ott
29
2005
2

Il QUIZZETTONE!

Vi proponiamo ora qualcosa di particolare!
Un quiz rivolto a tutti coloro che vogliono confrontarsi con svariate domande, dai temi più attuali a quelli storici, a domande di sport, spettacolo, politca internazionale, ecc. Il quiz prevede tre possibilità  di scelta tematica (scopritele voi!). L’obiettivo con il quale e per il quale abbiamo creato questo piccolo lavoro, è questo: dare qualche spunto, qualche stimolo o qualche invito a coloro che visitassero il nostro sito, perchè si possano informare, perchè possano ricercare notizie o anche solo perchè leggano qualcosa riguardo i temi trattati dalle domande. Così l’importante non vuol essere, secondo noi, il rispondere correttamente a tutto, ma il prendere spunto, l’incuriosirsi, il volere sapere qualcosa di ciò che ci stuzzica all’interno del “gioco“…
PROVATELO!

Buona fortuna!

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Il collegamento al quiz sarà  disponibile anche nella pagina “materiali“.

Written by admin in: Benvenuti, Varie |
ott
25
2005
2

Dalla mostra AFRICA CHIAMA-CUAMM di Follina

 

E’ ancora aperta a Follina, sino al 30 ottobre, nell’antica Abbazia Monumentale dedicata a Maria, la mostra organizzata dall’associazione Africa Chiama di Conegliano; momento clou è stato domenica 23/10/2005 in cui si è celebrata la Giornata Missionaria Mondiale, con un concerto della corale di Susegana; si è voluto proporre un messaggio forte di solidarietà e di impegno nei confronti di chi ancora vive nella miseria e nel bisogno. Africa Chiama, attraverso proposte e iniziative come questa, vuole sostenere il CUAMM, ONG italiana impegnata direttamente in Africa con personale medico che lei stessa segue e contribuisce a formare. Tuttavia non sono soltanto i progetti sanitari a costituire l’obiettivo di questo sforzo: il ricavato di questa mostra, infatti, andrà a sostenere le spese per la costruzione dell’acquedotto dell’ospedale di Songo (in Angola, nella provincia di Uige), recentemente realizzato, strumeto indispensabile in molte zone dell’Africa che ancora soffrono la siccità o la mancanza di acqua potabile. Vorrei consigliare infine a tutti la visione del video, parte integrante della mostra, nel quale vengono lanciati messaggi importanti, attraverso la proposizione di documenti ufficiali, sulle tematiche sociali, in parte recitati, in parte visualizzati in sovraimpressione.

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Per guardare il filmato wmv in modalità streaming (download progressivo) utilizza il browser Internet Explorer. 

Guarda qualche foto della mostra!

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ott
24
2005
2

LA DISFATTA DEL REFERENDUM BRASILIANO

Per una volta niente giochi di parole.
Per una volta niente metafore o doppi sensi o tentativi di virtuosismi o di stemperare i termini.
alle 22.09 abbiamo appreso dal sito del Corriere della Sera (www.corriere.it), che il referendum per il quale si è votato in Brasile, e che chiedeva la fine della commercializzazione delle armi, ha seccamente perso.
Il dato è già disponibile poichè si è votato con tessera elettronica (l’esperimento più articolato di questa tecnica di voto mai fatta al mondo)
Nonostante la mobilitzione di tutte le principali confessioni religiose, delle organizzazioni sociali e (nonostante il calo di consensi dovuto agli scandali interni di corruzione) del governo Lula, il risultato è stato perentorio (64% favorevoli al mantenimento ha votato NO).
E’ fin troppo facilre immaginare chi, dal punto di vista finanziario e morale, potrà giovarsi di questo risultato, ma francamente non saprei dire quanto questo sia importante ora.
L’analisi vera da fare, riguarda il grave la decisione di una società che appena uin paio di anni fa si affacciava al mondo come una fulgida speranza di rinnovamento nel modo di intendere la coesione, giustizia e sicurezza sociale.
Il risultato di questo progetto mancato è un paese che riesce a far dire a quasi 7 cittadini su 10 che l’uso privato delle armi possa rappresentare un mezzo utile per la difesa personale, in barba ai dati che parlano di 38.000 morti l’anno e 100 vittime al giorno. (fonte www.diritto.net)
Quela del Brasile è una guerriglia urbana che non c’è. E’ il risultato di una guerra civile che non si combatte, ma ne presenta i crismi in vittime.
Forse il problema è alla radice; non credo basti una crisi di credibilità di un governo, per quanto grave, per giustificare il senso della decisione dei cittadini brasiliani: un senso deve averlo.
Se 100 morti al giorno possono esere ritenuti un prezzo ragionevole per darsi sicurezza e giustizia è chiaro che il dibattito deve tornare ad essere forte, che bisogna farsi sentire.
Non va sottovalutato il risultato, non è un fenomeno circoscritto: in epoca di terrorismo e di discutibili “Patriot Act”, la società civile deve, appunto, tornare a discutere.
La campagna Control Arms è ancora aperta e nell’articolo precedente vi abbiamo informato su cosa essa consista.
Chi è informato ha compiuto il primo passo. Ora deve solo scegliere come agire.

