Sabato 1 ottobre si è svolto sull’isola si S. Servolo il convegno “Etica e Comunicazione: riflessioni da un’isola su diritti e informazione nel sistema globale”. L’ambientazione affascinante, quasi fiabesca, dell’isola (ex-manicomio del capoluogo veneto) contrastava con il drammatico messaggio che i relatori hanno trasmesso da diverse angolazioni e con diverse sfumature: il giornalismo, non solo italiano, ma di tutto il mondo si trova in uno stato di degrado avanzato con gravi ripercussioni sulla garanzia del diritto all’informazione per ogni cittadino.
Oltre a esserne la conclusione più evidente, tale messaggio è stato, probabilmente, lo stimolo per l’organizzazione di questo convegno, stando almeno a quanto affermato nei due discorsi di apertura.
Davide Zoggia, Presidente della Provincia di Venezia, sostiene il ruolo centrale della comunicazione in una democrazia e in un mondo globalizzato, ma nota come questa si realizzi più frequentemente come interpretazione, anzichè come informazione. A questo proposito ritiene necessario parlare di etica della comunicazione, anche in seguito alla rivoluzione epocale che ha stravolto questo strumento fondamentale della vita sociale.
Laura Di Lucia Coletti, Consigliere della Provincia di Venezia e coordinatrice della prima sessione, presenta una prima risposta a queste problematiche. Si tratta della Provincia Etica di Venezia, di cui la Coletti è responsabile, organismo che si propone l’adozione di un codice etico in Consiglio Provinciale (già ottenuto) e la promozione di iniziative di sviluppo e sensibilizzazione sul tema dell’etica.
Le relazioni degli ospiti del convegno sono molto coinvolgenti perchè è chiaro che quanto affermano non è solo frutto di ricerche e analisi, ma fa parte della loro esperienza diretta, elemento che rende più concrete e incisive le loro parole.
Ignacio Ramonet, Direttore di Le Monde Diplomatique e Presidente di Media Watch Global International, affronta il problema partendo da un’osservazione storica. Constatando (ad esempio con l’adozione di leggi razziali) che anche le democrazie possono sbagliare, i media, all’epoca della loro nascita, avevano lo scopo di denunciare e correggere gli errori dei poteri pubblici. Per questo i media vennero denominati “quarto potere”, espressione nata in Francia in seguito al caso Dreyfus e alla contestuale denuncia ai poteri giudiziari operata dagli organi di stampa.
Oggi, sostiene Ramonet, il quarto potere non funziona più, non è più alleato dei cittadini, anche a causa della globalizzazione, guidata da grandi gruppi mediatici che comprendono in sè telefonia, internet, cinema, tv, stampa, sport e nuove tecnologie. Come il carbone un secolo fa, la comunicazione è oggi la materia economica fondamentale; e controllando la comunicazione, il potere economico riesce a controllare anche il potere politico.
Infine, Ramonet fa un’interessante analogia per far osservare che l’abbondanza delle fonti di informazione non è necessariamente un bene. L’analogia è tra informazione e alimentazione: una volta si stava male per la scarsezza di cibo, mentre oggi la sovrabbondanza si accompagna a scarsa qualità ed è questo che ci fa star male. Così i cittadini hanno cominciato a richiedere una alimentazione sana e si sono create associazioni di consumatori per una produzione biologica, etica. Lo stesso è avvenuto per l’informazione, perciò è necessario dar vita ad associazioni per un’informazione biologica, etica, veritiera.
Roberto Savio, Segretario Generale di Media Watch Global International, imposta il suo discorso come proposta operativa per il risollevamento dell’informazione. Per quanto riguarda l’informazione, egli distingue l’elemento della verticalità da quello della orizzontalità. Nei media la creazione dell’informazione è verticale: nei suoi confronti i “consumatori” dell’informazione hanno una scarsa libertà d’azione. In più, oggi, questo tipo di informazione sta peggiorando di qualità e si sta omogeneizzando, a causa del nuovo rapporto tra mercato e politica. Tuttavia, internet, la rete, ha creato il nuovo fenomeno dell’orizzontalità: il cittadino non usa più giornali per informarsi, ma cerca l’informazione diretta contattando altre persone (ad esempio tramite blog come questo su cui sto scrivendo). Questa nuova forma di partecipazione comincia a dare frutti molto importanti (ad esempio il Forum Sociale di Porto Alegre); e i giornali fanno fatica a stare dietro a questi processi. E’ necessario creare e utilizzare reti comuni per migliorare l’informazione e poi anche i media.
