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2006
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LA VITTORIA DI PAMUK E Il DIRITTO DI ESPRESSIONE IN TURCHIA

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Orhan Pamuk è uno scrittore, un autore di testi a carattere storico, come tanti ve ne sono in Europa e nel mondo; la sua sarebbe una carriera come tante, se non ofsse per il paese al quale al appartiene: la Turchia. Recentemente, una sua pubblicazione che riprendeva il genocidio del popolo armeno, compiuto dalla Turchia tra il 1915 e il 1917, e che costò la vita a 1 milione di morti; una pagian di storia, la pagina dell’”Olocausto Armeno”. Il testo di Pamuk ha risvegliato antichi nazionalismi, non del tutto sopiti, e gettato una paurosa ombra sulla reale “diversità” della Turchia, rispetto agli altri governi di matrice Musulmana nel mondo. Nell’ambito del processo di integrazione della Turchia, questo processo è apparso da subito come un grave errore politico, anche perchè rispetto agli altri casi di violazioni dei Diritti Umani in questo paese, rispetto a questo caso forte è stato l’interessamento della stampa (e quindi della pubblica opinione) mondiale. Gia all’inizio del processo, il ministro degli Esteri Gul auspicava l’archiviazione del procedimento. I fatti gli hanno dato ragione: il 23 gennaio siè appreso della fine del procedimento. Cio che lascia l’amaro in bocca, è la modalità con cui ciò è avvenuto, ossia senza una reale presa di posizione delle istituzioni nazionali; infatti il Ministero della Giustizia, che avrebbe dovuto dare il nulla osta per il rinvii oa giudizio si è dichiarato “incompetente”, e di conseguenza i gudici non avendo più punti di riferimento hanno abbandonato il caso.
Politicamente è una vittoria dei diritti umani e delle pressione dell’UE (anche se è più che lecito ragionare sul ruoloche hanno potuto giocare lgi USA, molto interessati al futuro di un paese amico); giuridicamente però, è solo un atto “passivo”; in sostanza, si può ritenere che un pronunciamento netto del Ministero o dei Giudici a favore della libertà di espressione sarebbe stato un gesto più netto e giusto.
Questa vicenda insomma salva la forma ma lascia inalterata la sostnza del problema: i diritti umani in Turchia
Il rapporto di Amnesty International pone quesiti ancora senza risposta: le violenze impunite delle forze dell’ordine, che deovno rispondere di 21 omicidi privi di motivazioni valide; inoltre, le torture nelle carceri con privazioni di pane ed acqua.
Infine la libertà di espressione non garantita.
Tutto ciò stride ocntro la ratifica del protocollo opzionale 2 al patto sui diritti civili e politici ONU che sancisce la fine dell’applicazione della pena di morte in Turchia (si è resa così salval a vita all’ex leader del PKK Abdullah Öcalan).
Gesti importanti che hanno portato significativi cambiamenti nelle procedure penali del paese.
Questi gesti però, appaiono sempre come una concessione diplomatica all’UE, e non portano con se una reale maturazione politica dell’amministrazione del paese, che non porta avanti sul territiorio e all’interno delgi apparati di sicurezza una “cultura dela legalità e della dignità umana” che dovrebbe essere prorpia di ogni stato di diritto.
I diritti umani non possono essere imposti a nessuna comunità, ma sono il frutto di una lenta maturazione interna al paese che li adotta, sono una conquista di civiltà che non può essere portata da nesun patto, ne scambiata con nulla.
E’ bene che il governo turco capisca che quella dei diritti umani è una scelta di governo e di cultura, non una strategia politica; le istituzini di controllo nella UE e all’ONU, l’attività delle ONG e delle associazioni, sono pressanti e non impiegherebbero molto a scoprire e denunciare una falsa applicazione dei diritti.
I diritti umani obbligano a un confronto sincero e diretto. La Turchia potrà bloccare (e lo fa) uno, dieci o cento Pamuk, ma altrettante saranno le denuncie che subirà, con tutto ciò che politicamente comporta.
Un dibattito serio che coinvolga la società civile turca sarebbe il passo, questo davvero definitivo, verso l’accettazione dei diritti umani, che da sempre si identificano con un conceto cardine: il diritto di autodeterminazione dei popoli e il loro diritto di controllo e denuncia rispetto ai propri governi.