Written by rawls in: Diritti Umani |
ott
23
2005
2

CONTROL ARMS NEL MIRINO

Si chiama Control Arms, ed è la campagna per il controllo del commercio mondiale delle armi che, da mesi, vede impegnate Amnesty International, IANSA (International Action network on Small Arms) e OXFAM, tutte ONG che si occupano di tutela dei diritti umani e difesa della sicurezza collettiva. A prima vista può sembrare strano, ma queste organizzazioni affermano un concetto nuovo di sicurezza collettiva, data proprio dal controllo della vendita di armi. Il cartello di lobby si è mosso lungo i mesi e sta portando la società civile a mobilitarsi con una iniziativa suggestiva: fare delle foto con cartellini di protesta a ogni volontario per creare CD-ROM da inviare all’ONU per sollecitare la produzione di un Trattato internazionale contro la proliferazione di armi.
Recentemente, l’azione di lobby ha avuto un risvolto istituzionale: il Consiglio Europeo, organo di definizione e sollecitazione delle politiche comunitarie composto dai massimi rappresentati degli Stati membri, ha aderito alla campagna e sposato la causa della produzione di un trattato internazionale.
Un risultato fondamentale, specie se si considera che l’UE gestisce 2/5 del commercio mondiale di armi.
Tuttavia, negli ultimi tempi si avverte qualcosa di nuovo.
Ieri, dal quotidiano “Repubblica” abbiamo appreso che il Congresso ha approvato una nuova norma, che distingue il ruolo di chi usa a fini criminosi le armi e chi le fabbrica: riaffermando l’intangibilità del valore dell’iniziativa privata e il diritto di autodifesa garantito dal secondo emendamento alla Costituzione, il Congresso ha così stabilito un suo criterio di analisi nel confronto su questo tema.
Avendo una opinione netta su questo tema, bisogna però evitare facili accuse e concentrarsi sui temi, poiché di certo non si può tacciare il Congresso di aver prodotto una norma illegittima.
E’ importante dunque ragionare, e per farlo crediamo si possa partire proprio dai Bill of Rights (i primi 10 emendamenti alla costituzione americana che sono definiti diritti fondamentali), e notare che il primo emendamento parla di diritto di riunione pacifica (che evidentemente non necessitano di armi) e di diritto a rivolgere petizioni al governo per la riparazione dei torti subiti (e le petizioni non sono fatte di piombo).
Dopo queste brevi notazioni, e senza dilungarsi su argomentazioni pur importantissime, come la pericolosità della presenza di armi nella vita pubblica americana ( Scuola Coloumbine), si può passare ad altri dati, quelli forniti dalla campagna Control Arms.
Essa ci da un quadro molto meno comprensibile dell’atteggiamento delle autorità USA che permettono il commercio mondiale di armi verso paesi come la Colombia, che vivono una guerra civile spaventosa e una quotidiana violazione dei diritti umani; il tutto in un commercio globale che ha fatturato nel 2001 ben 741 milioni di dollari di sole vendite di armi di piccolo calibro.
Il problema riguarda però anche l’Italia, paese in cui esiste un apposita norma (185/90), che vieta la cessione di armi a paesi in guerra o che violano i diritti umani o che spendono eccessivamente in armamenti.
Nonostante ciò gli acquirenti di armi italiane sono paesi come Algeria e Colombia; preoccupa inoltre il ruolo delle armi ad uso civile, che sfuggono ai principi della normativa e incontrano meno difficoltà ad essere esportate, poiché ad esse non è richiesto il certificato di uso finale.
Insomma, la lotta per definire giuridicamente il controllo del commercio internazionale di armi, richiede ancora numerosi passi politici.
Alla luce di queste notizie, richiede soprattutto un dibattito franco entro ogni paese esportatore, alla ricerca della risposta alla domanda di fondo: in quale sicurezza crediamo?.
Una prima risposta la darà un autorevole rappresentante del suid del mondo domani;: il Brasile è infatti chiamato alle urne per stabilire se voglia o mendo vietare il commercio di armi nel paese: un commercio che ad oggi conta 18 milioni di armi in circolazione, di cui la metà non è registrata.
Il Brasile è l’unico paese al mondo non in guerra in cui le armi sono la prima causa di morte; i sondaggi danno il fronte del SI in netto svantaggio , data la scarsa fiducia nelle forze dell’ordine, la poca istruzione di una parte considerevole della popoalzione e il crolo d’immagine del governo-Lula che ha avviato l’iter referendario con la legge del 2003 che pone importanti paletti al diritto di commercializzazione di armi e che comunque rappresenta gia un primo passo avanti sulla questione.
Insomma il dibattito è aperto: in quale sicurezza crediamo?