Ennio Remondino, giornalista inviato speciale della RAI, sostiene un discorso molto appassionato che tocca diversi aspetti. Fa notare che per la comunicazione, oggi, l’elemento significativo è il problema dell’assimilazione, cioè la quantità di attenzione fornita. E’ frequente l’inganno operato facendo passare la comunicazione per informazione; il dovere di un giornalista dovrebbe essere quello di verificare l’attendibilità di una notizia prima di diffonderla. Oggi questo non succede e vengono presentati per veri anche i sentito dire, i forse, i si dice. Così è successo, ad esempio, con l’ultima guerra in Iraq, che viene erroneamente definita come la prima guerra con l’informazione in presa diretta. L’informazione in realtà non c’era (stando alle comunicazioni dei giornalisti Bassora sarebbe caduta una decina di volte).
La reazione della comunità internazionale a questi problemi è eufemisticamente inefficace.
L’Unione Europea si può concepire come somma di valori diversi che hanno dato vita alla nostra cultura; tale concezione, però, è contrapposta alla filosofia omogeneizzatrice della comunicazione. E’ lecito inoltre chiedersi come mai la tanto regolamentatrice Unione Europea, che decide quanto latte devono produrre le nostre mucche, si dimentichi di regolare il pluralismo dell’informazione (nella lunga Costituzione Europea non c’è la parola informazione). La risposta è che in Europa il nuovo modello per l’informazione non è più la BBC, ma Berlusconi.
Sul mercato globale, per quanto riguarda le voci cinema, intrattenimento, comunicazione, l’Europa copre il 20-22%, gli USA il 57% e in parti minori intervengono Canada, Australia e Giappone. Gli altri continenti non si raccontano, quindi non esistono.
Giulietto Chiesa, giornalista ed europarlamentare, sostiene che i media sono diventati un pericolo per la democrazia. Infatti, sono loro, oggi, che plasmano le forme dei saperi umani. E sono diventati immorali.
La sinistra e la Chiesa Cattolica non si sono ancora resi conto di questo fenomeno: i processi di formazione della cultura sono passati di mano; dalla famiglia, dalla scuola, dall’oratorio sono passati alla televisione. Questo anche perchè gran parte delle persone guarda solo la tv, non legge giornali, libri e non usa internet.
Se si prende una guida tv e si fa una panoramica sui programmi del giorno, ci si accorge che l’informazione non supera mai il 10% del flusso: ma il messaggio che forma la cultura non passa solo attraverso il 10% di informazione, bensì attraverso tutto il 100% dei programmi. Questo significa che la formazione della cultura oggi risiede nell’intrattenimento e nella pubblicità, i programmi che occupano più tempo nella nostra tv. Per salvare la democrazia, allora, bisogna agire su tutto il 100%.
I media sono gli attori principali della globalizzazione: ci hanno allenati a consumare, perchè la maggior parte del messaggio che trasmette è pubblicità. E la piccola parte dedicata all’informazione non è nemmeno ben sfruttata: di quel 10%, ad esempio, il 19% è usato per i gossip e solo lo 0,3% per i problemi dell’Africa.
Per riconquistare il sistema di comunicazione è necessario un movimento popolare.
Fausto Colombo, Direttore dell’Osservatorio sulla Comunicazione dell’Università Cattolica di Milano, dice che sul campo della comunicazione sono due gli strumenti necessari alla competizione:
– liberismo economico
– innovazione tecnologica.
I media non sono più adagiati su un solo supporto (cartaceo), ma su tanti (televisione, radio, internet): e lo stesso supporto può ospitare più media (es. giornali e radio on-line). Così le grandi aziende che operano sul campo della tecnologia della comunicazione sono costrette a farsi concorrenza da sole. Ad esempio la sony è una casa di produzione artistica, perciò dovrebbe essere contraria alla possibilità di scaricare la musica da internet. Tuttavia, allo stesso tempo produce lettori mp3.
Oggi, molti servizi legati all’informazione sono a pagamento: si viene così a creare una televisione dei ricchi e una dei poveri. Bisogna opporsi all’assenza di legislazione nel campo culturale-comunicativo.
Francesco Silliato, Docente di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi al Politecnico di Milano, fa notare che il diritto a comunicare è diventato oggi un diritto di cui sono titolari le merci. Infatti, chi produce, oggi, ha meno potere delle sue stesse merci per quanto riguarda la formazione di idee e cultura. La merce è diventata la vera protagonista culturale: come dimostrazione basta osservare il moltiplicarsi degli spot in cui all’uomo o alla donna si preferisce una merce. In questo modo questa ideologia è diventata dominante, ha acquisito forza ed è diventata dominante. Così si parla, come accade sempre nei casi di egemonia da parte di una ideologia, di “fine dell’ideologia”. inrealtà ce n’è una che viene passata come normalità.
