nov
27
2005
2

Nobel for Peace World Summit

Si è concluso ieri il Vertice mondiale dei Nobel per la Pace tenutosi a Roma. I quattro giorni di dibattito e riflessione hanno prodotto importanti prese di posizione e un documento finale. Il tema fondamentale sul quale si è discusso è stato: “Emergenza Africa: dall’attenzione all’azione“. L’Africa così rimane uno dei punti fondamentali con il quale confrontarsi per andare incontro seriamente e concretamente a un futuro migliore per tutti.
Riporto qui di seguito gli interventi che MISNA ha pubblicato in questi ultimi giorni riguardo il vertice, le sue “voci”, gli interventi, le problematiche… con l’invito anche a visitare il sito del Summit Mondiale.

ITALIA 26/11/2005 12.14 NOBEL PER LA PACE: PROMESSE DEL G8 E ARMI NEL DOCUMENTO FINALE DEL VERTICE Diritti Umani, Brief Un forte richiamo a mantenere le promesse fatte all’Africa, durante il vertice di Gleaneagles in Scozia, dagli 8 paesi economicamente più sviluppati in materia di aiuti e di correzione delle politiche commerciali che la penalizzano, una condanna ferma e totale alle spese militari e al ritorno prepotente delle armi nucleari sulla scena politica internazionale: sono questi i punti centrali del documento conclusivo, di cui la MISNA ha ottenuto una copia, che i premi nobel per la pace riuniti a Roma in occasione del 6° Summit Mondiale consegneranno alla stampa nella conferenza conclusiva che inzierà alle 12:30.(continua)
[MZ]

TALIA 26/11/2005 12.58
NOBEL PER LA PACE:… DOCUMENTO FINALE DEL VERTICE – 2
Diritti Umani, Standard
“In questo mondo contraddittorio e in rapido mutamento bisogna riconoscere la priorità di alcuni argomenti fondamentali se intendiamo costruire un governo planetario effettivo e un nuovo e migliore ordine mondiale” scrivono i Nobel nel loro comunicato finale, facendo riferimento a globalizzazione, nuovi giganti internazionali, il rapporto tra transizione politica e processi democratici, la ricchezza del mondo islamico, le minacce all’ambiente o i pregiudizi etnici e religiosi utilizzati per stimolare la violenza. “La globalizzazione sta accelerando e nonostante l’interdipendenza ormai riconosciuta del fenomeno, miliardi di persone restano ancora escluse dai suoi benefici. Nuovi giganti, come Cina, India e Brasile, si affacciano sulla scena internazionale e nessuna soluzione alle sfide del mondo potrà essere ottenuta senza la loro partecipazione. Le transizioni democratiche in molti paesi hanno avuto un impatto positivo sui processi politici e sociali, ma la democrazia non può trovare stabilità senza una lotta alla povertà e una piena applicazione dei diritti umani” scrivono i nobel per la pace nella loro dichiarazione finale. “Molto resta da fare – continuano – per far apprezzare a fondo e in maniera totale la ricchezza e la complessità del mondo Islamico. Se non si riuscisse a raggiungere questo scopo le conseguenze potrebbero essere esplosive. I pregiudizi etnici, religiosi e nazionalisti stimolano la violenza e minacciano la nostra abilità di vivere in pace in un mondo diversificato”.

CONTINUA…

nov
27
2005
2

Considerazioni ex-post a partire dai fatti della battaglia di Fallujah: il vero omaggio alla Verità .