Riferimenti:
“I Paesi del G8 esportatori mondiali di armi” rapporto Control Arms (scaricabile dal sito www.disarmo.it)
www.disarmo.org
www.amnesty.it
“Usa, i fabbricanti d’armi saranno protetti per legge” Repubblica venerdì 21 ottobre 2005

ott
19
2005
2

La crisi del giornalismo

Sabato 1 ottobre si è svolto sull’isola si S. Servolo il convegno “Etica e Comunicazione: riflessioni da un’isola su diritti e informazione nel sistema globale”. L’ambientazione affascinante, quasi fiabesca, dell’isola (ex-manicomio del capoluogo veneto) contrastava con il drammatico messaggio che i relatori hanno trasmesso da diverse angolazioni e con diverse sfumature: il giornalismo, non solo italiano, ma di tutto il mondo si trova in uno stato di degrado avanzato con gravi ripercussioni sulla garanzia del diritto all’informazione per ogni cittadino.
Oltre a esserne la conclusione più evidente, tale messaggio è stato, probabilmente, lo stimolo per l’organizzazione di questo convegno, stando almeno a quanto affermato nei due discorsi di apertura.

Davide Zoggia, Presidente della Provincia di Venezia, sostiene il ruolo centrale della comunicazione in una democrazia e in un mondo globalizzato, ma nota come questa si realizzi più frequentemente come interpretazione, anzichè come informazione. A questo proposito ritiene necessario parlare di etica della comunicazione, anche in seguito alla rivoluzione epocale che ha stravolto questo strumento fondamentale della vita sociale.
Laura Di Lucia Coletti, Consigliere della Provincia di Venezia e coordinatrice della prima sessione, presenta una prima risposta a queste problematiche. Si tratta della Provincia Etica di Venezia, di cui la Coletti è responsabile, organismo che si propone l’adozione di un codice etico in Consiglio Provinciale (già ottenuto) e la promozione di iniziative di sviluppo e sensibilizzazione sul tema dell’etica.

Le relazioni degli ospiti del convegno sono molto coinvolgenti perchè è chiaro che quanto affermano non è solo frutto di ricerche e analisi, ma fa parte della loro esperienza diretta, elemento che rende più concrete e incisive le loro parole.
Ignacio Ramonet, Direttore di Le Monde Diplomatique e Presidente di Media Watch Global International, affronta il problema partendo da un’osservazione storica. Constatando (ad esempio con l’adozione di leggi razziali) che anche le democrazie possono sbagliare, i media, all’epoca della loro nascita, avevano lo scopo di denunciare e correggere gli errori dei poteri pubblici. Per questo i media vennero denominati “quarto potere”, espressione nata in Francia in seguito al caso Dreyfus e alla contestuale denuncia ai poteri giudiziari operata dagli organi di stampa.
Oggi, sostiene Ramonet, il quarto potere non funziona più, non è più alleato dei cittadini, anche a causa della globalizzazione, guidata da grandi gruppi mediatici che comprendono in sè telefonia, internet, cinema, tv, stampa, sport e nuove tecnologie. Come il carbone un secolo fa, la comunicazione è oggi la materia economica fondamentale; e controllando la comunicazione, il potere economico riesce a controllare anche il potere politico.
Infine, Ramonet fa un’interessante analogia per far osservare che l’abbondanza delle fonti di informazione non è necessariamente un bene. L’analogia è tra informazione e alimentazione: una volta si stava male per la scarsezza di cibo, mentre oggi la sovrabbondanza si accompagna a scarsa qualità ed è questo che ci fa star male. Così i cittadini hanno cominciato a richiedere una alimentazione sana e si sono create associazioni di consumatori per una produzione biologica, etica. Lo stesso è avvenuto per l’informazione, perciò è necessario dar vita ad associazioni per un’informazione biologica, etica, veritiera.

Roberto Savio, Segretario Generale di Media Watch Global International, imposta il suo discorso come proposta operativa per il risollevamento dell’informazione. Per quanto riguarda l’informazione, egli distingue l’elemento della verticalità da quello della orizzontalità. Nei media la creazione dell’informazione è verticale: nei suoi confronti i “consumatori” dell’informazione hanno una scarsa libertà d’azione. In più, oggi, questo tipo di informazione sta peggiorando di qualità e si sta omogeneizzando, a causa del nuovo rapporto tra mercato e politica. Tuttavia, internet, la rete, ha creato il nuovo fenomeno dell’orizzontalità: il cittadino non usa più giornali per informarsi, ma cerca l’informazione diretta contattando altre persone (ad esempio tramite blog come questo su cui sto scrivendo). Questa nuova forma di partecipazione comincia a dare frutti molto importanti (ad esempio il Forum Sociale di Porto Alegre); e i giornali fanno fatica a stare dietro a questi processi. E’ necessario creare e utilizzare reti comuni per migliorare l’informazione e poi anche i media.