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2006
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INCONTRO CON GUSTAVO ZAGREBELSKY: A CHI PARLA LA DEMOCRAZIA?

Gustavo Zagrebelsky è l’ex Presidente della Corte Costituzionale, alta magistratura che vigila sulla< < legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge dello Stato e delle Regioni>> (come recita la Costituzione) La sua conferenza si è tenuta a Padova la sera dell’11 gennaio. A giudicare dal nome e dalla carica che ha ricoperto fino a poco tempo fa, sarbbe stato legittimo aspettarsi una relazione molto tecnica sui grandi temi dell’attualità istituzionale del paese: riforma elettorale, riforma costituzionale, Legge Pecorella, ecc. Invece l’incontro è stato tutt’altro. Il Presidente emerito inizia una lunga ma interessante riflessione sulla Democrazia. Prendendo le fila dalla fine della seconda guerra mondiale, Zagrebelsky ricorda come questa fosse una specie di parola magica, una dottrina da usare comodamente come soluzione a ogni problema sorto assieme alla necessità di creare un nuovo ordine politico giuridico e sociale dopo il 1945. Era gia evidente allora, che la Democrazia rappressentava una scelta politica fine a se stessa, priva di un vero dibattito sui suoi contenuti (Norberto Bobbio ne denunciò la crisi gia negli anni 70); all’indomani delle delusioni popolari (sfociate nelle manifestazioni di fine anni 60, proseguite con lo scontro sociale assieme al naufragio civile rapresentato dal Terrorismo negli anni70, fino alla cirisi della Prima Republbica), si è così potuto facilmente instaurare un sistema che vive di inerzia, fatto di appiattimento dei dibattiti, di percezione della politica come affarismo e lotta di potere.
Zagrebelsky analizza ed individua quello che per lui è stato l’errore fondamentale: la Democrazia è stato l’unico regime politico privo di Educazione; non si è mai preparata nessuna classe dirigente e , dal 1945, il passaggio da un regime all’altro avvenne senza soluzione di continuità come se i partiti dell’arco costituzionale, per il semplice essere stati anti-fascisti fossero in grado di creare una democrazia.
Secondo Zagrebelsky ci vuole un programma serio di educazione alla Democrazia, poichè l’attuale insegnamento dell’Educazione Civica nella Scuole medie inferiori risulta totalmente insufficiente.
Dopo di che il relatore elenca una serie di fattori necessari all”ethos democratico”: anzitutto la FEDE (credere in un progetto senza dogmatismi); CONVIVENZA DELLE DIVERSITA’ ; FARE DEGLI SBAGLI OCCASIONE DI CRESCITA; NON ACCETTARE L’OMOLOGAZIONE.
La Democrazia appare al relatore sicuramente come una dottrina benevola, poichè essa tende ad escludere la Pena di Morte e la Guerra; tuttavia Zagrebelsky vede che oggi taluni governi democratici tendono a costruire verità assolute sul prorio operato (anche dal punto di vista giuridico e processuale), anche quando esso va contro questi principi.
Zagrebelsky considera molto rischioso il DARWINISMO SOCIALE cui va sostituita la DEMOCRAZIA SOCIALE.
Principalmente ci si deve interessare a una comunicazione utile, che sappia ascoltare e non fare retorica.
Soprattuto si deve riascquisire il valore delle parole, e Zagrebelsky lo spiega chiaramente: secondo la sua opinione, oggi la parola “Politica” è associata a processi espansivi e represivi che nulla c’entrano con essa; oggi si tende a cmbiare il senso delle parole e Zagrebelsky mostra tutto questo con molta enfasi: egli spiega che si tende ad associare “Libertà” con “soprusi” (riferimento ai discorsi di Bush), “guerra preventiva” viene usato come eufemismo per intendere ciò che in realtà sarebbe un “aggressione”; “mobilità” per intendere “disoccupazione”, “pacificazione” per intendere “guerra”.
Zagrebelsky vede nell’uso delle parole una scelta di campo (almeno nella nostra epoca): il tuto per cercare VALORI, vero motore del processo democratico.
Infine Zagrebelsky chiede di non parlare tanto di “fini” dell’agire democratico, quanto piuttosto di “principi”, poichè solo in questo modo sarebbe possibile non corrompere i fini attraverso l’uso di mezzi impropri.
La Democrazia, ricorda il Giudice Emerito, vive di testimonianze, poichè esso è l’unico regime politico in cu i cittadini sono chiamati in prima persona ad agire all’interno di essa per migliorarla.
Alla fine gli applausi non sono mancati, l’ora si è fatta tarda e la stanchezza ha in effeti preso il sopravvento: d'’istinto, chi tra noi ha partecipato forse è rimasto deluso dall’assenza di un discorso tecnico, al posto del quale si è fatta una analisi filosofica, interesante ma che sarebbe potuta arrivare anche da altre parti o istituzioni.
Bisogna invece un pò meditare su quanto si è appreso, e a mente lucida cogliere il significato politico di un discorso del genere. La domanda è: perchè un giurista sente il bisogno di analizzare in modo così critico e non tecnico la politica? io almeno mi sono domandato questo.
La conclusione a cui arrivo, è che si sente anche nei “tecnici della Democrazia” il bisogno di un ripensamento culturale dell’intero impianto, bisogna rimetterlo (e rimetterci) tutti in discussione, tornare ai principi, raffrontarli con la nostra realtà quotidiana e dirci senza reticenze in che paese viviamo.
Zagrebelsky ha parlato di parole che determinano “scelte di campo”: è inutile nascondersi che ilcampo è grande ed ognuno ne sceglie una parte, con un suo punto di vista; ma se la cultura della Democrazia è ciò a cui davvero teniamo, si deve avere il coraggio di fare critiche costruttive: ripensare non tanto il nostro sistema di rappresnetanza, ma la nostra cultura della rappresnetanza, capire se ci sentiamo rappresentati e cercare di rappresentarci anche noi in prima persona; andare oltre il voto o i referendum, o l tessere di partito, ma informarsi cirticamente e individuare le opportunità di azione: essere al contempo allievi e maesri della Democrazia.