Le rivelazioni portate alla luce dall’inchiesta televisiva di RaiNews24 sono molto eloquenti. Partiamo da un primo dato: l’esercito americano disponeva nel suo arsenale, tra le altre, di armi al fosforo bianco.
Come ha avuto modo di sottolineare il generale Carlo Jean durante la puntata di “Otto e mezzo” andata in onda su La7 martedì 22 novembre, questo tipo di armi, peraltro in dotazione a qualsiasi esercito, avrebbero una funzione per così dire “logistica”, ossia, come si apprende anche dal famoso video, per illuminare il nemico e localizzarlo. Il problema sollevato dall’inchiesta di Sigfrido Ranucci è, per la precisione, che tali armi sarebbero state usate in maniera indiscriminata contro i civili, dunque per scopi diversi da quelli per i quali le stesse dovrebbero essere utilizzate: costituirebbero, carta alla mano, violazione delle norme internazionali che disciplinano l’utilizzo delle armi chimiche.
Esiste infatti la Convenzione sul divieto delle armi chimiche del 1997, firmata anche dagli U.S.A. che vieta l’uso, la produzione, lo sviluppo e lo stoccaggio delle armi chimiche. L’agente chimico fosforo bianco, se usato impropriamente contro civili, è da considerarsi “arma chimica”.
Siamo tutti d’accordo sul fatto che le immagini che documentano la strage sono vergognose, così come vergognoso è l’aver nascosto all’opinione pubblica fatti come questi.
Se le immagini del video non sono un effetto cinematografico (e francamente credo proprio di no) e quindi gli effetti devastanti delle armi al fosforo bianco sono quelli che tutti noi abbiamo visto, sarebbe opportuno che si facesse luce sulla responsabilità di chi (nome e cognome) ha emanato l’ordine di lanciare le armi in questione contro civili innocenti, e che gli eventuali colpevoli venissero processati davanti ad un tribunale internazionale.
Finora ho fatto un discorso molto sincero, il cui fine è quello di dare forza ad un valore che ritengo molto importante: la giustizia. Ma, dato che ritengo altrettanto importante il valore dell’onestà, credo anche che sia doveroso e corretto pronunciarmi in una ulteriore considerazione, che temo non piacerà ai più.
Percepisco oltremodo fazioso tutto il sistema di diffusione dell’informazione e della cultura: l’inchiesta di RaiNews24, seppur foriera di una seme di verità e per ciò stesso degna di spazio, va ciononostante inserita – a mio modesto parere – in un sistema politicamente orientato che contribuisce ad un diffondersi dell’informazione e della cultura in maniera distorta; e quindi non rispettosa del valore dell’onestà.
Trovo infatti molto semplici i modi e i mezzi con cui si stigmatizzano sistematicamente gli U.S.A., li si giudichino e li si condannino spesso in maniera sbrigativa. Sembra quasi che tutto ciò che accade nel mondo sia sempre colpa loro. Colpa di una politica che viene quotidianamente definita capitalista, imperialista, guerrafondaia. Tutto ciò non può non puzzarmi di politicamente orientato.
Ovviamente la mia è solo una opinione, personale, soggettiva e relativa. Ma sovente mi capita di pormi certe domande. Perché bisogna limitarsi a dire la verità solo sui fatti di Fallujah, quando per onorare la Verità con la lettera maiuscola (condizione indispensabile al perseguimento del valore dell’onestà di cui sopra) bisognerebbe che si parlasse anche di ciò che combina la Francia in Costa d’Avorio (solo qualche volta se ne è parlato)? Perché non si discute del regime totalitario che c’è in Cina (Paese che gode come gli U.S.A. del seggio permanente al Consiglio di Sicurezza), degli omicidi di massa che si operano da decenni nei confronti degli oppositori politici, dei cattolici, dei tibetani? Perché, a tal proposito, non si parla di genocidio? Ma ancor di più, perché non si “sputtanano” mai tutte le malefatte del regime castrista a Cuba, regime che da quarant’anni perseguita anch’esso i cattolici e gli oppositori politici? Perché si parla sempre e solo della pena di morte che c’è in America? E in Cina e a Cuba le cose vanno meglio? Mi sembra che in America la pena di morte sia inflitta dopo un giusto processo, a Cuba e in Cina le esecuzioni sono invece ahimè sommarie e indiscriminate. Per non parlare delle torture, per nulla paragonabili a quelle di Abu Graib. Non so se la situazione attuale sia migliore di quella vissuta ai tempi dei lager nazisti e dei gulag comunisti.
Ben vengano le discussioni sui fatti di Fallujah, si faccia chiarezza su eventuali crimini contro l’umanità di cui si è macchiato il Governo Bush. Ma la Verità a cui mi riferivo prima va oltre, è qualcosa di più completo. Essa può essere onorata solo da una discussione onesta, veritiera e non faziosa rispetto a tutto, ripeto tutto ciò che accade nel mondo, abbandonando ogni logica di parte, ogni distinzione ideologica ed ogni appartenenza politica.
Alberto Gasparetto

nov
27
2005
2

…. il Quizzettone vi aspetta ancora!

follina1

Cliccate sul banner, il QUIZZETTONE vi aspetta!
Un’altra volta buona fortuna!
Vi ricordiamo ancora che il collegamento sarà  sempre disponibile nella pagina “materiali“.