Ennio Remondino, giornalista inviato speciale della RAI, sostiene un discorso molto appassionato che tocca diversi aspetti. Fa notare che per la comunicazione, oggi, l’elemento significativo è il problema dell’assimilazione, cioè la quantità di attenzione fornita. E’ frequente l’inganno operato facendo passare la comunicazione per informazione; il dovere di un giornalista dovrebbe essere quello di verificare l’attendibilità di una notizia prima di diffonderla. Oggi questo non succede e vengono presentati per veri anche i sentito dire, i forse, i si dice. Così è successo, ad esempio, con l’ultima guerra in Iraq, che viene erroneamente definita come la prima guerra con l’informazione in presa diretta. L’informazione in realtà non c’era (stando alle comunicazioni dei giornalisti Bassora sarebbe caduta una decina di volte).
La reazione della comunità internazionale a questi problemi è eufemisticamente inefficace.
L’Unione Europea si può concepire come somma di valori diversi che hanno dato vita alla nostra cultura; tale concezione, però, è contrapposta alla filosofia omogeneizzatrice della comunicazione. E’ lecito inoltre chiedersi come mai la tanto regolamentatrice Unione Europea, che decide quanto latte devono produrre le nostre mucche, si dimentichi di regolare il pluralismo dell’informazione (nella lunga Costituzione Europea non c’è la parola informazione). La risposta è che in Europa il nuovo modello per l’informazione non è più la BBC, ma Berlusconi.
Sul mercato globale, per quanto riguarda le voci cinema, intrattenimento, comunicazione, l’Europa copre il 20-22%, gli USA il 57% e in parti minori intervengono Canada, Australia e Giappone. Gli altri continenti non si raccontano, quindi non esistono.

Giulietto Chiesa, giornalista ed europarlamentare, sostiene che i media sono diventati un pericolo per la democrazia. Infatti, sono loro, oggi, che plasmano le forme dei saperi umani. E sono diventati immorali.
La sinistra e la Chiesa Cattolica non si sono ancora resi conto di questo fenomeno: i processi di formazione della cultura sono passati di mano; dalla famiglia, dalla scuola, dall’oratorio sono passati alla televisione. Questo anche perchè gran parte delle persone guarda solo la tv, non legge giornali, libri e non usa internet.
Se si prende una guida tv e si fa una panoramica sui programmi del giorno, ci si accorge che l’informazione non supera mai il 10% del flusso: ma il messaggio che forma la cultura non passa solo attraverso il 10% di informazione, bensì attraverso tutto il 100% dei programmi. Questo significa che la formazione della cultura oggi risiede nell’intrattenimento e nella pubblicità, i programmi che occupano più tempo nella nostra tv. Per salvare la democrazia, allora, bisogna agire su tutto il 100%.
I media sono gli attori principali della globalizzazione: ci hanno allenati a consumare, perchè la maggior parte del messaggio che trasmette è pubblicità. E la piccola parte dedicata all’informazione non è nemmeno ben sfruttata: di quel 10%, ad esempio, il 19% è usato per i gossip e solo lo 0,3% per i problemi dell’Africa.
Per riconquistare il sistema di comunicazione è necessario un movimento popolare.

Fausto Colombo, Direttore dell’Osservatorio sulla Comunicazione dell’Università Cattolica di Milano, dice che sul campo della comunicazione sono due gli strumenti necessari alla competizione:
– liberismo economico
– innovazione tecnologica.
I media non sono più adagiati su un solo supporto (cartaceo), ma su tanti (televisione, radio, internet): e lo stesso supporto può ospitare più media (es. giornali e radio on-line). Così le grandi aziende che operano sul campo della tecnologia della comunicazione sono costrette a farsi concorrenza da sole. Ad esempio la sony è una casa di produzione artistica, perciò dovrebbe essere contraria alla possibilità di scaricare la musica da internet. Tuttavia, allo stesso tempo produce lettori mp3.
Oggi, molti servizi legati all’informazione sono a pagamento: si viene così a creare una televisione dei ricchi e una dei poveri. Bisogna opporsi all’assenza di legislazione nel campo culturale-comunicativo.