Per vedere il filmato della conferenza scegliete tra questi link
(tratti da www.arcoiris.tv)

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Dal blog Immagine dell’Africa…

Vi cito una riflessione breve ma pungente pubblicata nel blog “Immagine dell’Africa” (presente anche tra in nostri link). Interessante anche il testo che trovate citato (scricabile).

Siamo alle solite
di Daniele Mezzana

Scorro le pagine web di alcuni giornali italiani. Oggi c’è più Africa del solito: il crollo dell’edificio di Nairobi (10 morti: pochini per avere una giusta visibilità mediatica, e resistere un paio d’ore in prima pagina); i caschi blu uccisi in Congo…[continua]

 

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2006
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Terza conferenza sui grandi laghi

Vi aspettiamo tutti numerosi al terzo incontro sui Grandi Laghi! Martedì 31 gennaio ore 15.30 aula Nievo, Palazzo Bo, Padova. Il tema: “La crisi nella Repubblica Democratica del Congo e i Paesi dell’Africa Australe“, interverrà Arrigo Pallotti, dell’Università di Bologna.
A presto!

Guarda il volantino originale (file doc)
KAkaribu.afrika@libero.it

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2006
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Il calvario dei detenuti nel mondo

Voglio riproporre interamente di seguito lo speciale che Rodolfo Fellini ha pubblicato in questo mese di gennaio su Televideo-Rai. Penso che possa essere un buon esempio di come a volte strumenti che teniamo poco in considerazione possano “nascondere” qualcosa che sarebbe opportuno non perdere….

