Un incontro, una storia…
Come già scritto in questo spazio, è iniziato il GIM! Non fai neanche tempo a dire “è appena iniziato”, che già ci “Stai Dentro”. Da Ottobre infatti, anch’io sto avendo la possibilità di provare a vivere questa forte proposta di “Giovane Impegno Missionario”. Un momento che durante il week-end Gim, mi porta a stare dentro a questo tempo di riflessione con profondità, è l’incontro con i testimoni. Il 12 e 13 Novembre il tema in questione era: “Dal monopolio alla Condivisione” e alla Domenica pomeriggio ci è stata donata la testimonianza di Joseph Mumbere Musanga. Joseph è un Missionario Comboniano Congolese che ha passato questo ultimo periodo in Italia a studiare, per ritornare tra qualche mese dal suo popolo. Abbiamo avuto modo di ascoltare la sua storia e quindi di ascoltare anche la storia della Repubblica Democratica del Congo. A Joseph poi ho raccontato di questo blog dato che questo spazio web si nutre anche di esperienze, ed ecco che Joseph mi ha scritto proponendomi di condividere con voi questa storia… Lascio all’arte africana del raccontare la conclusione; alla prossima condivisione.f
LA STORIA DEL CONGO RACCONTATO DA UN ANZIANO AI SUOI NIPOTI
(clicca qui per scaricarla in formato pdf)
Il Congo, con i suoi confini di oggi, è nato come un giardino botanico e zoologico del Re del Belgio Leopoldo II nel 1885. Voi vi chiedete sicuramente, perché dico come giardino botanico e zoologico (che significa giardino di pianti, alberi e animali), ma i nostri antenati dove erano? Si, infatti, per questo re, nel suo giardino non vi erano delle persone umane: vi erano le diverse piante, la foresta, i fiori, la ricchezza del suolo e del sottosuolo, per quanto riguarda il botanico; vi erano gli animali, come leoni, gorilla, serpenti, e cosi via, per quanto riguarda lo zoologico. Tra questi animali si contavano i nostri antenati, visti come animali all’immagine vicina a quella dell’uomo. Erano chiamati uomini senza anima, dunque animali un po’ più sviluppati del gorilla. Ad esempio, i primi bianchi che sono arrivati in Congo, chiamavano i nostri antenati “Macaque” che significa scimmia. Allora, vedete come il Congo è nato come Paese senza che nessuno pensasse ai popoli che vi abitavano. I nostri popoli, suddivisi in regni tribali, con strutture socio-politiche proprie, non esistevano agli occhi del grande sovrano del Belgio e di tutti i potenti che si erano riuniti a Berlino per dividere tra di loro l’Africa come un pezzo di torta. I nostri antenati erano considerati allo stesso livello degli animali. Dalla loro dignità umana, dei loro diritti non se ne fregava nessuno.
Figli miei carissimi, capite come è nata la nostra grande nazione nel cuore dell’Africa. Come nazione siamo scaturiti da una nullità di dignità umana, da una nullità di diritto alla vita e alla libertà. Nessuno aveva chiesto ai nostri antenati se volessero una nazione così grande, nessuno ha chiesto loro, se fossero d’accordo con i confini del nuovo Congo decisi a Berlino, nessuno ha chiesto il loro parere per la gestione del nuovo giardino. I nostri antenati non esistevano come uomini; ciò che contava e che era da custodire e da difendere per tutti i costi erano le ricchezze di questo giardino privato del re del Belgio. Nel 1908, il re Leopoldo II, scoprendo che il suo giardino era così ricco e che aveva delle ricchezze più che sufficienti per tutto il suo popolo, ne fece un regalo di Natale alla nazione belga. Così il Congo divenne Colonia belga, non perché il re aveva scoperto che ci fossero anche delle persone, la quale umanità e cultura si potevano unire all’umanità e alla cultura belga e sviluppare così un’identità umana comune, piena di rispetto e di riconoscimento dei diritti e doveri di ciascuno, ma perché le risorse del giardino potevano rendere il piccolo e, in quei tempi, povero Belgio una potenza economica nel cuore dell’Europa. Dunque anche questo regalo natalizio non cambiò nulla per quanto riguarda la considerazione della dignità dei popoli che vivevano nei confini del giardino del re. Al contrario, i nostri antenati venero visti come una forza lavoratrice senza diritti per far crescere l’economia belga e sviluppare il piccolo Paese che entra ottanta volte nel suo giardino. L’unica cosa che cambiò fu il fatto che i nostri antenati non erano più visti come uomini senza anima, liberi nel gran giardino di organizzarsi sociopoliticamente, religiosamente e culturalmente secondo le loro tradizioni. Con l’inizio della colonia dovevano essere governati dal potere coloniale, dovevano dimenticare, cancellare nella loro mente la loro identità culturale, il loro modo di essere, di vivere per abbracciare con forza il modo di essere, di vivere e di comportarsi che veniva loro imposto. Io che ho vissuto questo tempo vi dico, figli miei, che eravamo colonizzati con un braccio di ferro, non avevamo nessuna dignità, nessun diritto tranne quelli di obbedire o di morire. La colonizzazione ha dunque inculcato nella nostra mente che un negro ha soltanto due diritti: il diritto all’obbedienza cieca a tutto ciò che comanda il capo bianco, o alcuni dei nostri che i colonialisti usavano per incrementare la politica del “dividere per regnare” e il diritto alla morte se uno si ribellava o non ce la faceva più. Vivere significava obbedire agli ordini in tutti gli ambiti della vita e non obbedire significava morire.