Francesco Silliato, Docente di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi al Politecnico di Milano, fa notare che il diritto a comunicare è diventato oggi un diritto di cui sono titolari le merci. Infatti, chi produce, oggi, ha meno potere delle sue stesse merci per quanto riguarda la formazione di idee e cultura. La merce è diventata la vera protagonista culturale: come dimostrazione basta osservare il moltiplicarsi degli spot in cui all’uomo o alla donna si preferisce una merce. In questo modo questa ideologia è diventata dominante, ha acquisito forza ed è diventata dominante. Così si parla, come accade sempre nei casi di egemonia da parte di una ideologia, di “fine dell’ideologia”. inrealtà ce n’è una che viene passata come normalità.
Per i media il tempo è fondamentale: e soprattutto il nostro tempo, che vendiamo alla tv. I giornali sono in crisi perchè a loro viene dedicato meno tempo. In Europa si sta preparando una norma che liberalizzi il tempo degli spot.
Inoltre, il mercato degli spazi televisivi non è trasparente: l’impresa che vuole uno spazio in tv non sa quanto ha pagato il suo concorrente per lo stesso spazio.
La comunicazione orrizontale è fondamentale: per questo, molto probabilmente, si tenterà, con molte scuse, di controllarla.

All’inizio del suo discorso Alex Zanotelli, Missionario Comboniano, si dichiara uomo di parte, della parte di Korogocho (la Missione kenyota in cui opera) e della parte della tradizione ebraico-cristiana. Poi continua avvertendo che i media sono nelle mani della finanza e riflettono l’immagine di un mondo immorale costruito sull’ingiustizia. Il sistema economico mondiale uccide i poveri e i media sono il riflesso di questa ingiustizia.
Lo stile di vita e i privilegi del 20% del mondo (quello cosidetto “occidentale” che consuma l’80% delle risorse mondiali) sono difesi dalle armi. Questo paradosso non è sostenibile: uno studio avverte che abbiamo 50 anni di tempo per invertire la tendenza, poi sarà troppo tardi.
L’immoralità sta nel fatto che questo stile di vita viene presentato come il migliore dei mondi possibili. i poveri, invece, non hanno voce: l’Africa non suscita interesse, pur essendo il polmone antropologico del mondo.
L’attuale sistema mediatico è massificante e negazionista della cultura. Bisogna rimetterlo in discussione, rimettendo l’uomo al centro operando con il volto-a-volto, perseguendo la convivialità delle differenze. Molto importante è la partecipazione, intesa come capacità di formare comunità contro l’individualizzazione, e la creazione di reti.
Non c’è futuro nei partiti, il movimento deve partire dal basso: la società civile deve diventare soggetto politico. Sulla questione etica-comunicazione si giocano la vita e la morte del mondo.

Dopo un pranzo sostanzioso distribuito gratuitamente in uno dei giradini del centro convegni, decido di partecipare al workshop dal titolo “Crisi del giornalismo?”. In questa sessione diversi giornalisti esprimono la loro preoccupazione di addetti ai lavori sulla perdita di coscienza del giornalismo mondiale.

Massimiliano Melilli, giornalista RAI, denuncia il taglio di personale operato dal New York Times. Il giornale americano, dopo aver licenziato 200 giornalisti, ha rescisso il contratto di altri 500 dipendenti per pagare il licenziamento dei primi 200.

Secondo Maurizio Paglialunga, Presidente dell’Ordine dei giornalisti del Veneto, la crisi c’è e non solo per il rinnovo del contratto. Non si riesce più a soddisfare il diritto della gente ad essere informata, diritto fondamentale perchè serve alla formazione del proprio indirizzo politico (anche per chi scrive gli articoli).
Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi è molto attento a questo problema: l’unico messaggio al Parlamento del suo mandato riguarda proprio questo tema. Esso ribadisce l’importanza del pluralismo e dell’informazione e afferma che serve una legge per garantire l’imparzialità ed evitare le concentrazioni.
Agli editori questo discorso non interessa, conta solo il profito: si sono trasformati in manager. A questo proposito è molto bello il film che George Clooney ha presetato alla Mostra del Cinema di Venezia, in quanto riprende un problema vecchio, ma ancora attuale, come quello della mercificazione della televisione.
La recente legge sulle intercettazioni aggiunge altri problemi: la proibizione (attraverso sanzioni) di pubblicare le interecettazioni fatte a personalità pubbliche impedisce la formazione di opinione, così come la legge per cui i giornalisti, in merito a casi giudiziari, possono parlare solo col Procuratore capo della Repubblica, il quale è libero di decidere quali informazioni fare uscire dalla Procura e quali nascondere.
Si arriva all’intimidazione nei confronti dei giornalisti: l’editore prende provvedimenti nei confronti del giornalista troppe volte sanzionato.
Infine, ulteriore complicazione è la precarizzazione del lavoro (cosidetta legge Biagi, che forse Biagi, dall’aldilà, non riconosce come sua) che ostacola la formazione di nuovi giornalisti professionisti.

