La Pena Di Morte Dopo Kasongo
Kasongo era un bambino, ma lo si può dire solo per usare un eufemismo. Egli infatti aveva 14 anni quando., membro di una delle tante organizzazioni impegnate nella guerra civile nella Repubblica Democratica del Congo, uccise un uomo.
La sua vita morale e psichica deve essere necessariamente finita quel giorno, ma quella fisica no; essa è finita con un esecuzione, avvenuta a seguito della condanna per omicidio, il 15 gennaio del 2000.
Da molto prima si combatte nel mondo un’altra guerra, certamente più morale di quella in cui Kasongo ha combattuto: è la battaglia per l’abolizione della pena di morte.
E’ un esempio della realtà globale che oggi ci investe, delle sue battaglie che per essere vinte devono essere mondializzate.
Il Rapporto 2005 di Nessuno Tocchi Caino è stato presentato lo scorso 5 ottobre al Parlamento spagnolo, che si è impegnato a discuterlo ogni anno, e ha mostrato il quadro generale: 58 paesi mantengono la pena di morte nel mondo, di cui 44 sono dittature (in Cina calcolate 5.000 esecuzioni) ma altre democrazie liberali (USA in testa).
Le notizie sono contrastanti, si va dalla decisione della Liberia di abolire la Pena di morte, attraverso l’adesione al Secondo Protocollo Opzionale al Patto sui Diritti Civili e Politici, fino alla critica all’Unione Europea, incapace di operare nell’ONU per una moratoria mondiale.
Così il compito passa alla società civile, che oggi opera tramite la Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte, ideatore della Giornata mondiale contro la Pena di Morte del 10 ottobre, quest’anno dedicata all’Africa, che vuole spingere i paesi del continente ad eliminare definitivamente questa pratica, che in effetti in molti paesi è rimasta solo formalmente, ma che potrebbe far da traino rispetto ai mantenitori della stessa area e del mondo intero.
Si cerca di sostenere l’azione di Moratoria adottata da Malawi e Zambia, mentre si saluta con gioia la decisione del Sud Africa di considerare incostituzionale la pena capitale.
Per quel che riguarda altre aree critiche, va registrato il caso dell’Arabia Saudita, che ha istituito un Dipartimento per monitorare e promuovere i diritti umani nel paese. Questa iniziativa, si è tenuto a sottolineare, si attua sempre nei limiti definiti dalla Sharia.
La guerra insomma è in pieno svolgimento, e molto va ancora fatto; probabilmente perché combatterla rappresenta una scelta.
Infatti, in questo breve intervento, non si è fatto l’esempio di un condannato innocente, Kasongo aveva davvero ucciso un uomo, la condanna afferma il vero.
Ciò che la condanna non esprime è la condizione storica, umana e sociale di Kasongo e della sua terra; ciò che le condanne non dicono è che spesso il processo è stato iniquo, che talvolta l’accusa non mostra tutte le prove di cui dispone, che talvolta i giudici non consentono all’imputato di usufruire di tutti gli strumenti a sua disposizione per provare la sua innocenza, di quanto siano costosi i provvedimenti, di come sia difficile ottenerne la revisione.
Alcuni la chiamano “ragionevolezza della pena i morte”: a questo ha risposto il giudice federale Boyce Martin, giudice di Corte d’Appello negli USA, che definisce questa idea niente meno che una farsa giuridica.
Noi aggiungiamo, anche morale.
Riferimenti:
Newsletter nessuno Tocchi Caino settembre 2005
www.amnestyitalia.it
www.nessunotocchicaino.it
“Un errore capitale”, Amnesty International edizioni Cultura della Pace 1995


