Don Luigi Ciotti: Un Prete Da Marciapiede


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Volevo proporvi in tutta semplicità questa bella testimonianza che don Luigi Ciotti ancora una volta “ci regala”. In questa intervista, tratta dalla rivista bimestrale “Solidarietà Internazionale“, emerge in modo forte il vissuto di una persona che sta dedicando la vita agli ultimi, che ogni giorno lotta accanto a loro per sete di giustizia, richiando, “pagando di tasca propria” la fatica di camminare con speranza su strade ormai dimenticate…

Vi invito poi a visitare il sito del Gruppo Abele, fondato e coordinato da don Luigi e ad ascoltare le altre sue testimonianze che sono state a suo tempo segnalate nel blog. (CLICCA QUI 1 - CLICCA QUI 2)

Don Luigi Ciotti
Un prete da marciapiede

a cura di Nicola Perrone

“E’ testardo e cocciuto come le montagne dove è nato, don Luigi. Ma anche dinamico e attento come chi ha passato la sua vita non in case di mattoni bensì sulla strada. Quella strada che gli ricorda il suo passato di bambino che doveva seguire il padre migrante in cerca di lavoro. Una strada lunga come tutta la sua vita, ma segnata anche da tappe importanti. Come quella che 40 anni lo ha portato a fondare il gruppo Abele. Un itinerario che lo porterà da Pieve di Cadore dove è nato a Torino. La città che per tanto tempo è stata la meta di tante famiglie italiane che cercavano un luogo dove vivere. La Torino della Fiat, ma anche di Padre Pellegrino. Uno sconosciuto professore che Paolo VI aveva voluto alla guida di quella Chiesa. Sarà l’incontro con lui e con la tradizione e i santi di quella Chiesa che lo porteranno a diventare - in nome di una solidarietà che non può essere episodica, ma quotidiana - a diventare prete e prete di strada.

“Don Luigi, perché ti sei fatto prete?

Avevo 17 anni, frequentavo la parrocchia, l’oratorio, ero all’Azione cattolica, facevo quello che oggi si direbbe “l’animatore”. Un giorno, mentre andavo a scuola, in tram, ho incontrato un uomo. La sua casa erano due sacchi di juta. Viveva su una panchina, e leggeva un libro che sottolineava con una matita blu e rossa. Dentro di me si è scatenata una serie di domande: “Perché vive così? Perché è su quella panchina? Che cosa posso fare io?”. Vedi, io credo che gli incontri che facciamo non sono mai scontati, ma devono diventare per noi una continua provocazione. Sono sceso dal tram con la timidezza tipica di un ragazzo. Mi sono avvicinato. Ho chiesto se aveva bisogno di qualcosa. Non mi ha risposto. Capivo che mi sentiva, ma si era ripiegato su se stesso. Aveva staccato la spina della comunicazione. La cosa è andata avanti. Fino a quando lui ha capito la mia sincerità. Un giorno mi ha risposto ed è nata un’amicizia fortissima. Da una parte un ragazzo come me e dall’altra un uomo adulto, arrivato alla disperazione per una vicenda drammatica che lo aveva portato a mettersi ai margini. Lui era un uomo competente, un medico. Di fronte alla panchina dove di solito stava c’era un bar. E lui osservava i ragazzi che entravano e uscivano per prendere le anfetamine. All’epoca ‘droga’ era una parola sconosciuta agli italiani. E lui mi disse: “Vedi questi giovani. Prendono farmaci, le anfetamine. Bevono alcool. Si fanno la ‘bomba’. Si drogano. Io sono stanco, vecchio, malato. Ti ringrazio per la tua amicizia, ma fa’ qualcosa per loro”. E’ nato di lì il Gruppo. Poco dopo ho deciso anche di andare in seminario. Nel 1972 sono stato ordinato prete da padre Michele Pellegrino che mi ha detto: “ti affido una parrocchia. La tua parrocchia sarà la strada”.

“La tua valutazione sul modo di affrontare le tossicodipendenze oggi.

Inquietante, perché nella testa di qualcuno c’è l’idea che si possa educare per legge. La legge non può pretendere di racchiudere in sé stessa, da sola, la dimensione educativa. Deve solo creare gli strumenti per garantire la possibilità di una vera e propria azione educativa. Nessuna legge, ad esempio, è mai stata capace di ridurre i consumi…

“Strada, disagio, droga, prostituzione, tratta, mafia. Tanti fronti aperti, spesso anticipando i tempi.

Sai perché? Innanzitutto perché c’è un gruppo. Poi la strada. La strada è la grande protagonista, è il luogo, il “topos”. Dell’incontro. Della festa. Delle provocazioni. Ma anche delle grandi contraddizioni. Noi siamo lì, sulla strada. La strada continua e deve essere simbolicamente, ma anche praticamente, il punto di riferimento. La strada è il filo rosso del passaggio dai giovani, alla droga, alla lotta alla prostituzione e alla tratta, fino ad arrivare alla lotta alla mafia. La strada è luogo di incontro, ma anche di
disperazione. Di chi ha perso ogni speranza. Di chi batte sulla strada. E’ la scuola di vita. Ed è anche il luogo da cui guardare oltre. Dalla strada, soprattutto nei grandi centri, dobbiamo anche imparare ad alzare la testa, incontrando questi enormi palazzi dove c’è gente che è chiusa dentro. Dobbiamo infatti avere attenzione non solo verso gli esclusi, ma con la stessa dignità e forza, anche verso gli inclusi. C’è un mondo di inclusi che è disperato, alla ricerca di un senso, di un significato.

“Come nasce Libera?

Libera ha avuto un pregio: uscire dalla sola Sicilia, come associazione anti-mafia nazionale, e poi uscire solo dallo specifico della lotta alla mafia, allargandolo alla legalità, contrastando tutte le criminalità e le mafie. Oggi è anche internazionale. E poi il grande lavoro di informazione con la scuola. Ma soprattutto confischiamo i beni mafiosi: gli portiamo via quello che è il loro potere, il loro
portafoglio, col quale possono corrompere. Impediamo il riciclaggio di quel denaro sporco, che, se pulito, penetra nei vari segmenti della società, con aziende, con alberghi con operazioni finanziarie. Abbiamo sottratto tutto questo. Questa è stata la grande operazione di Libera, la legge sulla confisca, e oggi esistono cooperative nei territori confiscati in Sicilia, in Campania,
in Puglia, in Calabria. Anche per questo ho ricevuto minacce concrete, e vivo protetto e “sotto scorta”.

“Don Luigi, nella tua vita hai detto, scritto e fatto tante cose. Sei ritenuto da qualcuno scomodo, nemico. Altri ti seguono e stanno con te sulla strada. Se ti chiedessi quale è per te il centro della tua esperienza.

Ho avuto nella mia vita anche l’esperienza della malattia che mi ha aiutato molto. Anche a relativizzare la mia persona. Quando sei malato ti senti molto fragile, piccolo, impotente, proprio una piccola cosa. Questo ti aiuta a dare la giusta misura alle cose, …
La strada è il luogo privilegiato della grande provocazione: la società corre e si sta svuotando di valori, di contenuti. Che me ne faccio di un treno veloce che porterà le merci, collegherà l’Europa, quando poi in questa Europa la gente non comunica, non parla, passa indifferente di fronte alle gabbie degli immigrati e ai morti di freddo senza dimora? Che senso ha costruire il ponte di Messina se non si creano collegamenti tra le persone? Fatto così il ponte di Messina non unirà due coste, ma due cosche.

articolo tratto da www.cipsi.it

 

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