Secondo Michelangelo Bellinetti il problema della comunicazione non è limitato agli addetti ai lavori: l’opinione pubblica stessa si accorge delle difficoltà di informazione. Il tavolo dell’economia non accetta le ragioni delle esigenze di trasparenza, verità, pluralismo, democrazia.
L’imprenditore non può essere editore e viceversa. Il vero editore gioca solo su due elementi imprevedibili:
– i fatti che accadono;
– le idee dei giornalisti.
Invece, gli editori di oggi sono manager che svendono l’informazione.

Giulietto Chiesa giudica catastrofica la situazione in Italia, ma avverte che essa è una caricatura della situazione mondiale. Per questo si sente di consigliare ai giovani di non cercare la strada del giornalismo: oggi, infatti, o si diventa servi o bisogna andarsene. E fa l’esempio di un giovane inviato speciale in Messico, a cui il Direttore chiede, davanti a tutti i capi del giornale, di non descrivere i vari problemi del Messico, ma di mostrare il messicano col sombrero.
Insomma, si arriva a chiedere esplicitamente di non raccontare la verità: chi “rompe le scatole” se ne va, ancora più facilmente adesso che c’è il precariato. E quei giornalisti professionali che non possono essere mandati via senza ripercussioni sul giornale vengono oscurati a poco a poco. Preoccupante è anche il fatto che i giornalisti, invece di essere difesi, cominciano a farsi la guerra tra di loro. Ne è un esempio il processo instaurato contro Vauro per la vignetta del frate che dice a Masotti (conduttore di Punto e a Capo) “Ricordati che devi morire”.
La verità non solo nascosta, ma anche falsificata: in Afghanistan si pagavano i Mujaheddin per sparare dove la guerra in realtà non c’era. Poi, con queste false immagini, si montava il servizio dando informazioni completamente inventate. E se un giornale mette la notizia di un attacco fasullo, anche tutte le altre testate lo devono mettere, per vendere.
Nei giornali tutti sanno che le 9 pagine di gossip sono lette da pochi, ma vengono messe lo stesso perchè servono ai potenti e ai padroni dei giornali. I contenuti del giornale non influiscono più sulla vendita: è la pubblicità che comanda.

Raffaello Zordan, redattore di Nigrizia, spiega che la rivista per cui lavora è no-profit: l’editore è una congregazione missionaria. In tale rivista si racconta la realtà che i quotidiani non riportano e si chiede partecipazione a chi legge.
In generale, giornalisti e redazioni hanno poco peso per la scarsa influenza del loro messaggio rispetto al messaggio delle merci. Tra i giornalisti stessi c’è chi ha una visione distorta del loro ruolo.

Sigfrido Ranucci, giornalista di Rai News 24 vincitore del Premio Ilaria Alpi, affronta il tema delle inchieste tv. Tali inchieste sono seguite, ma non tutta l’informazione che passano è pura: molta è contaminata da messaggi falsi.
Da sempre inchieste vere, ma scomode ai potenti, costano il posto agli autori e vengono oscurate (ne è testimone Ennio Remondino per l’inchiesta sui rapporti tra CIA e loggia P2. In quell’occasione il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga fece sostituire Fava con Bruno Vespa).
A questo proposito sostiene che sia andata persa la capacità di indignarsi e individua una motivazione nell’assenza di un riferimento politico cui portare questa indignazione.
Oggi la guerra serve ai media per vendere e i media servono per convincere la gente che la guerra è necessaria (l’immagine del crollo della statua di Saddam è fasulla, in quanto creata apposta dai militari americani). Non a caso negli Stati Uniti chi controlla i media è anche fabbricante di armi: mentre Colin Powell preparava la guerra, suo figlio distribuiva le frequenze televisive per i diritti sulle scene di guerra.
Le immagini di violenza della guerra non vengono mostrate per tutelare i bambini (in realtà per non scatenare le proteste dei pacifisti), ma gli stessi bambini possono tranquillamente assistere a scene di violenza nei film e nei videogiochi.

Sul finale Maurizio Dianese, giornalista premio cronista dell’anno 2003, conferma la crisi del giornalismo d’inchiesta, ma afferma che esistono delle isole in cui si può resistere: i giornalisti che scrivono libri, lo fanno per disperazione, perchè non sono più liberi di scrivere sul loro giornale.

Ho ascoltato queste parole in apnea: non riesco tuttora a capacitarmi, tanto sono drammatiche queste parole. E allora mi vien da pensare che, per quanto casuale possa essere stata, la scelta del posto in cui fare il convegno è stata azzeccata: il mondo che ci viene presentato è una fiaba, non è quello reale, e noi rischiamo di diventare schizofrenici se non ci opponiamo. Come? Sospettando sempre di quanto ci dicono i media e andando alla ricerca dell’informazione diretta, della verità, ad esempio attraverso blog come questo.

