Si è svolta giovedì 12 gennaio con inizio alle ore 10 in aula Nievo al palazzo del Bò di Padova la prima conferenza dal titolo “L’Europa di fronte all’Islam” del ciclo di incontri “L’Europa e le sue identità”, promosso dal Dipartimento di Sociologia dell’Università di Padova e con la partecipazione dell’Associazione Italiana di Sociologia (AIS). Sono intervenuti Enzo Pace, professore ordinario di Sociologia e Sociologia delle Religioni presso la facoltà di Scienze Politiche di Padova e attuale presidente dell’International Society for the Sociology of Religion, Stefano Allievi, ricercatore presso il suddetto Dipartimento e segretario della sezione di Sociologia della Religione dell’AIS, Paolo Branca, dell’Università Cattolica di Milano e, l’ospite d’onore, Tariq Ramadan, professore all’Università di Oxford. La presenza di Tariq Ramadan ha suscitato non poche critiche vista l’ambiguità che molti intellettuali e politici nonchè una fetta dell’opinione pubblica musulmana gli attribuisce. Un’ambiguità che consisterebbe, secondo i suoi detrattori, nell’assumere posizioni talora moderate, talaltra estremistiche a seconda del pubblico che questi si trova davanti. Tutto ciò al di là dell’eredità che lo vede nipote di Hasan al-Banna, fondatore nel 1928 del movimento neofondamentalista dei Fratelli Musulmani in Egitto. Ma la sua presenza è stata possibile grazie al benestare del Magnifico Rettore dell’Università patavina Vincenzo Milanesi, il quale ha affermato che, pur essendo discutibili alcune tesi dell’intellettuale in questione, non si può di certo impedirgli di poter esprimere liberamente le sue opinioni perché ciò contrasterebbe con lo spirito aperto e democratico su cui si fonda l’Ateneo di Padova. Ha introdotto e moderato Enzo Pace, il quale ha subito precisato che, quando si parla di islam in Europa, il riferimento va fatto non tanto a persone immigrate quanto più a veri e propri cittadini europei che professano la religione islamica. Pace ha infatti avuto modo di sottolineare come ormai in diversi Paesi europei sono presenti musulmani di terza se non anche di quarta generazione: sarebbe quindi più corretto parlare non di “musulmani in Europa”, ma di “musulmani europei”, poiché si presume che questi siano ben inseriti nella nostra cultura.
Tariq Ramadan ha tenuto il suo discorso in lingua francese, spezzandolo in più parti e intramezzandolo da pause atte a consentire alla traduttrice di riferire all’assemblea sulla base degli appunti presi mentre il Professore parlava. (Personalmente ho trovato molto singolare questo modo di fare: la traduzione non è stata simultanea e mentre Ramadan alternava discorsi di quattro, cinque e anche sei minuti, la traduttrice riusciva a riportare il suo pensiero nel giro di al massimo due o tre minuti. Rispetto alla teoria che dipinge Ramadan come personaggio ambiguo, ritengo che il metodo scelto per tradurre il suo discorso non vada di certo nel senso di smentirla, tutt’altro…). Ramadan ha anzitutto precisato che bisogna distinguere fra “Europa” ed “Europa occidentale” perché, rifacendosi a quanto detto da Pace riguardo all’islam europeo, la distinzione è forse ancora difficile da capire, ma è innegabile che in zone come i Balcani – la città di Sarayevo per essere più precisi – non si può discutere l’esistenza di un islam europeo. In Francia – ha continuato Ramadan – c’è una sorta di resistenza psicologica ad accettare l’idea di islam europeo: viene utilizzato il termine SOUCHE per indicare gli autoctoni francesi residenti, rispetto a coloro che sono nati in Francia ma sono figli di immigrati musulmani (souche in francese è propriamente il ceppo, la famiglia, dunque per esteso chi è originario di un determinato luogo). Attualmente l’islam in Europa deve convivere con un grosso problema, legato in parte alla resistenza psicologica di cui ho poc’anzi detto, presente per esempio nella stessa Francia: il trattamento differenziato e penalizzante per le persone di origine maghrebina o arabo-musulmana, nell’accesso alle opportunità di realizzazione personale che la società offre. Chi legge la rivolta delle banlieue francesi con la lente della religione, commette un errore dal momento che alla base dei tumulti c’è un problema di sostanziale mancato inserimento nella società di questi figli di immigrati (o figli di figli): esistono insomma cittadini di serie A e di serie B e dunque il fattore religioso ha poco a che vedere con disuguaglianze che sono invece di natura socio-economica.
Ramadan nota un sentimento di paura molto esteso nell’Europa di oggi. Egli individua tre ragioni di fondo: a) l’ignoranza della gente nei confronti del mondo islamico che vede i musulmani troppo poco integrati nella società (io direi anche restii ad integrarsi); b) l’idea che pensa i musulmani non integrabili poiché diversi; c) la paura che essi siano addirittura troppo integrati, paura che siano un braccio non armato dell’islam radicale e che pacificamente e silenziosamente stiano colonizzando e “islamizzando” l’Europa. Ramadan rigetta la classica distinzione che viene operata quando si parla di islam, ossia quella fra un islam estremista ed un islam moderato. Il Professore ha precisato che questa è una semplificazione scorretta, poiché esistono in realtà molti islam, diversificati: razionalista, estremista, sufi… Inoltre ha sottolineato quanto ancor più scorretto sia considerare l’islam una realtà monolitica. Essa è una realtà complessa ed in continua trasformazione.