Written by admin in: Benvenuti |
nov
26
2005
2

Riunione KA

Jambo a tutti,
mercoledì 30 novembre ore 16 riunione programmatica di Karibu Afrika! Non è la riunione di coloro che vogliono andare in kenya a marzo ma una riunione tra chi sta organizzando i vari eventi per vedere a che punto siamo. Ci troviamo in aula R a scienze politiche.
a presto
KA

nov
25
2005
2

Un incontro, una storia…

Come già scritto in questo spazio, è iniziato il GIM! Non fai neanche tempo a dire “è appena iniziato”, che già ci “Stai Dentro”. Da Ottobre infatti, anch’io sto avendo la possibilità di provare a vivere questa forte proposta di “Giovane Impegno Missionario”. Un momento che durante il week-end Gim, mi porta a stare dentro a questo tempo di riflessione con profondità, è l’incontro con i testimoni. Il 12 e 13 Novembre il tema in questione era: “Dal monopolio alla Condivisione” e alla Domenica pomeriggio ci è stata donata la testimonianza di Joseph Mumbere Musanga. Joseph è un Missionario Comboniano Congolese che ha passato questo ultimo periodo in Italia a studiare, per ritornare tra qualche mese dal suo popolo. Abbiamo avuto modo di ascoltare la sua storia e quindi di ascoltare anche la storia della Repubblica Democratica del Congo. A Joseph poi ho raccontato di questo blog dato che questo spazio web si nutre anche di esperienze, ed ecco che Joseph mi ha scritto proponendomi di condividere con voi questa storia… Lascio all’arte africana del raccontare la conclusione; alla prossima condivisione.f

LA STORIA DEL CONGO RACCONTATO DA UN ANZIANO AI SUOI NIPOTI
(clicca qui per scaricarla in formato pdf)

Figli miei carissimi, vorrei raccontarvi una storia, la storia del nostro Paese. Con questa storia vorrei invitarvi a non dimenticare il vostro passato, a non dimenticare da dove venite, a non dimenticare il perché delle nostre guerre, delle nostre sofferenze. Oggi vi parlerò della storia del Congo fino alla sua accessione all’indipendenza, perché è questo periodo che spiega tutto ciò che stiamo vivendo oggi. Se capite bene cosa sia cambiato in questo periodo della nostra storia nei cuori dei diversi popoli del Congo, allora potrete comprendere anche la guerra che ci sta massacrando oggi. 

Il Congo, con i suoi confini di oggi, è nato come un giardino botanico e zoologico del Re del Belgio Leopoldo II nel 1885. Voi vi chiedete sicuramente, perché dico come giardino botanico e zoologico (che significa giardino di pianti, alberi e animali), ma i nostri antenati dove erano? Si, infatti, per questo re, nel suo giardino non vi erano delle persone umane: vi erano le diverse piante, la foresta, i fiori, la ricchezza del suolo e del sottosuolo, per quanto riguarda il botanico; vi erano gli animali, come leoni, gorilla, serpenti, e cosi via, per quanto riguarda lo zoologico. Tra questi animali si contavano i nostri antenati, visti come animali all’immagine vicina a quella dell’uomo. Erano chiamati uomini senza anima, dunque animali un po’ più sviluppati del gorilla. Ad esempio, i primi bianchi che sono arrivati in Congo, chiamavano i nostri antenati “Macaque” che significa scimmia. Allora, vedete come il Congo è nato come Paese senza che nessuno pensasse ai popoli che vi abitavano. I nostri popoli, suddivisi in regni tribali, con strutture socio-politiche proprie, non esistevano agli occhi del grande sovrano del Belgio e di tutti i potenti che si erano riuniti a Berlino per dividere tra di loro l’Africa come un pezzo di torta. I nostri antenati erano considerati allo stesso livello degli animali. Dalla loro dignità umana, dei loro diritti non se ne fregava nessuno.