IL CALVARIO DEI DETENUTI NEL MONDO

Negli ultimi anni, in tutto il mondo si sono moltiplicate le associazioni a difesa dei diritti dei detenuti. Un movimento trasversale denuncia come i governi, a qualsiasi latitudine, tendano a trattare i reclusi nelle carceri come cittadini di serie B, con frequenti violazioni di diritti umani che si consumano nell’indifferenza generale. I dati parlano di torture e maltrattamenti sempre più diffusi, detenzioni arbitrarie che si protraggono anche per anni, penitenziari sovraffollati, condizioni igienico-sanitarie al di sotto degli standard minimi, epidemie e alti tassi di mortalità in cella.

ALCUNI DATI DAL RAPPORTO AMNESTY
Pur non occupandosi specificamente delle condizioni di detenzione, l’ultimo rapporto di Amnesty International contiene alcuni dati significativi. In 37 Paesi si registrano detenzioni senza accusa né processo; torture e maltrattamenti sono messi in atto dalle autorità di 95 Paesi, e 32 sono quelli in cui esistono prigionieri di coscienza. Situazioni di particolare gravità in Asia, che resta il continente con il più alto numero di esecuzioni capitali. Allarme anche in Europa, nelle cui carceri sono stati segnalati abusi ai danni dei detenuti stranieri, cui talvolta è stata ostacolata l’assistenza legale.

L’ESPERIENZA DELLE CARCERI PRIVATE
Fin dagli anni ‘80, Stati Uniti e Regno Unito hanno sperimentato una crescente presenza del privato nella costruzione e la gestione delle case circondariali. L’argomento è stato studiato da Roger Matthews, del Centre for Criminology dell’Università inglese del Middlesex. “Il tema dell’immoralità del profitto ricavato a spese della sofferenza dei detenuti -rileva- fu presto soppiantato dalle promesse di efficienza e di riduzione dei costi portate dalla privatizzazione. In base a logiche di mercato, è nato il ‘complesso industriale carcerario’, propenso ad anteporre i profitti alle persone”.

IL DISAGIO SUBSAHARIANO
Il dato che più colpisce, in Africa, è il sovraffollamento degli istituti: il record negativo nel Malawi, con 45.000 detenuti per una capienza di 10.000. Ma anche Kenya, Ruanda, Sudafrica, Tanzania, Uganda sono ben oltre il 200%. Il problema non è solo la carenza di pene alternative, ma soprattutto di condizioni di detenzione diversificate a seconda del reato commesso. Ovunque regnano insalubrità e scarsità di cibo. Le politiche ultra-repressive, che sono ormai moneta corrente in tutto il continente, fanno aumentare il numero dei detenuti. La riforma dei sistemi penali viene invocata da più parti.

AMMUTINAMENTI LATINO-AMERICANI
Il numero dei detenuti in America Latina ha superato i 650.000 nel 2004, a fronte di una capienza dei penitenziari di circa 450.000 unità. Le carceri del subcontinente, che l’Onu ha definito “depositi di esseri umani” e “scuole di criminalità”, sono le più affollate da condannati per piccoli reati; le pene alternative sono una rarità e gli omicidi all’interno delle carceri sono 25 volte più numerosi che fuori. I dati in possesso delle Nazioni Unite mostrano come gran parte dei detenuti sia in attesa di giudizio: sono il 79% in Honduras, il 72% in Uruguay, il 70% in Ecuador, il 67% in Perù.

RUSSIA, DILAGA LA TUBERCOLOSI
In Europa, le carceri più insalubri si trovano in Russia, Paese dove un uomo adulto su 4 ha alle spalle un’esperienza da recluso in prigioni o gulag. Lo denuncia il “Moscow Center for Prison Reform“, che da tempo si batte per rinnovare le leggi che regolano il sistema penitenziario russo,in gran parte rimasto lo stesso dei tempi dell’Urss. Le cifre ufficiali parlano di 877.000 detenuti, di cui il 10% malati di tubercolosi e il 4% di Aids. Chi vive in carcere non supera i 57 anni di età. Di positivo c’è il numero relativamente alto (641.000) di condannati per reati minori, legati a pene alternative.

