Tanzania 2005: 1^ PUNTATA

 

E’ giunta finalmente l’ora di raccontarvi qualcosa dell’avventura tanzaniana. Lo so che ormai sono passati quasi 4 mesi, ma penso sia comunque interessante riportare alcune impressioni, trascrivere immagini, dar voce a qualche silenzio e a parole che anche se pronunciate laggiù rischiano di perdersi prima di giungere nel nostro “mondo ricco”, un po’ per la disattenzione, un po’ per l’indifferenza, un altro poco ancora per il poco tempo che siamo abituati o “assuefatti” a dare a vicende lontane e nascoste… Forse una consueta cronaca del viaggio e della permanenza sarebbe poco rilevante e appesantirebbe soltanto in questa occasione lo spazio che invece meritano sensazioni e messaggi che posso dire di avere portato a casa dai piccoli villaggi tanzani, così sarò poco prolisso nei dettagli sperando di non mancare di chiarezza.

Ciò che sicuramente non si può trattenere tornando da un’esperienza così sono le inquietudini che lasciano dentro le immagini di una quotidianità completamente diversa, ma non soltanto diversa, anche povera, povera di una povertà che certo ci incoraggia, ci stupisce, ci insegna la povertà stessa, ma povera anche di una sofferenza muta, che non traspare spesso se non la si cerca, perché sempre più passa tramite un morire ingiusto in un letto di ospedale, tramite bambini con difficoltà alla nascita, madri che non superano un parto, donne e uomini malati di AIDS, tubercolosi, ma anche tramite “semplici” malattie qui da noi facilmente curabili. Non è tutto, ciò che per noi è sembrato sempre, per tutta la nostra permanenza, un punto felice, una nota positiva, cioè il volto sorridente dei bimbi dell’orfanotrofio di Tosamaganga, la loro spontaneità, la voglia di giocare, di toccarti, di sentire un corpo accanto al loro, senza tante altre richieste, in realtà, come spesso ci si diceva la sera nelle nostre chiacchierate che anticipavano il sonno, nascondono, o forse neanche tanto, famiglie distrutte dalla malattia letale, un’ancora galoppante diffusione dell’HIV, la precarietà dell’assistenza sanitaria, soprattutto nelle zone più interne dove si fa più difficile lo spostamento, il contatto tra comunità, tra villaggi e paesi, dove le distanze causano ancora morti e la percentuale di malati aumenta di due volte.
Non voglio dire che mi sono trovato davanti a un mondo insostenibile, orrendo, straziato… Tutt’altro, ciò che appare e ci viene trasmesso è infatti, come dicevo, tanta gioia e così è bello che sia, ed è anche utile, e vero, non è menzogna o finzione; la gente sa godere di poco, sa essere ricca con niente, e già questo è ricchezza. La Tanzania di fatto non fa parte dei paesi più colpiti dell’Africa, anzi, può dichiararsi uno degli stati più organizzati e meglio inviati verso uno sviluppo positivo. Il lungo periodo di pace che, dalla sua indipendenza e dal governo Nierere, sta attraversando, turbato soltanto dalle scaramucce tra territorio continentale e isole, Zanzibar per prima, le garantisce infatti buoni rapporti con il continente Europeo e Americano e permette alle molte organizzazioni non governative lì presenti di operare in tranquillità e sicurezza. Non va dimenticato però che a “turisti” come noi le difficoltà più grosse forse rimangono nascoste. Ed è questo che voglio sottolineare: l’esperienza fatta è stata capace di renderci attenti anche da qui, dall’Italia, da un pease “sviluppato”, alle problematiche di laggiù, a problemi che sono di tutta l’Africa, a diversità che non possono lasciare indifferenti, che colpiscono e che chiamano a mettersi in gioco in vari modi e nei tempi che ognuno sente più opportuni.
Ancora mi voglio ripetere che le bellezze e le gioie semplici che ho visto non rimangano slegate dalle mancanze e dalle insufficienze magari più nascoste, insieme continuino a richiedermi attenzione e sensibilità per le ancora grandi difficoltà presenti, ricco dell’esempio di persone straordinarie che per aiutare e sostenere impegnano la vita, il tempo e il cuore.

(clicca sulla foto in alto per guardarne delle altre)
CONTINUA…

 

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