
(immagine tratta da http://www.lospettro.it)
Apprendiamo stasera dai siti internet di informazione che, nel carcere del Tribunale Penale Internazionale, Slobodan Milosevic, ex presidente serbo accusato dal TPI di crimini di guerra, contro l’umanità ( persecuzione, deportazioni e omicidio) e genocidio , si è spento. Il tribunale ha avviato immediatamente un indagine per conoscere le cause del decesso, anche se il Ministro degli Esteri francese Philippe Douste-Blazy ha emesso un comunicato in cui si afferma che la morte sia avvenuta per cause naturali. Da qualche tempo Milosevic affermava il rischio di restsre vittima di un attentato, e il suo stesso avvocato riferiva di tale eventualità. Tuttavia da tempo l’ex leader serbo soffiriva di cuore, problema che stava ritardando la conclusione del procedimento a suo carico, che avrebbe dovuto verificarsi entro il 2007.
Sarebbe inutile cercare qui di ripercorrere la vicenda martoriata della ex Jugoslavia, che per altro non può certamente essere ripercorsa da un procedimento giudiziario, per quanto significativo. Certamente bisogna sempre distinguere tra la storia di un conflitto e quella di un processo, ma va anche detto che agli occhi della società civile mondiale questo processo ha rappresentato molte sensazioni, sensazioni molto diverse tra loro.
Certamente destò stupore la notizia della sua traduzione nei carceri internazionali dell’Aja, avvnuta la notte del 29 giugno 2001
Ma da quel momento il processo entrò in una fase di stasi, e forse molte delle aspettative non vennero mai accontentate: il processo ovviamente si dimostrò molto complesso e i suoi fondamenti vennero messi molte, troppe volte in discussione; la Costituzione jugoslava vietava l’estradizone e questa fu resa possibile dall’adozione di un semplice decreto governativo del nuovo presidente Kostunica.
Oltre a ciò, molti giuristi hanno sempre mostrato dubbi sul fatto che Milosevic fosse giudicato da un tribunale finanziato fortemente anche dai paesi NATO e presieduto da un giudice americano May, cui succedette l’italiano Antonio Cassese. Un processo in cui molte prove, smepre secondo i critici, erano state portate da funzionari ritenuti vicini agli USA.
Tuttavia il Processo ha cercato di raccontare i massacri e le violenze che rendevano l’ex Presidente imputabile: dalle 45 vittime di Racak a quello di Bela Crkva con 77 vittime, a quello di Velika Krusa (105 vittime); oltre alle persecuzioni, le violenze, la pulizia etnica. Per non dimenticare le 8.000 vittime musulmanse della strage di Sebrenica
Cala così il sipario su tutto questo, e tutto sommato non c’è da rammaricarsi per il dato giuridico, poichè la sentenza di condanna era praticamente scontata; tuttavia l’assenza di questa sentenza ci lascia il dubbio sugli effetti che avrebbe avuto. Personalmente, mi domando cosa avrebbero pensato le vittime, cosa avrebbero provato; le notizie conosciute sul processo mi hanno dato l’impressione dell’assenza del ruolo delle vittime: esse per regolamento possono solo essere chiamate a testmoniare, non sono giuridicamente parti in causa e non hanno diritto ad alcun risarcimento; inoltre il procedimento ha offerto momenti particolarmente tristi proprio durante le deposizioni delle vittime: non riiuscivano a guardare in faccia Milosevic e spesso restavano incalzati dai controinterrogatori, che l’ex presidente teneva personalmente, usando tutta la sua abilità politica su gente incapace di sostenere un dibatito serrato.
Ciò che serve ora alla giustizia penale internazionale, a mio giudizio, è una forte ripresa dell’attività investigativa e giudiziaria; in particolare è importante, come hanno affermato gli stessi inquirenti, arrestare gli altri responsabili delle tragedie, Mladic e Karadzic.
La morte di Milosevic appare come una nuova sfida lanciata alla giustizia penale internazionale, nella quale Milosevic non credeva, e che finisce così per mettere sotto accusa con la sua stessa morte.
A questa giustizia e alla società civile internazionale che la sostiene spetta il compito di raccogliere la sfida
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