Figli miei carissimi, capite come è nata la nostra grande nazione nel cuore dell’Africa. Come nazione siamo scaturiti da una nullità di dignità umana, da una nullità di diritto alla vita e alla libertà. Nessuno aveva chiesto ai nostri antenati se volessero una nazione così grande, nessuno ha chiesto loro, se fossero d’accordo con i confini del nuovo Congo decisi a Berlino, nessuno ha chiesto il loro parere per la gestione del nuovo giardino. I nostri antenati non esistevano come uomini; ciò che contava e che era da custodire e da difendere per tutti i costi erano le ricchezze di questo giardino privato del re del Belgio. Nel 1908, il re Leopoldo II, scoprendo che il suo giardino era così ricco e che aveva delle ricchezze più che sufficienti per tutto il suo popolo, ne fece un regalo di Natale alla nazione belga. Così il Congo divenne Colonia belga, non perché il re aveva scoperto che ci fossero anche delle persone, la quale umanità e cultura si potevano unire all’umanità e alla cultura belga e sviluppare così un’identità umana comune, piena di rispetto e di riconoscimento dei diritti e doveri di ciascuno, ma perché le risorse del giardino potevano rendere il piccolo e, in quei tempi, povero Belgio una potenza economica nel cuore dell’Europa. Dunque anche questo regalo natalizio non cambiò nulla per quanto riguarda la considerazione della dignità dei popoli che vivevano nei confini del giardino del re. Al contrario, i nostri antenati venero visti come una forza lavoratrice senza diritti per far crescere l’economia belga e sviluppare il piccolo Paese che entra ottanta volte nel suo giardino. L’unica cosa che cambiò fu il fatto che i nostri antenati non erano più visti come uomini senza anima, liberi nel gran giardino di organizzarsi sociopoliticamente, religiosamente e culturalmente secondo le loro tradizioni. Con l’inizio della colonia dovevano essere governati dal potere coloniale, dovevano dimenticare, cancellare nella loro mente la loro identità culturale, il loro modo di essere, di vivere per abbracciare con forza il modo di essere, di vivere e di comportarsi che veniva loro imposto. Io che ho vissuto questo tempo vi dico, figli miei, che eravamo colonizzati con un braccio di ferro, non avevamo nessuna dignità, nessun diritto tranne quelli di obbedire o di morire. La colonizzazione ha dunque inculcato nella nostra mente che un negro ha soltanto due diritti: il diritto all’obbedienza cieca a tutto ciò che comanda il capo bianco, o alcuni dei nostri che i colonialisti usavano per incrementare la politica del “dividere per regnare” e il diritto alla morte se uno si ribellava o non ce la faceva più. Vivere significava obbedire agli ordini in tutti gli ambiti della vita e non obbedire significava morire.

Nel 1960, la colonia fu scossa all’improvviso dal vento nuovo della richiesta delle indipendenze che soffiava su tutta l’Africa. Alcuni Paesi africani ricevevano l’indipendenza. Davanti a questo fatto, i capi della colonia belga non sapevano più a qual santo rivolgersi, le pressioni locali e internazionali pesavano fortemente su di loro. Per la prima volta si resero conto che avevano governato senza pensare ai popoli del Congo, alla loro dignità, al loro futuro. In quel tempo, nell’anno 1960, vi era soltanto un congolese laureato in giurisprudenza. Si pensava di prendersi un periodo di più o meno trenta anni per preparare il Paese all’indipendenza. Ma la tenacia del leader congolese Lumumba e di altri uomini e donne coraggiosi obbligarono il Belgio a concedere l’indipendenza in fretta, senza nessuna preparazione con tutta la probabilità che il futuro del nuovo Paese indipendente si chiamerà “caos”. Il Congo divenne dunque “indipendente”, non perché questa indipendenza era il risultato di una certa crescita dei popoli congolesi che prima erano organizzati socio-politicamente e culturalmente in regni tribali, poi colonizzati socio-politicamente, e che avevano adesso raggiunto un’identità nazionale matura con la possibilità di riconciliare i valori socio-politici delle loro culture con quelli occidentali, ma perché il vento delle indipendenze era così forte che il piccolo Belgio non poteva resistere, dopo che questo vento aveva fatto crollare i colossi coloniali come la Francia e l’Inghilterra. I popoli congolesi entrarono dunque nel vento delle indipendenza senza più sapere chi erano prima; non si sapeva come interpretare questa indipendenza: i regni tribali di prima della colonizzazione ritrovavano la loro sovranità negata, o era veramente nata una nuova nazione con una nuova identità? A questa domanda, l’indomani della indipendenza ha dato immediatamente risposta. Il povero leader Lumumba e capo eletto del governo, avendo tanti nemici dentro e fuori il Paese e non avendo mezzi forti per mantenere l’unità e la sicurezza, fu il primo a pagare le conseguenze della nascita non preparata e caotica della nazione congolese. Egli fu ucciso sei mesi dopo l’indipendenza. Da quel momento il caos è rimasto padrone nel Congo. Un caos voluto, sia per giustificare la dittatura che seguirà, sia per permettere lo sfruttamento illegale delle ricchezze del suolo e del sottosuolo congolese. Un caos organizzato, perché le persone umane viventi nei confini del Congo, non hanno mai interessato nessuno. La loro dignità, il loro diritto di vivere in pace, semplicemente secondo le loro usanze non giocavano un ruolo importante nelle decisioni che si prendevano sul futuro del Congo sia al livello nazionale che al livello internazionale. Questa è la nostra origine come nazione.