Tornando ai temi della cittadinanza e dell’identità, richiamati in occasione della rivolta delle banlieue in Francia, Ramadan ha espresso disgusto per il diverso trattamento riservato ai cittadini francesi di origine maghrebina e di religione musulmana da parte della società in cui vivono, che li ha di fatto relegati ad una rango inferiore rispetto agli “autoctoni”. A tal proposito ha citato un famoso detto di Amartya Sen, il quale sulla questione dell’identità afferma di essere “un vegetariano quando mangia, un poeta quando si trova in mezzo ai letterati”. In altre parole Sen ritiene che rispetto alla questione dell’identità ognuno si autodefinisce a seconda del contesto in cui si trova: così facendo, mette in discussione il primato di una identità sulle altre per un individuo. Ramadan ha decontestualizzato questo modo di autodefinirsi applicandolo alla presunta incompatibilità fra l’identità musulmana e quella europea. In sostanza, secondo Ramadan, un cittadino francese che professa la religione islamica dovrebbe essere messo nella condizione di potersi sentire tanto musulmano quanto cittadino francese, senza che una identità prevalga sull’altra. E dunque, senza che un principio come quello della laicità – tanto caro ai francesi – annichilisca la prospettiva per un musulmano di poter conservare la sua identità religiosa per l’affermazione della sola identità di cittadino francese. Ramadan ha proseguito asserendo che il discorso portato avanti dall’”extreme droite” francese (la campagna del governo francese nel senso di una sempre più incisiva penalizzazione di chi ha origine maghrebina, N.d.R) viene spaventosamente accettato dai francesi – Ramadan dice che i consensi arrivano al 73% – e le stesse idee sono ampiamente condivise anche in Italia e in Inghilterra. Il razzismo verso i musulmani è un problema attuale che – secondo Ramadan – ci riporta indietro agli anni ’30, quando le persecuzioni erano rivolte agli ebrei. Non solo. Egli ha sostenuto che è la stessa “cospirazione internazionale” a permettere di fare tale parallelismo con l’Europa di allora. Ciò sarebbe determinato dal fatto – sempre secondo il Professore – che oltre ad una crisi di carattere economico-sociale, l’Europa di oggi sta vivendo anche una grossa crisi identitaria.
Ramadan ha concluso il suo intervento richiamando le torture perpetrate nel carcere di Guantanamo da parte degli Stati Uniti d’America, cosa che rappresenterebbe sia un pericolo per l’affermazione nel mondo dei diritti umani, sia una difficoltà maggiore che incontrerebbe l’orizzonte islam a trasmetterci (a noi occidentali, N.d.R) il suo paradigma dei diritti umani. Successivamente il Professor Pace ha introdotto l’intervento di Paolo Branca. Questi ritiene che un problema che l’islam deve affrontare oggi in Occidente è la cattiva “mediatizzazione” che di esso viene fatta. Il riferimento è agli attentati terroristici: essendo questa la faccia dell’islam effettivamente più pubblicizzata, spesso si è portati a dare giudizi affrettati su una realtà di fatto più complessa. Branca ha riportato un episodio accaduto durante una puntata de “L’infedele”, programma condotto da Gad Lerner, di cui era ospite. In quella puntata era intervenuta anche una ragazza, membro dell’Associazione dei Giovani Musulmani d’Italia, la quale ha raccontato la sua esperienza nella scuola secondaria superiore che frequenta. Pur essendo credente nella religione islamica, non ha chiesto l’esonero per l’insegnamento della materia “Religione”, come invece molti ragazzi oggi fanno, dando una dimostrazione dell’apertura mentale che una persona che professa la fede musulmana può avere. L’episodio su cui Branca ha posto l’enfasi è stato quello in cui, terminato l’intervento della ragazza, un giornalista le ha chiesto più o meno con queste parole:” Perché se sei tanto buona, brava e integrata, non vai in Arabia Saudita a chiedere se aprono qualche Chiesa per noi cattolici?” Branca ha constatato che se un giornalista può pensare di imputare le cause della mancata reciprocità fra il sistema aperto e democratico che abbiamo in Occidente e quello chiuso e discriminatorio che esiste in molti paesi islamici, ad una ragazza che non ha nulla a che vedere con la monarchia saudita, ciò la dice lunga sulla percezione sbagliata che abbiamo dell’islam. In seguito è intervenuto Stefano Allievi, il quale ha fatto un corposo excursus storico dell’islam in Europa, precisando i cinque stadi di insediamento. Ha anche fatto un’osservazione molto acuta riguardo i comportamenti di molti occidentali in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001. Cos’è accaduto nelle coscienze di tanti europei? E’ avvenuta una improvvisa riscoperta della propria identità cattolico-cristiana. E questo è un atteggiamento molto visibile tra le persone di cultura occidentale (e quindi, aggiungo io, per forza di cose intrisi di una matrice culturale cristiana) atee: un atteggiamento per il quale “io mi sento cristiano, solo perché ci sono i musulmani”, che va sotto il nome di “identità reattive”. Un esempio ce l’hanno dato alcuni intellettuali “laici” come Oriana Fallaci e Marcello Pera, quando si sono battuti per la questione del crocefisso nelle aule scolastiche.
La conferenza si è conclusa con interventi da parte del pubblico cui hanno replicato i relatori.