Written by marco in: Esperienze |
ott
19
2005
2

Protestiamo contro La Talpa

Riporto una lettera di Eugenio Melandri, Coordinatore della ONG Chiama l’Africa.

«Quando ignoranza e cattivo gusto si fondono, allora salta fuori La Talpa. E’ un programma televisivo di cui ho visto solo una decina di minuti, incuriosito dopo aver ricevuto una mail che diceva di boicottarla e di sommergerla di lettere di protesta. E’ un “reality” (si chiamano così?) che si svolge, provate a dire dove? In Africa. Esattamente in Kenia. Ci sono i nostri divi i quali se ne vivono tranquillamente in Africa in un ambiente lussuoso e se ne stanno a perdere tempo ad uso dei telespettatori.

Già la scelta dell’Africa, un continente dove le tragedie si assommano alle tragedie, dove esiste gente povera che fa fatica a vivere, appare come una scelta di cattivo gusto. I nostri signorini a fare il loro spettacolo dal vivo, se ne stiano in Europa o vadano negli USA. Non in Africa dove la loro presenza è offensiva in se stessa.

Ma ad aumentare ancora di più lo schifo è stata la gara fatta due settimane fa. Ai concorrenti è stato chiesto – sentite bene – di traccannare 60 litri di acqua nel minor tempo possibile. Se si tiene conto del problema grave dell’acqua in Africa, allora a questo punto non si può tacere. Vorrei invitare i nostri amici di “Chiama l’Africa” a inviare lettere di protesta.

Una formula potrebbe essere questa:

Vi scriviamo in merito a une delle ultime puntate del programma “La Talpa” di cui casualmente e purtroppo ci è capitato di vedere una puntata.

In particolare vorremmo porvi la seguente domanda: chi è la persona che ha avuto l’idea, di inserire tra le attività da far svolgere ai partecipanti del programma, quella di bere 60 litri d’acqua, considerando il fatto che il suddetto programma viene girato in AFRICA, laddove milioni di persone muoiono per non aver accesso all’acqua potabile?

Il 2003 è stato l’anno internazionale dell’acqua, anno in cui nel nostro paese sono state organizzate molteplici iniziative atte a sensibilizzare l’opinione pubblica italiana su questo problema, in particolare sui conflitti in corso per le risorse idriche in diverse parti del mondo (tra cui il Kenia, come si può leggere nel documento qui sotto riportato) e sulla carenza delle suddette risorse che sta causando l’agonia di molti paesi poveri, soprattutto africani.

Il vostro programma rappresenta un insulto per tutte le persone che soffrono di queste gravi guerre e carestie.

Il vostro programma veicola il messaggio che il Nord del mondo possa continuare a bere fino a VOMITARE, sfruttando quanta più acqua possibile (più del necessario) quando in altre parti del mondo ci sono popolazioni che muoiono per la mancanza di tali beni.

Ci auguriamo che la produzione del vostro programma prenda coscienza non solo della gravità dell’atto che ha compiuto mostrando quelle immagini, in quel particolare contesto, ma anche della estrema ignoranza e insensibilità dimostrata davanti ai telespettatori.

Con la speranza che la televisione diventi uno strumento, se non “educativo”, almeno “decente” nei messaggi da essa veicolati e augurandoci che questi messaggi non cadano nel vuoto, vi preghiamo di leggere con attenzione l’articolo in seguito riportato.

Kenia: la guerra dell’acqua

Hanno causato più di 70 morti gli attacchi dello scorso 12 luglio a Torbi, nel distretto settentrionale di Marsabit, in Kenia. Secondo quanto riferito dalla polizia, ci sono almeno 20 bambini tra le vittime del massacro. Dieci assalitori, invece, sono stati freddati durante un conflitto a fuoco con le forze di sicurezza. Secondo le fonti della Croce Rossa keniana, riportate da IRIN, almeno altri 18 sarebbero i feriti ricoverati nell’ospedale più vicino al piccolo villaggio. Robert Kipkemoi Kitur, assistente commissario del locale distretto di polizia, ha affermato che gli aggressori apparterrebbero all’etnia Borana. Non c’è ancora sicurezza sui numeri della carneficina. Alcune fonti, arrivano a contare almeno 95 vittime, smentendo i dati diffusi dalla polizia. Le forze di sicurezza, in seguito al raid, hanno comunque messo in moto una vasta operazione, riuscendo a recuperare molta della refurtiva razziata durante l’attacco.

Secondo le notizie diffuse dalla Misna, le indagini delle autorità hanno già portato a risultati importanti. Sette individui armati sono stati fermati in queste ore: due di questi sarebbero coinvolti nel massacro della scorsa settimana.