PROPOSTE DI “PENAL REFORM”
Dal 1989, Penal Reform International si batte in 80 Paesi assieme alle Organizzazioni non governative per l’adozione di riforme penali che si adattino alle varie diversità culturali e sociali. L’azione di Pri si basa sulla Carta internazionale dei Diritti civili, secondo la quale “ogni persona privata della libertà va trattata con umanità e nel rispetto della sua dignità“. Tra le soluzioni proposte, specie per i Paesi emergenti, il taglio sui costi di detenzione, partendo dall’assunto che le prigioni non sono l’unica risposta alla criminalità, e che un ricorso eccessivo a esse è dannoso per la società. Penal Reform ritiene che la strada verso la riforma dei sistemi penali possa risultare più agevole se inquadrata in forme di cooperazione tra governi e Ong. Convinto che in nessuna area del mondo ci sia una giustizia penale perfetta, Pri punta a individuare e sostenere il sistema più adatto a ciascuna regione, basandosi su normative internazionali. L’associazione non risparmia critiche al sistema occidentale, cui spesso si rifà il Terzo mondo. Anzi, essa promuove modelli di giustizia che tengano in maggior considerazione gli aspetti umani nati dalla tradizione e da metodi anticamente in uso tra comunità locali.

ITALIA, LE CIFRE DI ANTIGONE
Lo scorso 20 settembre, l’associazione Antigone celebrava l’entrata in vigore della riforma dell’ordinamento penitenziario ricordando le gravi inadempienze delle strutture italiane. I disagi maggiori riguardano la mancanza di servizi igienici e di acqua nelle celle, l’inadeguatezza dei servizi di mensa e dei mediatori culturali.
In Italia ci sono oggi 207 carceri, per una capienza regolamentare complessiva di 42.959 detenuti. Sono invece presenti 59.649 persone, di cui 19.071 stranieri e 2.843 donne. Il sovraffollamento è emergenza a Bologna (più del doppio del previsto), Palermo e Bari.

Written by Daniele in: Diritti Umani |
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19
2006
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Conferenza…

Ciao a tutti,
vi avviso di un’importante conferenza che si terrà in data mercoledi 25 gennaio ore 15 aula R a scienze politiche (o una più grande se la troviamo)! Si tratta di un’incontro con il Mino Spreafico, docente dell’università cattolica di Milano e responsabile di Ambalaki Onlus, organizzazione che ha progetti in Madagascar e Kenya.
Nella prima parte dell’incontro si parlerà in particolare dell’approccio all’esperienza africana mentre nella seconda parte ci sarà una descrizione dell’esperienza in Kenya.
Vi aspettiamo
KAkaribu.afrika@libero.it

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17
2006
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Incontri formativi per viaggi missionari

Tra i tanti consigli che i vescovi hanno dato nelle catechesi alla giornata Mondiale della Gioventù a Colonia, mons. Segalini ha sottolineato: “… occorre offrire cenacoli per sentinelle del mattino, luoghi di convivenza nel mondo del quotidiano per disintossicarsi e per prendersi in mano la vita, laboratori di adorazione, che diventano spazi di discernimento e di difesa dagli idoli. Ogni giovane credente deve mettere in programma almeno un mese in terra di missione, come mette in programma una settimana di esercizi spirituali. Non sono più sufficienti i campiscuola!

Con l’iniziativa “ESTATE CON … ” promossa dagli uffici diocesani Missioni, Caritas e Pastorale Giovanile della diocesi di Vittorio Veneto, si vuole dare l’opportunità ai giovani di poter fare l’esperienza di un viaggio in terra di missione.