Per i media il tempo è fondamentale: e soprattutto il nostro tempo, che vendiamo alla tv. I giornali sono in crisi perchè a loro viene dedicato meno tempo. In Europa si sta preparando una norma che liberalizzi il tempo degli spot.
Inoltre, il mercato degli spazi televisivi non è trasparente: l’impresa che vuole uno spazio in tv non sa quanto ha pagato il suo concorrente per lo stesso spazio.
La comunicazione orrizontale è fondamentale: per questo, molto probabilmente, si tenterà, con molte scuse, di controllarla.
All’inizio del suo discorso Alex Zanotelli, Missionario Comboniano, si dichiara uomo di parte, della parte di Korogocho (la Missione kenyota in cui opera) e della parte della tradizione ebraico-cristiana. Poi continua avvertendo che i media sono nelle mani della finanza e riflettono l’immagine di un mondo immorale costruito sull’ingiustizia. Il sistema economico mondiale uccide i poveri e i media sono il riflesso di questa ingiustizia.
Lo stile di vita e i privilegi del 20% del mondo (quello cosidetto “occidentale” che consuma l’80% delle risorse mondiali) sono difesi dalle armi. Questo paradosso non è sostenibile: uno studio avverte che abbiamo 50 anni di tempo per invertire la tendenza, poi sarà troppo tardi.
L’immoralità sta nel fatto che questo stile di vita viene presentato come il migliore dei mondi possibili. i poveri, invece, non hanno voce: l’Africa non suscita interesse, pur essendo il polmone antropologico del mondo.
L’attuale sistema mediatico è massificante e negazionista della cultura. Bisogna rimetterlo in discussione, rimettendo l’uomo al centro operando con il volto-a-volto, perseguendo la convivialità delle differenze. Molto importante è la partecipazione, intesa come capacità di formare comunità contro l’individualizzazione, e la creazione di reti.
Non c’è futuro nei partiti, il movimento deve partire dal basso: la società civile deve diventare soggetto politico. Sulla questione etica-comunicazione si giocano la vita e la morte del mondo.
Dopo un pranzo sostanzioso distribuito gratuitamente in uno dei giradini del centro convegni, decido di partecipare al workshop dal titolo “Crisi del giornalismo?”. In questa sessione diversi giornalisti esprimono la loro preoccupazione di addetti ai lavori sulla perdita di coscienza del giornalismo mondiale.
Massimiliano Melilli, giornalista RAI, denuncia il taglio di personale operato dal New York Times. Il giornale americano, dopo aver licenziato 200 giornalisti, ha rescisso il contratto di altri 500 dipendenti per pagare il licenziamento dei primi 200.
Secondo Maurizio Paglialunga, Presidente dell’Ordine dei giornalisti del Veneto, la crisi c’è e non solo per il rinnovo del contratto. Non si riesce più a soddisfare il diritto della gente ad essere informata, diritto fondamentale perchè serve alla formazione del proprio indirizzo politico (anche per chi scrive gli articoli).
Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi è molto attento a questo problema: l’unico messaggio al Parlamento del suo mandato riguarda proprio questo tema. Esso ribadisce l’importanza del pluralismo e dell’informazione e afferma che serve una legge per garantire l’imparzialità ed evitare le concentrazioni.
Agli editori questo discorso non interessa, conta solo il profito: si sono trasformati in manager. A questo proposito è molto bello il film che George Clooney ha presetato alla Mostra del Cinema di Venezia, in quanto riprende un problema vecchio, ma ancora attuale, come quello della mercificazione della televisione.
La recente legge sulle intercettazioni aggiunge altri problemi: la proibizione (attraverso sanzioni) di pubblicare le interecettazioni fatte a personalità pubbliche impedisce la formazione di opinione, così come la legge per cui i giornalisti, in merito a casi giudiziari, possono parlare solo col Procuratore capo della Repubblica, il quale è libero di decidere quali informazioni fare uscire dalla Procura e quali nascondere.
Si arriva all’intimidazione nei confronti dei giornalisti: l’editore prende provvedimenti nei confronti del giornalista troppe volte sanzionato.
Infine, ulteriore complicazione è la precarizzazione del lavoro (cosidetta legge Biagi, che forse Biagi, dall’aldilà, non riconosce come sua) che ostacola la formazione di nuovi giornalisti professionisti.
Secondo Michelangelo Bellinetti il problema della comunicazione non è limitato agli addetti ai lavori: l’opinione pubblica stessa si accorge delle difficoltà di informazione. Il tavolo dell’economia non accetta le ragioni delle esigenze di trasparenza, verità, pluralismo, democrazia.
