Le Generazioni Future Possono Aspettare
“Avevo messo da parte, proprio mentre il Vescovo era qui, l’articolo di un quindicinale che seguo (quando arriva!) e che riguarda un fatto del Tchad; ora riesco a tradurne la parte più interessante e ad inviarla… penso possa dare un’idea di come vanno le cose da queste parti!… Ci sono anche rumori di guerra dichiarata al Sudan…” (don Egidio dal Ciad)
Più ancora che a Dallas, il romanzo petrolifero del Ciad ha sempre un forte odore di zolfo; e dopo circa 40 anni dalla sua scoperta a Doba, il petrolio continua a suscitare polemiche. Ultimo, recente episodio: la rottura, ormai fatto compiuto, tra la Banca Mondiale ed il regime del presidente ciadiano Idriss Déby riguardo la gestione delle entrate del petrolio. Fino ad ora, tale gestione era regolata da un accordo tra N’Djamena e l’istituto bancario, firmato nel 1999. Secondo tale accordo, la Banca Mondiale avrebbe sostenuto il progetto petrolifero del Tchad, e questi, in contropartita, si impegnava a gestire le entrate da esso derivanti (12,5% della vendita diretta del petrolio) secondo una regola stretta e trasparente. Tale regola prevedeva soprattutto la destinazione del 10% di tali entrate ad un fondo speciale destinato alle generazioni future, da depositare su un conto bloccato, presso la Citibank di Londra. Ma, senza consultare la Banca Mondiale, le autorità ciadiane hanno deciso di modificare il contratto. Il 29 dicembre scorso, una legge votata dal Parlamento cambia la “regola stretta e trasparente”, e svuota della sua sostanza un testo che doveva rendere il Tchad un modello in materia. La nuova legge sopprime il fondo per le generazioni future ed aumenta la parte di entrate utilizzabili direttamente dal Tesoro nazionale, senza alcun controllo esterno. In altre parole: mentre l’essenziale delle entrate doveva finanziare progetti riguardanti educazione, sanità, sviluppo rurale, infrastrutture e gestione dell’acqua, le modificazioni introdotte permettono di includere “sicurezza e gestione del territorio” come settori giudicati prioritari.
Dopo inutili tentativi di dialogo e pressioni, il 6 gennaio scorso la Banca Mondiale annuncia che sospende ogni rimessa di fondi per i progetti in corso in Tchad: va così in fumo un montante di 124 milioni di dollari…
Una punizione decisa ai più alti livelli e giustificata dallo stesso presidente della Banca Mondiale, Paul Wolfowitz, che denuncia una “rottura di contratto”. In risposta, il governo ciadiano si dichiara “sorpreso per la brutalità di tale reazione”, e giustifica la sua decisione allegando gravi tensioni in ambito alla tesoreria nazionale. …
Per le ONG e l’opposizione ciadiana, questo nuovo episodio non fa che confermare quanto tutti annunciavano fin dall’inizio del progetto, e si dicono convinte che tale rottura era inevitabile, “tanto il regime è sprofondato nello sperpero e nella corruzione”. Soprattutto, aggiungono, l’appetito delle autorità è cresciuto a dismisura in questi ultimi mesi, con il sorgere di movimenti ribelli all’est del paese, con l’ammutinamento di parte dell’esercito e l’abbandono del presidente da parte di membri della sua stessa etnia. Secondo loro, la manovra è chiara: - Il presidente vuole usare i soldi del petrolio per fare la guerra! - E non sarebbe il primo desvio di soldi: il Comitato per la riduzione dei debiti dei paesi del Terzo Mondo denuncia che già nel 2003, dal primo bonus di entrate del petrolio versato come anticipo, 7,4 milioni di dollari si sarebbero volatilizzati…
Malgrado tentativi di mediazione, soprattutto della Francia, la collaborazione tra Tchad e Banca Mondiale sembra realmente morta e sepolta. Da parte ciadiana, la revisione della legge è considerata una questione di sovranità nazionale; per la Banca Mondiale, il “modello ciadiano”, tanto lodato nel 1999, sembra definitivamente condannato.
La cosa più importante: quali saranno le conseguenze di tutto questo?
Concretamente, il Tchad otterrà il trasferimento immediato al Tesoro nazionale di 36 milioni di dollari, già depositati sul fondo per le generazioni future. In contropartita, la credibilità della sua amministrazione va a rotoli: la rottura di un accordo scritto scuote fortemente la fiducia di eventuali investitori internazionali, poco disposti a prendere rischi dalle conseguenze incerte. - Ugualmente, le compagnie d’assicurazione aumenteranno le loro tariffe quando qualcuno domanderà di garantire un progetto industriale o commerciale in Tchad. - Quanto agli altri finanziatori (FMI in testa) non è escluso che ridurranno drasticamente i loro impegni in favore di N’Djamena. - Addirittura, il Tchad potrebbe perdere il beneficio della riduzione del debito dei paesi poveri, stimato 1,25 miliardi di dollari! In ogni caso, è impossibile misurare con precisione le ripercussioni della rottura voluta ed avvenuta. Ma una cosa è senz’altro chiara: esse saranno catastrofiche per uno dei paesi (produttori di petrolio!) più poveri del mondo.
(Jean-Dominique Geslin, in “Jeune Afrique intelligent”, n° 2349, del 15-21.01.2006, p.44-45)