Antiche rivalità

Quello del 12 di luglio è solo uno dei tanti massacri consumati in questi mesi in Kenia, quasi sempre per lo stesso motivo. Quelle dei Gobra e dei Borana sono due comunità di pastori tra le tante che condividono una terra estremamente arida e che più di una volta si sono travate a combattere per lo sfruttamento delle risorse: i pascoli e le fonti idriche sono i motivi principali di ostilità tra le tribù. Si sono generate così le faide che hanno portato il numero degli assassinati a lievitare di parecchio negli ultimi tempi.

L’elenco compilato dall’agenzia IRIN è impietoso: 22 morti a marzo negli attacchi al villaggio di El Golicha e altri 20 in un precedente scontro etnico tra Murule e Garre. Ancora 14 morti sono il tragico bilancio di un altro scontro in gennaio.

In particolare, secondo quanto riferito dall’agenzia Afrol, gli assalti di marzo nel nord-est del paese sono stati particolarmente cruenti. Le fonti UNICEF, citate nel rapporto, riferiscono di un accanimento particolare con armi da fuoco e da taglio nei confronti dei bambini e dei più giovani. Una sorta di rabbiosa pulizia etnica, insomma, sempre per la stessa ragione: accaparrarsi qualche pozzo in più.

Un fiume di rifugiati

L’effetto collaterale più deleterio di questa serie interminabile di attacchi è la marea di profughi che abbandona le proprie case in cerca di rifugio dai possibili attacchi.

Secondo le dichiarazioni dei portavoce della Croce Rossa keniana, riportate dalla IRIN, più di 9000 persone sarebbero fuggite dai villaggi più isolati dopo le uccisioni di martedì scorso. Gli sfollati, radunatisi per etnia, cercano scampo dalle pallottole e dalle lame delle opposte fazioni accampandosi nelle vicinanze di presidi della polizia.

La Croce Rossa ha chiesto un contributo di circa 700 mila dollari per riuscire a sfamare coloro che hanno lasciato i villaggi e che, molto spesso, non hanno più alcun mezzo di sostentamento. Alcuni, infatti, si sono
visti sottrarre preziosi capi di bestiame, rimanendo con un pugno di mosche in mano, in attesa che cessino per sempre le brutalità.

TRATTO DA http://www.warnews.it/index.php/content/view/1820/29/

Indirizzi a cui rivolgersi: triangle@triangle.it (produzione del programma) e italia1@mediaset.it »

Written by marco in: Varie |
ott
19
2005
2

E’ iniziato il GIM 2005 – 2006!

E’ iniziato sabato e domenica (15 e 16 ottobre) il GIM, Giovani Impegno Missionario, a Padova, presso la sede dei Comboniani. Come ogni anno, questo gruppo vuole dare la possibilità a qualsiasi ragazzo di vivere un fine settimana al mese in compagnia di molti altri giovani, nell’ascolto di testimonianze “vive” di persone che operano, che hanno operato o che sono prossime a operare in terra di missione, cercando un confronto di gruppo riguardo problemi internazionali, violazioni di diritti umani, povertà, miseria, diseguaglianza sociale e necessità di aiuto da parte di chi può a chi ne ha veramente bisogno, secondo lo spirito missionario cristiano-comboniano che invita a una riflessione profonda sulle differenze e sui solchi profondi che il mondo d’oggi presenta e che noi tutti siamo chiamati a risolvere in modi diversi e secondo le possibilità di ciascuno. La condivisione e il dialogo possono rafforzare l’impegno a camminare in questo senso e, non per ultimo, il silenzio e la riflessione sono proposti come momenti di “stop” in cui ognuno possa riprendere in mano la propria vita e verificare il pecorso che sta solcando. Chi scrive ha appena cominciato l’esperienza e quindi non vuole sbilanciarsi troppo rischiando di riportare cose imprecise o di tralasciare dettagli importanti, ma prorpio per questo invita voi tutti a provare questa esperienza di persona per rendervi conto di quanto possa essere interessante e utile, oltre che divertente e gioiosa.

Vedi il programma dell’anno del GIM di Padova

Per informazioni riguardo tutti i GIM che si svolgono in ITALIA: http://www.giovaniemissione.it/gim/gim.htm
Per prendere contatto con il mondo missionario comboniano e per tenersi informati sul “TERZO MONDO”: http://www.giovaniemissione.it

 

Written by Daniele in: Associazionismo |
ott
19
2005
2

A teatro: la vita di TONINO BELLO

Voglio solo segnalare questo appuntamento per chi vorrà godersi un po’ di teatro in quel di Padova. Martedì 8 novembre al Cinema PIO X, ore 20.45, sarà messa in scena la vita di del Vescovo Tonino Bello, figura significativa di uomo e di cristiano impegnato nel dialogo e nella costruzione della Pace.
Per maggiori informazioni su don Tonino: http://www.dontonino.it/
Per leggere la sua biografia: http://www.dontonino.it/DonTonino/biografia.htm

 

Written by Daniele in: Appuntamenti |
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