È la proposta di vacanze alternative nella ricerca di nuovi stili di vita, in solidarietà con coloro che sono più poveri nel mondo. I viaggi proposti saranno presso le nostre missioni diocesane, in Brasile, in Ciad e in Albania.
Ma il viaggio ha sempre bisogno di una preparazione. È per questo che vengono proposti degli incontri formativi ed organizzativi, fin dal mese di febbraio, per non arrivare impreparati ad una esperienza che può essere totalmente differente da quelle che abbiamo già vissuto.
La data del primo incontro è il 4 febbraio 2006 presso la parrocchia di S. Vendemiano. Avrà inizio alle ore 16.00 e si concluderà con la cena condivisa ed eventuali approfondimenti. Per gli altri incontri, che avranno cadenza mensile, ci metteremo d’accordo con i partecipanti.

Per informazioni: don Adriano Bellotto e.mail: adriano.bellotto@tin.it
(per richiesta di recapiti telefonici scrivete sempre all’indirizzo segnalato)

 

Written by Daniele in: Appuntamenti, Missione |
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16
2006
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Conferenza: L’Europa di fronte all’slam. Interviene Tariq Ramadan

Si è svolta giovedì 12 gennaio con inizio alle ore 10 in aula Nievo al palazzo del Bò di Padova la prima conferenza dal titolo “L’Europa di fronte all’Islam” del ciclo di incontri “L’Europa e le sue identità”, promosso dal Dipartimento di Sociologia dell’Università di Padova e con la partecipazione dell’Associazione Italiana di Sociologia (AIS). Sono intervenuti Enzo Pace, professore ordinario di Sociologia e Sociologia delle Religioni presso la facoltà di Scienze Politiche di Padova e attuale presidente dell’International Society for the Sociology of Religion, Stefano Allievi, ricercatore presso il suddetto Dipartimento e segretario della sezione di Sociologia della Religione dell’AIS, Paolo Branca, dell’Università Cattolica di Milano e, l’ospite d’onore, Tariq Ramadan, professore all’Università di Oxford. La presenza di Tariq Ramadan ha suscitato non poche critiche vista l’ambiguità che molti intellettuali e politici nonchè una fetta dell’opinione pubblica musulmana gli attribuisce. Un’ambiguità che consisterebbe, secondo i suoi detrattori, nell’assumere posizioni talora moderate, talaltra estremistiche a seconda del pubblico che questi si trova davanti. Tutto ciò al di là dell’eredità che lo vede nipote di Hasan al-Banna, fondatore nel 1928 del movimento neofondamentalista dei Fratelli Musulmani in Egitto. Ma la sua presenza è stata possibile grazie al benestare del Magnifico Rettore dell’Università patavina Vincenzo Milanesi, il quale ha affermato che, pur essendo discutibili alcune tesi dell’intellettuale in questione, non si può di certo impedirgli di poter esprimere liberamente le sue opinioni perché ciò contrasterebbe con lo spirito aperto e democratico su cui si fonda l’Ateneo di Padova. Ha introdotto e moderato Enzo Pace, il quale ha subito precisato che, quando si parla di islam in Europa, il riferimento va fatto non tanto a persone immigrate quanto più a veri e propri cittadini europei che professano la religione islamica. Pace ha infatti avuto modo di sottolineare come ormai in diversi Paesi europei sono presenti musulmani di terza se non anche di quarta generazione: sarebbe quindi più corretto parlare non di “musulmani in Europa”, ma di “musulmani europei”, poiché si presume che questi siano ben inseriti nella nostra cultura.

