LA VITTORIA DI PAMUK E Il DIRITTO DI ESPRESSIONE IN TURCHIA

Orhan Pamuk è uno scrittore, un autore di testi a carattere storico, come tanti ve ne sono in Europa e nel mondo; la sua sarebbe una carriera come tante, se non ofsse per il paese al quale al appartiene: la Turchia. Recentemente, una sua pubblicazione che riprendeva il genocidio del popolo armeno, compiuto dalla Turchia tra il 1915 e il 1917, e che costò la vita a 1 milione di morti; una pagian di storia, la pagina dell’”Olocausto Armeno”. Il testo di Pamuk ha risvegliato antichi nazionalismi, non del tutto sopiti, e gettato una paurosa ombra sulla reale “diversità” della Turchia, rispetto agli altri governi di matrice Musulmana nel mondo. Nell’ambito del processo di integrazione della Turchia, questo processo è apparso da subito come un grave errore politico, anche perchè rispetto agli altri casi di violazioni dei Diritti Umani in questo paese, rispetto a questo caso forte è stato l’interessamento della stampa (e quindi della pubblica opinione) mondiale. Gia all’inizio del processo, il ministro degli Esteri Gul auspicava l’archiviazione del procedimento. I fatti gli hanno dato ragione: il 23 gennaio siè appreso della fine del procedimento. Cio che lascia l’amaro in bocca, è la modalità con cui ciò è avvenuto, ossia senza una reale presa di posizione delle istituzioni nazionali; infatti il Ministero della Giustizia, che avrebbe dovuto dare il nulla osta per il rinvii oa giudizio si è dichiarato “incompetente”, e di conseguenza i gudici non avendo più punti di riferimento hanno abbandonato il caso.
Politicamente è una vittoria dei diritti umani e delle pressione dell’UE (anche se è più che lecito ragionare sul ruoloche hanno potuto giocare lgi USA, molto interessati al futuro di un paese amico); giuridicamente però, è solo un atto “passivo”; in sostanza, si può ritenere che un pronunciamento netto del Ministero o dei Giudici a favore della libertà di espressione sarebbe stato un gesto più netto e giusto.
Questa vicenda insomma salva la forma ma lascia inalterata la sostnza del problema: i diritti umani in Turchia
Il rapporto di Amnesty International pone quesiti ancora senza risposta: le violenze impunite delle forze dell’ordine, che deovno rispondere di 21 omicidi privi di motivazioni valide; inoltre, le torture nelle carceri con privazioni di pane ed acqua.
Infine la libertà di espressione non garantita.
Tutto ciò stride ocntro la ratifica del protocollo opzionale 2 al patto sui diritti civili e politici ONU che sancisce la fine dell’applicazione della pena di morte in Turchia (si è resa così salval a vita all’ex leader del PKK Abdullah Öcalan).
Gesti importanti che hanno portato significativi cambiamenti nelle procedure penali del paese.
Questi gesti però, appaiono sempre come una concessione diplomatica all’UE, e non portano con se una reale maturazione politica dell’amministrazione del paese, che non porta avanti sul territiorio e all’interno delgi apparati di sicurezza una “cultura dela legalità e della dignità umana” che dovrebbe essere prorpia di ogni stato di diritto.
I diritti umani non possono essere imposti a nessuna comunità, ma sono il frutto di una lenta maturazione interna al paese che li adotta, sono una conquista di civiltà che non può essere portata da nesun patto, ne scambiata con nulla.
E’ bene che il governo turco capisca che quella dei diritti umani è una scelta di governo e di cultura, non una strategia politica; le istituzini di controllo nella UE e all’ONU, l’attività delle ONG e delle associazioni, sono pressanti e non impiegherebbero molto a scoprire e denunciare una falsa applicazione dei diritti.
I diritti umani obbligano a un confronto sincero e diretto. La Turchia potrà bloccare (e lo fa) uno, dieci o cento Pamuk, ma altrettante saranno le denuncie che subirà, con tutto ciò che politicamente comporta.
Un dibattito serio che coinvolga la società civile turca sarebbe il passo, questo davvero definitivo, verso l’accettazione dei diritti umani, che da sempre si identificano con un conceto cardine: il diritto di autodeterminazione dei popoli e il loro diritto di controllo e denuncia rispetto ai propri governi.















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