Figli miei, spero che vediate adesso più o meno chiaro da dove vengono i nostri guai. Mi soffermo oggi qui dicendovi una ultima cosa. Io sto per finire il mio pellegrinaggio sulla terra, siete voi che costruirete il Congo di domani. Il Congo rimarrà molto fragile, fino a quando noi Congolesi, particolarmente voi giovani, non capiremo tre cose:

1) La prima cosa che dobbiamo comprendere è che il corso della storia ci ha messi insieme senza che noi lo decidessimo, perché, senza la colonizzazione, ciascuno di noi sarebbe legato soltanto alla sua tribù. La storia non torna mai indietro, essa continua il suo corso pro o contro la volontà di quelli che la vivono. L’importanza è di trarne sempre una lezione per poter programmare e costruire bene il futuro. Il futuro del Congo non sarà più un futuro di regni tribali. La sfida del futuro è di costruire dalla ricchezza delle nostre culture tribali un’identità nazionale forte. Siamo condannati a l’unità, perché se non siamo uniti, se noi continuiamo a prestare ascolto agli appelli di divisione in modo tribale, giocheremo sempre il gioco di quelli a cui interessano soltanto le ricchezze del nostro suolo e sottosuolo. Le nostre divisioni porteranno sempre guerre, e le guerre ci offriranno la morte e il saccheggio delle nostre ricchezze.

2) La seconda cosa su cui dobbiamo lavorare è ridarci la dignità umana. Il modo con cui i capi colonialisti si comportavano verso i loro subalterni è stato copiato dai nostri capi. Anche loro continuano a riconoscere soltanto due diritti a chi è subalterno: obbedire o morire. La dittatura si fondava su questo leitmotiv. Dunque bisogna ridare dignità alla nostra gente. Bisogna che la carta dei diritti umani sia il fondamento della futura nazione congolese. Soltanto così avremo la possibilità di sopravvivere nel futuro del mondo globalizzato.

3) La terza cosa su cui dobbiamo lavorare è la pace, la pace che non significa il tacere delle armi, delle bombe, ma che significa il rifiuto totale della violenza come modo di risolvere i conflitti. Questo No alla violenza deve partire dal segreto dei nostri cuori, passando per le nostre famiglie fino a giungere ai livello più alti del governo dello stato e delle relazioni internazionale. Perché la violenza genera solo violenza e morte, ma la non-violenza genera vera pace, riconciliazione, perdono e solidarietà.

Figlioli carissimi, per oggi basta. Tornate a casa, e non dimenticate la vostra storia, la storia che ha fatto che oggi, in tutto il mondo, vi chiamano CONGOLESI. E solo nel ricordare questa storia, che costruirete un futuro Congo migliore del passato.

 

nov
25
2005
2

LORD of WAR: un film scomodo

Vi ripropongo la presentazione del film “Lord of War” che Amnesty International fa nei sui siti italiano e americano. Notate bene, questo film non è stato prodotto da grosse case cinematografiche eppure è in stile hollywoodiano… Leggete un po’!