 

Tariq Ramadan ha tenuto il suo discorso in lingua francese, spezzandolo in più parti e intramezzandolo da pause atte a consentire alla traduttrice di riferire all’assemblea sulla base degli appunti presi mentre il Professore parlava. (Personalmente ho trovato molto singolare questo modo di fare: la traduzione non è stata simultanea e mentre Ramadan alternava discorsi di quattro, cinque e anche sei minuti, la traduttrice riusciva a riportare il suo pensiero nel giro di al massimo due o tre minuti. Rispetto alla teoria che dipinge Ramadan come personaggio ambiguo, ritengo che il metodo scelto per tradurre il suo discorso non vada di certo nel senso di smentirla, tutt’altro…). Ramadan ha anzitutto precisato che bisogna distinguere fra “Europa” ed “Europa occidentale” perché, rifacendosi a quanto detto da Pace riguardo all’islam europeo, la distinzione è forse ancora difficile da capire, ma è innegabile che in zone come i Balcani – la città di Sarayevo per essere più precisi – non si può discutere l’esistenza di un islam europeo. In Francia – ha continuato Ramadan – c’è una sorta di resistenza psicologica ad accettare l’idea di islam europeo: viene utilizzato il termine SOUCHE per indicare gli autoctoni francesi residenti, rispetto a coloro che sono nati in Francia ma sono figli di immigrati musulmani (souche in francese è propriamente il ceppo, la famiglia, dunque per esteso chi è originario di un determinato luogo). Attualmente l’islam in Europa deve convivere con un grosso problema, legato in parte alla resistenza psicologica di cui ho poc’anzi detto, presente per esempio nella stessa Francia: il trattamento differenziato e penalizzante per le persone di origine maghrebina o arabo-musulmana, nell’accesso alle opportunità di realizzazione personale che la società offre. Chi legge la rivolta delle banlieue francesi con la lente della religione, commette un errore dal momento che alla base dei tumulti c’è un problema di sostanziale mancato inserimento nella società di questi figli di immigrati (o figli di figli): esistono insomma cittadini di serie A e di serie B e dunque il fattore religioso ha poco a che vedere con disuguaglianze che sono invece di natura socio-economica.

Ramadan nota un sentimento di paura molto esteso nell’Europa di oggi. Egli individua tre ragioni di fondo: a) l’ignoranza della gente nei confronti del mondo islamico che vede i musulmani troppo poco integrati nella società (io direi anche restii ad integrarsi); b) l’idea che pensa i musulmani non integrabili poiché diversi; c) la paura che essi siano addirittura troppo integrati, paura che siano un braccio non armato dell’islam radicale e che pacificamente e silenziosamente stiano colonizzando e “islamizzando” l’Europa. Ramadan rigetta la classica distinzione che viene operata quando si parla di islam, ossia quella fra un islam estremista ed un islam moderato. Il Professore ha precisato che questa è una semplificazione scorretta, poiché esistono in realtà molti islam, diversificati: razionalista, estremista, sufi… Inoltre ha sottolineato quanto ancor più scorretto sia considerare l’islam una realtà monolitica. Essa è una realtà complessa ed in continua trasformazione.

Tornando ai temi della cittadinanza e dell’identità, richiamati in occasione della rivolta delle banlieue in Francia, Ramadan ha espresso disgusto per il diverso trattamento riservato ai cittadini francesi di origine maghrebina e di religione musulmana da parte della società in cui vivono, che li ha di fatto relegati ad una rango inferiore rispetto agli “autoctoni”. A tal proposito ha citato un famoso detto di Amartya Sen, il quale sulla questione dell’identità afferma di essere “un vegetariano quando mangia, un poeta quando si trova in mezzo ai letterati”. In altre parole Sen ritiene che rispetto alla questione dell’identità ognuno si autodefinisce a seconda del contesto in cui si trova: così facendo, mette in discussione il primato di una identità sulle altre per un individuo. Ramadan ha decontestualizzato questo modo di autodefinirsi applicandolo alla presunta incompatibilità fra l’identità musulmana e quella europea. In sostanza, secondo Ramadan, un cittadino francese che professa la religione islamica dovrebbe essere messo nella condizione di potersi sentire tanto musulmano quanto cittadino francese, senza che una identità prevalga sull’altra. E dunque, senza che un principio come quello della laicità – tanto caro ai francesi – annichilisca la prospettiva per un musulmano di poter conservare la sua identità religiosa per l’affermazione della sola identità di cittadino francese. Ramadan ha proseguito asserendo che il discorso portato avanti dall’”extreme droite” francese (la campagna del governo francese nel senso di una sempre più incisiva penalizzazione di chi ha origine maghrebina, N.d.R) viene spaventosamente accettato dai francesi – Ramadan dice che i consensi arrivano al 73% – e le stesse idee sono ampiamente condivise anche in Italia e in Inghilterra. Il razzismo verso i musulmani è un problema attuale che – secondo Ramadan – ci riporta indietro agli anni ’30, quando le persecuzioni erano rivolte agli ebrei. Non solo. Egli ha sostenuto che è la stessa “cospirazione internazionale” a permettere di fare tale parallelismo con l’Europa di allora. Ciò sarebbe determinato dal fatto – sempre secondo il Professore – che oltre ad una crisi di carattere economico-sociale, l’Europa di oggi sta vivendo anche una grossa crisi identitaria.