Nel 1960, la colonia fu scossa all’improvviso dal vento nuovo della richiesta delle indipendenze che soffiava su tutta l’Africa. Alcuni Paesi africani ricevevano l’indipendenza. Davanti a questo fatto, i capi della colonia belga non sapevano più a qual santo rivolgersi, le pressioni locali e internazionali pesavano fortemente su di loro. Per la prima volta si resero conto che avevano governato senza pensare ai popoli del Congo, alla loro dignità, al loro futuro. In quel tempo, nell’anno 1960, vi era soltanto un congolese laureato in giurisprudenza. Si pensava di prendersi un periodo di più o meno trenta anni per preparare il Paese all’indipendenza. Ma la tenacia del leader congolese Lumumba e di altri uomini e donne coraggiosi obbligarono il Belgio a concedere l’indipendenza in fretta, senza nessuna preparazione con tutta la probabilità che il futuro del nuovo Paese indipendente si chiamerà “caos”. Il Congo divenne dunque “indipendente”, non perché questa indipendenza era il risultato di una certa crescita dei popoli congolesi che prima erano organizzati socio-politicamente e culturalmente in regni tribali, poi colonizzati socio-politicamente, e che avevano adesso raggiunto un’identità nazionale matura con la possibilità di riconciliare i valori socio-politici delle loro culture con quelli occidentali, ma perché il vento delle indipendenze era così forte che il piccolo Belgio non poteva resistere, dopo che questo vento aveva fatto crollare i colossi coloniali come la Francia e l’Inghilterra. I popoli congolesi entrarono dunque nel vento delle indipendenza senza più sapere chi erano prima; non si sapeva come interpretare questa indipendenza: i regni tribali di prima della colonizzazione ritrovavano la loro sovranità negata, o era veramente nata una nuova nazione con una nuova identità? A questa domanda, l’indomani della indipendenza ha dato immediatamente risposta. Il povero leader Lumumba e capo eletto del governo, avendo tanti nemici dentro e fuori il Paese e non avendo mezzi forti per mantenere l’unità e la sicurezza, fu il primo a pagare le conseguenze della nascita non preparata e caotica della nazione congolese. Egli fu ucciso sei mesi dopo l’indipendenza. Da quel momento il caos è rimasto padrone nel Congo. Un caos voluto, sia per giustificare la dittatura che seguirà, sia per permettere lo sfruttamento illegale delle ricchezze del suolo e del sottosuolo congolese. Un caos organizzato, perché le persone umane viventi nei confini del Congo, non hanno mai interessato nessuno. La loro dignità, il loro diritto di vivere in pace, semplicemente secondo le loro usanze non giocavano un ruolo importante nelle decisioni che si prendevano sul futuro del Congo sia al livello nazionale che al livello internazionale. Questa è la nostra origine come nazione.
Figli miei, spero che vediate adesso più o meno chiaro da dove vengono i nostri guai. Mi soffermo oggi qui dicendovi una ultima cosa. Io sto per finire il mio pellegrinaggio sulla terra, siete voi che costruirete il Congo di domani. Il Congo rimarrà molto fragile, fino a quando noi Congolesi, particolarmente voi giovani, non capiremo tre cose:
1) La prima cosa che dobbiamo comprendere è che il corso della storia ci ha messi insieme senza che noi lo decidessimo, perché, senza la colonizzazione, ciascuno di noi sarebbe legato soltanto alla sua tribù. La storia non torna mai indietro, essa continua il suo corso pro o contro la volontà di quelli che la vivono. L’importanza è di trarne sempre una lezione per poter programmare e costruire bene il futuro. Il futuro del Congo non sarà più un futuro di regni tribali. La sfida del futuro è di costruire dalla ricchezza delle nostre culture tribali un’identità nazionale forte. Siamo condannati a l’unità, perché se non siamo uniti, se noi continuiamo a prestare ascolto agli appelli di divisione in modo tribale, giocheremo sempre il gioco di quelli a cui interessano soltanto le ricchezze del nostro suolo e sottosuolo. Le nostre divisioni porteranno sempre guerre, e le guerre ci offriranno la morte e il saccheggio delle nostre ricchezze.
2) La seconda cosa su cui dobbiamo lavorare è ridarci la dignità umana. Il modo con cui i capi colonialisti si comportavano verso i loro subalterni è stato copiato dai nostri capi. Anche loro continuano a riconoscere soltanto due diritti a chi è subalterno: obbedire o morire. La dittatura si fondava su questo leitmotiv. Dunque bisogna ridare dignità alla nostra gente. Bisogna che la carta dei diritti umani sia il fondamento della futura nazione congolese. Soltanto così avremo la possibilità di sopravvivere nel futuro del mondo globalizzato.
3) La terza cosa su cui dobbiamo lavorare è la pace, la pace che non significa il tacere delle armi, delle bombe, ma che significa il rifiuto totale della violenza come modo di risolvere i conflitti. Questo No alla violenza deve partire dal segreto dei nostri cuori, passando per le nostre famiglie fino a giungere ai livello più alti del governo dello stato e delle relazioni internazionale. Perché la violenza genera solo violenza e morte, ma la non-violenza genera vera pace, riconciliazione, perdono e solidarietà.
Figlioli carissimi, per oggi basta. Tornate a casa, e non dimenticate la vostra storia, la storia che ha fatto che oggi, in tutto il mondo, vi chiamano CONGOLESI. E solo nel ricordare questa storia, che costruirete un futuro Congo migliore del passato.















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