Il 18 novembre è uscito in Italia “Lord of war”, diretto da Andrew Niccol e interpretato da Nicolas Cage. Il film descrive in modo assai reale i traffici indiscriminati di armi e le loro conseguenze letali.
In Italia, “Lord of war” sostiene la campagna Control Arms, che Amnesty International sta portando avanti insieme alla Rete italiana per il disarmo. Il film approfondisce una conseguenza poco nota della fine della Guerra Fredda: l’enorme quantitativo di armi andate improvvisamente in disuso, vendute dagli stati dell’ex Unione Sovietica ai paesi in via di sviluppo (in modo particolare all’Africa) e le ingenti somme di denaro incassate dai trafficanti di armi che le hanno vendute.

COMMENTI:

In Lord of war recito la parte di Yuri Orlov, un commerciante di armi senza scrupoli che coi suoi traffici è coinvolto nei conflitti di ogni parte del mondo. Sfortunatamente, il film descrive la realtà nuda e cruda. I responsabili di crimini inimmaginabili continuano a ricevere fucili d’assalto e lanciamissili dai trafficanti, grazie alla complicità dei governi. Per fermarli ci sono ben poche limitazioni. Nel film, l’agente dell’Interpol Jack Valentine (interpretato da Ethan Hawke) dice a Yuri: “Tu diventi ricco dando alle persone più povere del pianeta gli strumenti con cui ammazzarsi l’uno con l’altro”. La mancanza di controlli sul commercio delle armi e il traffico globale contribuisce alla morte di centinaia di migliaia di uomini donne e bambini ogni anno. Innumerevoli altri sono torturati, mutilati o costretti a fuggire dalle loro case. Tu puoi fare qualcosa per fermare questo inutile bagno di sangue, attraverso Amnesty International e Control Arms, una campagna internazionale che chiede ai governi migliori controlli sul commercio mondiale di armi. Mi auguro che ti unirai a me in questa azione: grazie al tuo contributo attivo, potremo fare la differenza! Grazie!
Nicolas Cage

Se pensate che sia facile fare un film sul commercio delle armi, vi state sbagliando. Il mio nuovo film, Lord of war, è stato rifiutato da tutte le grandi case di produzione di Hollywood. Alla fine, il film ha ottenuto finanziamenti indipendenti ed è stato possibile portarlo a termine solo perché il cast – Nicolas Cage, Ethan Hawke, Jared Leto, Bridget Maynahan, Eamonn Walzer e Ian Holm – hanno accettato una riduzione dei loro compenso. Il film mette in luce i traffici di armi, il ruolo svolto dai vari Strati e il completo fallimento dei governi di fermare il commercio incontrollato delle armi. Se pensate che si tratti di un problema troppo grande, voglio dirvi che basta un piccolo contributo da parte di ognuno di voi per arginarlo. Unitevi agli attivisti di Amnesty International in ogni parte del mondo per domandare tutti insieme che siano istituiti controlli internazionali sulle armi. Sostenete Amnesty International e la campagna internazionale Control Arms. Agite adesso, mostrate al mondo la vostra voglia di fare qualcosa. Grazie!
Andrew Niccol, regista

Tratto da www.amnesty.it

clicca qui per vedere l’articolo nel sito di Amnesty

Leggi questa interessante e approfondita scheda sul film

Vai alla pagina di Amnesty International USA per il video dei commenti precedenti e la presentazione del film in inglese

Visita il sito della campagna Control Arms (clicca sul banner sotto)

Leggi la recensione nella sezione Cinema

 

nov
25
2005
2

Tanzania 2005: 1^ PUNTATA

 

E’ giunta finalmente l’ora di raccontarvi qualcosa dell’avventura tanzaniana. Lo so che ormai sono passati quasi 4 mesi, ma penso sia comunque interessante riportare alcune impressioni, trascrivere immagini, dar voce a qualche silenzio e a parole che anche se pronunciate laggiù rischiano di perdersi prima di giungere nel nostro “mondo ricco”, un po’ per la disattenzione, un po’ per l’indifferenza, un altro poco ancora per il poco tempo che siamo abituati o “assuefatti” a dare a vicende lontane e nascoste… Forse una consueta cronaca del viaggio e della permanenza sarebbe poco rilevante e appesantirebbe soltanto in questa occasione lo spazio che invece meritano sensazioni e messaggi che posso dire di avere portato a casa dai piccoli villaggi tanzani, così sarò poco prolisso nei dettagli sperando di non mancare di chiarezza.