Ramadan ha concluso il suo intervento richiamando le torture perpetrate nel carcere di Guantanamo da parte degli Stati Uniti d’America, cosa che rappresenterebbe sia un pericolo per l’affermazione nel mondo dei diritti umani, sia una difficoltà maggiore che incontrerebbe l’orizzonte islam a trasmetterci (a noi occidentali, N.d.R) il suo paradigma dei diritti umani. Successivamente il Professor Pace ha introdotto l’intervento di Paolo Branca. Questi ritiene che un problema che l’islam deve affrontare oggi in Occidente è la cattiva “mediatizzazione” che di esso viene fatta. Il riferimento è agli attentati terroristici: essendo questa la faccia dell’islam effettivamente più pubblicizzata, spesso si è portati a dare giudizi affrettati su una realtà di fatto più complessa. Branca ha riportato un episodio accaduto durante una puntata de “L’infedele”, programma condotto da Gad Lerner, di cui era ospite. In quella puntata era intervenuta anche una ragazza, membro dell’Associazione dei Giovani Musulmani d’Italia, la quale ha raccontato la sua esperienza nella scuola secondaria superiore che frequenta. Pur essendo credente nella religione islamica, non ha chiesto l’esonero per l’insegnamento della materia “Religione”, come invece molti ragazzi oggi fanno, dando una dimostrazione dell’apertura mentale che una persona che professa la fede musulmana può avere. L’episodio su cui Branca ha posto l’enfasi è stato quello in cui, terminato l’intervento della ragazza, un giornalista le ha chiesto più o meno con queste parole:” Perché se sei tanto buona, brava e integrata, non vai in Arabia Saudita a chiedere se aprono qualche Chiesa per noi cattolici?” Branca ha constatato che se un giornalista può pensare di imputare le cause della mancata reciprocità fra il sistema aperto e democratico che abbiamo in Occidente e quello chiuso e discriminatorio che esiste in molti paesi islamici, ad una ragazza che non ha nulla a che vedere con la monarchia saudita, ciò la dice lunga sulla percezione sbagliata che abbiamo dell’islam. In seguito è intervenuto Stefano Allievi, il quale ha fatto un corposo excursus storico dell’islam in Europa, precisando i cinque stadi di insediamento. Ha anche fatto un’osservazione molto acuta riguardo i comportamenti di molti occidentali in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001. Cos’è accaduto nelle coscienze di tanti europei? E’ avvenuta una improvvisa riscoperta della propria identità cattolico-cristiana. E questo è un atteggiamento molto visibile tra le persone di cultura occidentale (e quindi, aggiungo io, per forza di cose intrisi di una matrice culturale cristiana) atee: un atteggiamento per il quale “io mi sento cristiano, solo perché ci sono i musulmani”, che va sotto il nome di “identità reattive”. Un esempio ce l’hanno dato alcuni intellettuali “laici” come Oriana Fallaci e Marcello Pera, quando si sono battuti per la questione del crocefisso nelle aule scolastiche.

La conferenza si è conclusa con interventi da parte del pubblico cui hanno replicato i relatori.

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