USA-Guantanamo: qualcosa si muove?

Che in America stia cambiando qualcosa? Le notizie che giungono ultimamente dagli States sembrano ventilare novità non da poco nel panorama politico-sociale statunitense. Cominciando dal più recente problema che il Presidente Bush sta affrontando, il difficile rinnovo della “fiducia” al Patriot Act, e finendo con la meno recente sconfitta della Casa Bianca in ambito di trattamenti dei detenuti, più precisamente di uso della tortura negli interrogatori o a danno di presunti terroristi per motivi di “sicurezza nazionale”, non risulta difficile provare a tracciare una linea di continuità nei processi e nei dibattiti politici, volti a “scrollare” un poco, forse neanche tanto, la solidità con la quale l’America vorrebbe presentarsi al mondo, ma prima di tutto a sé stessa.
Non bisogna dimenticare che la risoluzione, che ribadisce la contrarietà della maggior parte della classe dirigente all’uso di metodi “disumani” contro i detenuti, ha, purtroppo, un valore solo simbolico. Tuttavia è già un importante passo avanti verso l’apertura, perlomeno, di un dibattito politico di alto livello, non più solo di competenza della società civile organizzata.
Rimango all’interno di quest’ultima tematica e riporto qualche parere espresso in merito dalla stampa statunitense, per rendere magari più chiara la risonanza e il peso della cosa, citando anche le proteste da parte di qualche Repubblicano:
(fonte: www.internazionale.it, link all’articolo “Vittoria per i diritti umani” – www.internazionale.it/home/primopiano.php?id=11265)

[…]
Secondo il Los Angeles Times “il provvedimento chiarisce la posizione degli Stati Uniti sulla tortura ed è stato approvato a larga maggioranza. Nonostante ciò, l’amministrazione Bush ha cercato di ostacolare l’approvazione come ha sempre cercato di screditare il lavoro del repubblicano McCain”.

L’opposizione del governo è inspiegabile anche per il quotidiano Usa Today che ritiene l’emendamento di McCain “un necessario adeguamento agli standard mondiali, definiti da una convenzione internazionale che gli Stati Uniti hanno ratificato nel 1994″.

Sempre Usa Today pubblica un commento di Andrew McCarthy e Clifford May che sottolineano invece la necessità di usare maniere forti nella lotta al terrorismo. Secondo gli autori dell’articolo l’emendamento indebolirebbe le possibilità di difesa del paese “minacciato da nemici senza legge”. Criticano inoltre McCain e i suoi sostenitori che secondo l’autore “promuovono politiche autodistruttive fondate su una moralità perversa”.

L’amministrazione Bush non è però intenzionata a pubblicizzare i metodi, legali o illegali, utilizzati nella lotta al terrorismo. Come scrive il Washington Post, alcune fonti non identificate hanno rivelato che “all’interno di un manuale d’addestramento delle forze armate è stata aggiunta un’appendice di dieci pagine in cui si elencano le procedure da seguire durante un interrogatorio”.
[…]

Quello che però fa riflettere è questo: come mai dopo una tale risoluzione lo stesso McCain afferma: “Gli Stati Uniti non praticano la tortura e trattano tutti i prigionieri, anche quelli peggiori, in base a standard umani” (La Repubblica – venerdì 16 dicembre , “Torture sconfitta della casa bianca”, di Alberto Flores D’Arcais)? Stupiscono infatti tali parole dopo un gesto che, da quanto si apprende, va contro, o comunque vieta, in un momento cruciale sotto questo punto di vista, l’uso di un comportamento contrario ai diritti dell’uomo. Sono numerose inoltre le denunce che affermano il contrario di quanto affermato, provenienti, tra l’atro da importanti voci del panorama internazionale quali Amnesty International e Human Rights Watch.