L’imprenditore non può essere editore e viceversa. Il vero editore gioca solo su due elementi imprevedibili:
– i fatti che accadono;
– le idee dei giornalisti.
Invece, gli editori di oggi sono manager che svendono l’informazione.
Giulietto Chiesa giudica catastrofica la situazione in Italia, ma avverte che essa è una caricatura della situazione mondiale. Per questo si sente di consigliare ai giovani di non cercare la strada del giornalismo: oggi, infatti, o si diventa servi o bisogna andarsene. E fa l’esempio di un giovane inviato speciale in Messico, a cui il Direttore chiede, davanti a tutti i capi del giornale, di non descrivere i vari problemi del Messico, ma di mostrare il messicano col sombrero.
Insomma, si arriva a chiedere esplicitamente di non raccontare la verità: chi “rompe le scatole” se ne va, ancora più facilmente adesso che c’è il precariato. E quei giornalisti professionali che non possono essere mandati via senza ripercussioni sul giornale vengono oscurati a poco a poco. Preoccupante è anche il fatto che i giornalisti, invece di essere difesi, cominciano a farsi la guerra tra di loro. Ne è un esempio il processo instaurato contro Vauro per la vignetta del frate che dice a Masotti (conduttore di Punto e a Capo) “Ricordati che devi morire”.
La verità non solo nascosta, ma anche falsificata: in Afghanistan si pagavano i Mujaheddin per sparare dove la guerra in realtà non c’era. Poi, con queste false immagini, si montava il servizio dando informazioni completamente inventate. E se un giornale mette la notizia di un attacco fasullo, anche tutte le altre testate lo devono mettere, per vendere.
Nei giornali tutti sanno che le 9 pagine di gossip sono lette da pochi, ma vengono messe lo stesso perchè servono ai potenti e ai padroni dei giornali. I contenuti del giornale non influiscono più sulla vendita: è la pubblicità che comanda.
Raffaello Zordan, redattore di Nigrizia, spiega che la rivista per cui lavora è no-profit: l’editore è una congregazione missionaria. In tale rivista si racconta la realtà che i quotidiani non riportano e si chiede partecipazione a chi legge.
In generale, giornalisti e redazioni hanno poco peso per la scarsa influenza del loro messaggio rispetto al messaggio delle merci. Tra i giornalisti stessi c’è chi ha una visione distorta del loro ruolo.
Sigfrido Ranucci, giornalista di Rai News 24 vincitore del Premio Ilaria Alpi, affronta il tema delle inchieste tv. Tali inchieste sono seguite, ma non tutta l’informazione che passano è pura: molta è contaminata da messaggi falsi.
Da sempre inchieste vere, ma scomode ai potenti, costano il posto agli autori e vengono oscurate (ne è testimone Ennio Remondino per l’inchiesta sui rapporti tra CIA e loggia P2. In quell’occasione il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga fece sostituire Fava con Bruno Vespa).
A questo proposito sostiene che sia andata persa la capacità di indignarsi e individua una motivazione nell’assenza di un riferimento politico cui portare questa indignazione.
Oggi la guerra serve ai media per vendere e i media servono per convincere la gente che la guerra è necessaria (l’immagine del crollo della statua di Saddam è fasulla, in quanto creata apposta dai militari americani). Non a caso negli Stati Uniti chi controlla i media è anche fabbricante di armi: mentre Colin Powell preparava la guerra, suo figlio distribuiva le frequenze televisive per i diritti sulle scene di guerra.
Le immagini di violenza della guerra non vengono mostrate per tutelare i bambini (in realtà per non scatenare le proteste dei pacifisti), ma gli stessi bambini possono tranquillamente assistere a scene di violenza nei film e nei videogiochi.
Sul finale Maurizio Dianese, giornalista premio cronista dell’anno 2003, conferma la crisi del giornalismo d’inchiesta, ma afferma che esistono delle isole in cui si può resistere: i giornalisti che scrivono libri, lo fanno per disperazione, perchè non sono più liberi di scrivere sul loro giornale.
Ho ascoltato queste parole in apnea: non riesco tuttora a capacitarmi, tanto sono drammatiche queste parole. E allora mi vien da pensare che, per quanto casuale possa essere stata, la scelta del posto in cui fare il convegno è stata azzeccata: il mondo che ci viene presentato è una fiaba, non è quello reale, e noi rischiamo di diventare schizofrenici se non ci opponiamo. Come? Sospettando sempre di quanto ci dicono i media e andando alla ricerca dell’informazione diretta, della verità, ad esempio attraverso blog come questo.