Ciò che sicuramente non si può trattenere tornando da un’esperienza così sono le inquietudini che lasciano dentro le immagini di una quotidianità completamente diversa, ma non soltanto diversa, anche povera, povera di una povertà che certo ci incoraggia, ci stupisce, ci insegna la povertà stessa, ma povera anche di una sofferenza muta, che non traspare spesso se non la si cerca, perché sempre più passa tramite un morire ingiusto in un letto di ospedale, tramite bambini con difficoltà alla nascita, madri che non superano un parto, donne e uomini malati di AIDS, tubercolosi, ma anche tramite “semplici” malattie qui da noi facilmente curabili. Non è tutto, ciò che per noi è sembrato sempre, per tutta la nostra permanenza, un punto felice, una nota positiva, cioè il volto sorridente dei bimbi dell’orfanotrofio di Tosamaganga, la loro spontaneità, la voglia di giocare, di toccarti, di sentire un corpo accanto al loro, senza tante altre richieste, in realtà, come spesso ci si diceva la sera nelle nostre chiacchierate che anticipavano il sonno, nascondono, o forse neanche tanto, famiglie distrutte dalla malattia letale, un’ancora galoppante diffusione dell’HIV, la precarietà dell’assistenza sanitaria, soprattutto nelle zone più interne dove si fa più difficile lo spostamento, il contatto tra comunità, tra villaggi e paesi, dove le distanze causano ancora morti e la percentuale di malati aumenta di due volte.
Non voglio dire che mi sono trovato davanti a un mondo insostenibile, orrendo, straziato… Tutt’altro, ciò che appare e ci viene trasmesso è infatti, come dicevo, tanta gioia e così è bello che sia, ed è anche utile, e vero, non è menzogna o finzione; la gente sa godere di poco, sa essere ricca con niente, e già questo è ricchezza. La Tanzania di fatto non fa parte dei paesi più colpiti dell’Africa, anzi, può dichiararsi uno degli stati più organizzati e meglio inviati verso uno sviluppo positivo. Il lungo periodo di pace che, dalla sua indipendenza e dal governo Nierere, sta attraversando, turbato soltanto dalle scaramucce tra territorio continentale e isole, Zanzibar per prima, le garantisce infatti buoni rapporti con il continente Europeo e Americano e permette alle molte organizzazioni non governative lì presenti di operare in tranquillità e sicurezza. Non va dimenticato però che a “turisti” come noi le difficoltà più grosse forse rimangono nascoste. Ed è questo che voglio sottolineare: l’esperienza fatta è stata capace di renderci attenti anche da qui, dall’Italia, da un pease “sviluppato”, alle problematiche di laggiù, a problemi che sono di tutta l’Africa, a diversità che non possono lasciare indifferenti, che colpiscono e che chiamano a mettersi in gioco in vari modi e nei tempi che ognuno sente più opportuni.
Ancora mi voglio ripetere che le bellezze e le gioie semplici che ho visto non rimangano slegate dalle mancanze e dalle insufficienze magari più nascoste, insieme continuino a richiedermi attenzione e sensibilità per le ancora grandi difficoltà presenti, ricco dell’esempio di persone straordinarie che per aiutare e sostenere impegnano la vita, il tempo e il cuore.