Recentemente è stata pubblicata dal quotidiano francese Le Monde un’importante inchiesta sulle condizioni di un detenuto di Guantanamo, arrestato in Pakistan quando ancora aveva 14 anni e tutt’ora in carcere senza un’accusa precisa e senza la possibilità di appellarsi ad una corte. L’inchiesta, tradotta e riportata dalla rivista Internazionale (2/8 dicembre 2005), getta ombre scure, non è la prima volta, sulla gestione del carcere americano dell’isola di Cuba, e denuncia in termini chiari e dettagliati le violazioni dei diritti umani che lì vengono perpetrate.
Qualche mese fa si è saputo di uno sciopero della fame che i prigionieri starebbero facendo nel carcere per protestare contro le orribili condizioni della loro detenzione e contro l’impossibilità di appello, di fatto, a una corte federale americana.

Riporto quanto David Remes, avvocato di diversi detenuti dello Yemen, afferma all’interno di un’intervista rivoltagli da L.GALASSI (Peace Reporter) (GUANTANAMO: Da tre anni detenuto senza accuse. Da un mese fanno lo sciopero della fame – da Rebelión – 21 ottobre 2005)

[…]
Domanda: “ Ma non esiste una sentenza della Corte Suprema del 2004 che stabilisce che i detenuti possono essere processati da una corte federale americana?”

D.R.: “Il governo federale ha sostenuto che le corti federali non hanno competenza su Guantanamo, perché Guantanamo non forma parte del territorio sovrano degli EE.UU! ed è stata allegata anche la questione dell’extra-territorialitá. La Corte Suprema ha riconosciuto che Guantanamo è, a tutti gli effetti, un territorio americano perché vi si applicano le leggi americana. Una legge federale, per esempio, la Federal Endangered Species Act, protegge specie in pericolo dell’isola, come l’iguana. Non esiste un motivo per cui si possa differenziare Guantanamo da qualsiasi altro territorio o Stato degli USA. E la Corte Suprema ha decretato, nell’aprile del 2004, che i prigionieri avevano il diritto di presentare un ricorso al Governo che deve motivare la loro reclusione. Il governo degli Stati Uniti ha però interpretato in modo molto restrittivo la sentenza della Corte Suprema, basandosi sul fatto che i prigionieri non hanno diritti tutelati dalla legge, e questa è la realtà, che non hanno diritti garantiti dalla Costituzione degli Stati Uniti nè garanzie del Diritto Internazionale. Questa “inconsistenza giuridica” della loro posizione o, in altre parole, l’impossibilità di protestare per l’illegalità della loro situazione, fa sì che se un prigioniero presenta un ricorso presso un tribunale civile, quest’ultimo non ha altra scelta che quella di respingerlo. In sostanza, i prigionieri che possono presentare i ricorsi che sono solamente pezzi di carta inutili, perché i prigionieri non hanno diritti di sorta. In questo modo, il Governo ha trasformato la sentenza della Corte Suprema in una vuota formalità”.

Domanda: “Cosa succederà adesso? I prigionieri non avranno possibilità d’appello?”

D.R.: “Questo è il nodo della questione. Stiamo combattendo, stiamo analizzando il sistema giudiziario statunitense. Il giudice federale Joyce Hens Green ha stabilito che la possibilità di mettere un ricorso non consiste solo nella presentazione di un pezzo di carta automaticamente respinto. Questo giudice sostiene che la Corte Suprema offre ai prigionieri il diritto d’esigere dal governo una giustificazione della reclusione e che gli stessi prigionieri devono avere diritti tutelati dalla legge. Ma un altro giudice è arrivato alla conclusione opposta e ha dato la ragione al governo. Ora i due giudici hanno fatto appello e il Tribunale d’Appello del distretto di Columbia sta esaminando le due tesi”.
[…]

(per leggere il testo dell’intera intervista: http://cubainforma.interfree.it/2005/dirittiumani/guanta/demas.htm)

Per concludere sottolineo l’importanza di quanto questi documenti, queste affermazioni, questi fatti mettono in luce e proprio per questo, come già altre volte ho fatto, vi invito tutti a tenervi aggiornati in merito, magari inserendo di seguito a questo post (attraverso i commenti) ciò che trovate.

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