di quanto già previsto, soprattutto per effetto dell’incremento della domanda mondiale d’energia (+ 60% entro il 2020) che nei paesi in via di sviluppo è maggiore. Dall’altro lato cresce l’interesse per le fonti energetiche rinnovabili che hanno raggiunto già oggi in molti paesi del nord Europa quote non trascurabili. Inoltre il continuo rialzo del costo del petrolio e dei suoi derivati rende sempre più vantaggioso il ricorso alle rinnovabili”.
Da l’Azione del 12/03/06
20
2006
Primo incontro-testimonianza per il Gruppo Missionario Giovani della forania di Motta di Livenza

Venerdì 28 aprile si terrà a Motta di Livenza, provincia di Treviso, il primo incontro-testimonianza organizzato dall’appena nato Gruppo Missionario Giovani della forania Mottense (e dintorni). Alle ore 20.45, nel Patronato don Bosco, Fratel Claudio, comboniano di Padova, condividerà, con i giovani che saranno presenti, la sua esperienza di Missione in Colombia e qui in Italia. Sono invitati tutti i ragazzi dai 18 ai 30 anni circa, per cominciare il cammino di questo gruppo confrontandosi sulle realtà in cui vivono gli ultimi del mondo e su cosa possiamo fare NOI qui, a casa nostra. Vi aspettiamo in moltissimi!
Guarda il volantino della serata
e aiutaci a divulgarlo
(pdf 1.4 Mb o zip 0,5 Mb):
14
2006
L’ITALIA DOPO PROVENZANO

immagine tratta da www.rai.it
La notizia arriva la mattina dell’11 aprile, quasi nascosta di fronte alla grave crisi istituzionale generata dal voto delle ultime elezioni politiche: Bernardo Provenzano, da anni ritenuto il capo di Cosa Nostra è stato arrestato in una malconcia casetta nella campagna di Corleone.
Ultimo alto rappresntante dei Corleonesi, Provenzano rappresenta quella mafia che andò al potere alla fine degli anni settanta, portando nella lotta allo Stato la componente della violenza, costruendo una forza non più solo economica e politica (come era stata sino ad allora) ma anche militare. Ne venne fuori una mattanza, un sistema di faide per il controllo del territorio, un clima da regolamento di conti che non ha risparmiato ogni sorta di violenza: una su tutte l’assassinio del giovane Giuseppe Di Matteo, un bambino colpevole di essere figlio di un pentito, che venne stuprato e sciolto nell’acido.
La storia della lotta alla mafia è ormai nota a tutti, quello che è meno noto è se e come essa stia continuando. In sostanza è questo che ci si domanda dopo gli arresti eccellenti dei nuovi pentiti, da Giovanni Brusca a Antonino Giuffrè.
Ma di mafia si parla sempre meno; ha smesso (ha mai iniziato?) la politica, ha smesso l’informazione, ma è rimasta la società civile. Sono i ragazzi di Locri, sono i rapresentanti di Libera…e lo Stato?
la legge 45/2001 ha recentemente rivisto la posizione de pentiti che, oltre a elementi indiscutibilmente validi come la necessità di scontare almeno 1/4 della pena prima di accedere ai benefici, la fine dei trattamenti principeschi, la maggiore tutela sociale ed economica delle vittime che collaborano con la gustizia include anche elementi più discutibili, a cominciare dalla limitazione a sei mesi del tempo concesso al pentito per dire tuto ciò che sa (è innegabile che da sempre l’apporto dei mafiosi avviene con tempi più lunghi, ma sarà comunque interessante vedere l’applicazione di questa norma, un ottimo bancodi prova lo sta offrendo il caso di Antonino Giuffrè a cui si applica questa norma)
Armando Spataro, giudice e membro del Consiglio Superiore della Magistratura ha denunciato gli effetti della riforma dei pentiti, che comporta l’accesso al programma di tutela familiare solo per i conviventi con il pentito, inoltre prevede la necessità di portare elementi nuovi alle indagini (mentre la mafia teme maggiormente la coerenza dei diveersi pentiti).
Altra questione controversa, denunciata da Libera, è la proposta di riforma della legge sui beni confiscati alla mafia per cui si prevede la possibilità di recupero da parte di chiunque abbia diritto e senza limiti di tempo, dei beni confiscati.
Tutte cose di cui non si parla, ma che vivono nel silenzio delle cronache…proprio come la mafia.
“in Sicilia la mafia uccide i servitori dello Stato, che lo Stato non è riuscito a proteggere” scriveva Giovanni Falcone, e ancora oggi la protezione dello Stato non si vede, mentre le nuove mafie, come la camorra e la n’drangheta, che hanno conservato quasi intatto il loro sistema di omertà, ritornano a governare il territorio.
L’Italia dopo Provenzano deve dare queste risposte, dato che Provenzano appartiene al passato e il suo unico contributo potrebbe eventualmente derivare dalle sue dichiarazioni.
Si apre ora una sfida di credibilità per lo Stato, che deve fare molti passi ,perchè dai tempi del maxi processo del 1992 che sancì la fine dell’impunibilità mafiosa, dai tempi dell’arresto di Totò Riina, non molto è cambiato.
Occorre il coraggio di scelte strategiche e politiche
Intanto si è aperta negli ultimi giorni la polemica dovuta al ritrovamento nella casa di Provenzano di opuscoli su uno dei candidati alla Presidenza della regione; un atto grave, qualsiasi sia il punto di vista da cui lo si guardi, sul quale si deve fare piena chiarezza
Occorre fare piena luce sull’assassinio di Francesco Fortugno, mentre in realtà abbondano le piste; occorre controllare in maniera più approfondita il sistema sanitario e quello occupazionale, degli appalti e dei traffici illeciti.
Su questo terreno si misuererà la credibilità del futuro governo, ma soprattutto del legislatore (quindi di maggiornaza ed opposizione).
Come sarà l’Italia dopo Provenzano?