(clicca sulla foto in alto per guardarne delle altre)
CONTINUA…

 

Written by Daniele in: Esperienze |
nov
19
2005
2

LA TUNISIA E IL SUMMIT DELLA (DIS)INFOMRAZIONE

“We encourage the development of multi-stakeholder processes at the national, regional and international levels to discuss and collaborate on the expansion and diffusion of the Internet as a means to support development efforts to achieve internationally-agreed development goals and objectives, including the Millennium Development Goals”
Con questi termini si esprime la”Tunis Agenda for information Society”, con parole che sanno di erudita mondialità.
Parole usate come base del Summit Mondiale sulla società dell’informazione, conclusosi oggi a Tunisi.
Ma la realtà fotografata e denunciata in questi giorni da Amnesty International è molto diversa, e parla di un paese in cui proprio nei mesi precedenti al Summit sono stato incrementati i provvedimenti repressivi della libertà di espressione.
Amnesty fa notare in particolare l’uso dello strumento legislativo per reprimere: anzitutto la legge “Antiterrorismo” che ha del terrorismo stesso una visione molto vaga, che permette di colpire qualunque forma di opposizione.
Inoltre si segnala anche una legge sulla Privacy, che vieta la pubblicazione di ogni informazione ritenuta lesiva di questo diritto, anche con riferimento alla gestione della cosa pubblica.
Nella Home Page del sito, Amnesty chiede la liberazione di Mohammed Abbou, giornalista e giurista tunisino, condannato a due anni e mezzo di carcere per aver pubblicato notizie sul divieto di informazione autonoma nel paese.
In effetti il rapporto di A.I. segnala casi di impossibilità di consultare lo stesso sito dell’ONU.
Certamente non va dimenticato il grave contesto della situazione generale dei diritti umani nel paese, caratterizzato da processi iniqui e detenzioni che si protraggono eccessivamente.
La stessa associazione nazionale dei Magistrati tunisini ha denunciato il diniego del diritto-dovere di inamovibilità del magistrato da parte del ministero della Tutela (equivalente del ministero della giustizia) che attuerebbe una grave opera di ingerenza.
Grave è da considerare, sempre guardando al rapporto di A.I. sui diritti all’informazione in Tunisia, l’atteggiamento dell’UE, che nel 1998 aveva firmato un accordo sul rispetto dei diritti umani e delle libertà politiche, ma che nulla ha fatto per verificarne l’attuazione.
Tuttavia l’UE e 11 paesi riuniti in preparazione al summit, hanno firmato un documento che intime la Tunisia di sostenere la libertà di espressione nel paese.
Personalmente, a me non resta che aggiungere quanto appreso dal sito dell’Ambasciata italiana in Tunisia, che saluta l’Accordo di Cooperazione politica e di sicurezza siglato con la Tunisia e che prevede frequenti incontri bilaterali di alto livello, che sanciscono l’identità di vedute dei due paesi sui temi di politica internazionale (come si può leggere dal sito della Farnesina).
Il Ministero degli Esteri ricorda inoltre come la Tunisia benefici di uno speciale “bonus” per i suoi cittadini immigrati in Italia, pari a 3.000 persone la cui presenza risulta gradita nel nostro paese.
Al summit si è segnalata la presenza di Shirin Ebadi, presidente dell’Associazione dei difensori dei diritti umani e premio nobel per la pace del 2003.
A conclusione del summit, la signora Ebadi, ha lanciato in una conferenza stampa un violento atto d’accusa contro i governi che vogliono oscurare l’informazione e i paesi più sviluppati che si interessano esclusivamente di tenere una posizione privilegiata nella gestione degli strumenti tecnici per consolidare il proprio monopolio
La signora Ebadi, premio Nobel per la Pace del 2003, si è associata alle manifestazioni delle associazioni per i diritti umani, nella richiesta di scarcerazione e libertà di espressione per i dissidenti del paese.
Un rappresentante di Amnesty International e un altro di Reporters sans frontières (associazione non invitata al Summit) sono stati respinti.
Un Summit, concludendo, che lascia molti dubbi sulla reale volontà di giocare la sfida fondamentale dell’informazione: l’ONU e la UE che oggi sono punti di riferimento nella lotta per l’affermazione dei diritti umani, appaiono scarsamente incisivi e quasi indolenti di fronte a uno scenario che, se confermato, tarderà di molto il tempo dell’affermazione dei diritti e della democrazia internazionale.

Riferimenti
Rapporto di Amnesty International sul diritto di informazione in Tunisia
Rapporto sui Diritti Umani 2005 edizioni EGA
Il Manifesto
Sito WSIS (World Summit on Information Society)

Get Adobe Flash playerPlugin by wpburn.com wordpress themes

Powered by WordPress. Theme: TheBuckmaker. Bank, Geld verdienen